Un ammiraglio blu elettrico che ha le fattezze e l’energia, altrettanto elettriche, di Antonio Rezza, si è messo in testa di piantare una bandiera (che poi sarebbe un lurido straccetto) in ogni stazione spaziale. A bordo della sua navicella chiamata Pentagono, c’è anche un suo fedele adepto (Daniele Cavaioli) che lo segue come un’ombra, raddoppiando in movimenti inventati e mai veramente speculari, anzi sempre un po’ più ariosi e liberi, i passi del suo indemoniato capo. La navicella è stata creata dall’artista visiva Flavia Mastrella, riflettendo su corsi e ricorsi della storia: «Tutte le volte che c’è una guerra, in genere provocata da loro, gli americani vogliono andare sulla luna. Lo fecero già ai tempi del Vietnam». Ma la navicella è anche un’«ego-struttura» (mai termine fu più appropriato per definire l’origine della politica bellicistica di uomini al comando, vere e proprie carogne ammalate di hybris, gli esemplari peggiori della specie umana) che permette ai due viaggiatori interstellari di creare una serie strabiliante di habitat dentro cui rappresentare le diverse forme di dominio e sopraffazione, in una estensione che dal piccolo va al grande per ritornare piccolo (quale è sempre stato).

La storia di Metadietro, ultimo spettacolo di Rezza e Mastrella, può concludersi in queste scarne righe. D’altro canto, è impossibile tentare una descrizione di ciò che di per sé è indescrivibile. E poi, perché afferrare a parole ciò che, deliberatamente, furiosamente, tenta in ogni modo di sabotare il logos? Questo è vero per tutti gli spettacoli della celebre coppia artistica, che ha usato vari strumenti a disposizione (arte visiva, performance, scrittura, cinema, tv, e naturalmente teatro) per condurre una battaglia solitaria, indipendente (nessuna sovvenzione statale per principio) e rivoltosa. Premiati dal pubblico e da una ristretta cerchia intellettuale (tra cui figurano l’editrice e produttrice Elisabetta Sgarbi e il regista Antonio Latella, che li ha insigniti nel 2018 del Leone d’Oro alla Carriera alla sua Biennale Teatro), i due artisti hanno continuato, nei decenni, a fare un’arte incontaminata e intraducibile. Nessun compromesso.
Ma i loro spettacoli fanno ridere, si obietterà. Quindi piacciono. Ed è questo il punto. Così come Carmelo Bene asseriva che Collodi non aveva capito niente di Pinocchio (nel senso che il burattino sfuggiva al senso morale che l’autore e l’epoca volevano affibbiare al racconto), forse noi che ridiamo non capiamo fino in fondo perché ridiamo. Se lo capissimo, in tempo reale, dovremmo tutti alzarci e uscire fuori dal teatro gridando come ossessi. Non contro Rezza e Mastrella (forse anche contro di loro) ma contro noi stessi che accettiamo di far parte di un mondo in cui, in un tempo non troppo lontano, «riusciremo a piantare la prima fila di ombrelloni a trenta centimetri dalla prima fila di morti».

Questa frase disturbante emerge dal flusso di (in)coscienza di Antonio Rezza, che pensa, parla e agisce ad una velocità registrata raramente, tra i vari tipi della specie umana. La sua stessa velocità ci confonde, e ci spiazza. Ma fermiamoci a immaginare realmente una prima fila di ombrelloni piantata a trenta centimetri dalla prima fila dei morti. Ci sembra così assurdo? Non è forse, in un certo senso, già successo? Noi potremmo difenderci asserendo che noi no, noi non lo vorremmo mai, un mondo in cui il turismo dei ricchi si pasce dei cadaveri degli immigrati, no, noi siamo progressisti pacifisti e difendiamo i diritti di tutte le razze umane e animali. Che c’entriamo noi? Ma quando ridiamo agli spettacoli di Rezza noi facciamo una involontaria, fulminea sintesi mentale, e ridiamo perché sappiamo benissimo d’entrarci qualcosa pure noi. Bataille lo chiamava «riso maggiore», per distinguerlo da un «riso minore» collegato a fenomeni innocui e rassicuranti. Per intenderci, l’Italia tutta ride di un «riso minore» con i cinepanettoni e i film di Checco Zalone. In quel caso, ridiamo perché ci sentiamo diversi, superiori, rispetto ai personaggi parodistici, ridiamo perché noi non c’entriamo niente con gli zulù, i violenti, i cafoni. Ma il riso veicolato da Metadietro è diverso, folle, ebbro, autocombustivo, come folle, ebbro, autocombustivo è il gesto di chi lo provoca. Ridendo, viviamo qui una «esperienza interiore» (ancora una volta Bataille), che non è autocoscienza ma esperienza trascendente, assoluta, disposta a tutto.
Nel subbuglio dei segni, nel disordine ludico dei numeri performati, gli spettacoli di Rezza e Mastrella rivelano una verità altrimenti inconfessabile. Ridendo, dunque, della prima fila di ombrelloni che stanno a trenta centimetri dalla prima fila dei morti ridiamo (non riuscendo a piangere), in fondo, di noi stessi, dell’atroce natura umana, della parte maledetta dell’uomo che è vicino tanto a Dio quanto alla bestia. Tutto questo non può che passare attraverso un linguaggio che dilapida e spreca, in un ritmo forsennato e distruttore che nomina il tragico rovesciandolo in un violento, e sgrammaticato nonsense. «E falsa sia per noi ogni verità che non sia stata accompagnata da una risata!» (Friedrich Nietzsche).

Metadietro
di Flavia Mastrella e Antonio Rezza
con Antonio Rezza
e con Daniele Cavaioli
habitat Flavia Mastrella
(mai) scritto da Antonio Rezza
assistente alla creazione Massimo Camilli
luci e tecnica Alice Mollica
voci fuori campo Noemi Pirastru e Mauro Ranucci
montaggio traccia sonora Barbara Faonio
mix traccia sonora Stefano Falcone
macchinista Eughenij Razzecca
produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello – Rezza Mastrella.
Teatro Vascello, Roma, fino all’11 gennaio 2026.