Short Theatre: “Horror Epstein Files”, genealogie della violenza di Arianna Morganti

Foto di Claudia Pajewski

Ci troviamo, ancora una volta, riunite nella rabbia, nello sdegno, nella lotta, nel dialogo, intorno alle violenze dei padroni, degli uomini forti, dei regimi capitalistici e patriarcali. Ci troviamo, ancora una volta, a farci la conta, a fare del dolore lo strumento metodologico per interrogare le parole mancanti o negate, la strafottenza maschile, le tecnologie dell’informazione. Ci troviamo, ancora una volta, a mettere a processo la responsabilità dello Stato globale, perché lo Stato è capitalista e da più importanza alla produttività, al profitto, alla realizzazione dell’opera che alla vita. Nel 1970 era questo, in fondo, l’obiettivo di Sartre quando assunse il ruolo di pubblico ministero e denunciò lo Stato e i vertici delle compagnie minerarie per l’esplosione di gas nella miniera di Fouquières-lès-Lens, causando la morte di sedici minatori. Può sembrare vecchio, ideologico, fuori tempo. Eppure il caso Epstein, con la resa pubblica del suo archivio, rimette al centro i crimini dello Stato: un mandante continuo di violenza sociale e umana che cambia forma e di cui sovranisti, oligarchi e tecnofascisti sono i nuovi esecutori.

Foto di Claudia Pajewski

Il pomeriggio del 7 settembre 2026, durante la quinta giornata del festival multidisciplinare Short Theatre, presso La Pelanda (Mattatoio di Roma), sei donne, portatrici di competenze, saperi e traiettorie differenti, costruiscono una mappa femminista del caso Epstein e dell’archivio dei suoi horror files. Sono Carlotta Cossutta, ricercatrice in filosofia politica; Claudia Durastanti, scrittrice, traduttrice dall’inglese e critica culturale; Giulia Paganelli, antropologa che si occupa di etnografia del corpo; Maddalena Fragnito, ricercatrice postdoc nell’ambito degli studi culturali presso il Leuphana Institute for Advanced Studies; Nina Ferrante, attivista “terrona”, femminista e lesbica, docente a contratto presso Iuav (Istituto Universitario di Architettura di Venezia) e al Master Studi e Politiche di Genere Roma Tre; Viola Lo Moro, coordinatrice dell’incontro, lesbofemminista, poeta e socia della libreria delle donne di Roma, Tuba.

Nel corso della CLASSE ESPANSA: Horror Epstein Files, organizzata coralmente tra Short Theatre, Libreria Tuba e il Master di Studi e Politiche di Genere di Roma Tre, ciascuna delle relatrici si sofferma su un dettaglio della vicenda, una traccia, un frammento della memoria informatica e audiovisiva, materiale e immateriale, che resta.

Ho deciso di iniziare l’articolo non dalla cronaca dell’incontro, ma da una posizione politica e corporea, perché emerga immediatamente la comunità orizzontale di esperienze e di ascolto creatasi durante la giornata. In realtà, questa è l’anima che sottostà a CLASSE, un «progetto di trasmissione, di compromissione, di mescolamento e rimestamento, di pedagogie inventate e di immaginazione radicale», come si legge nel comunicato della curatela artistica – Silvia Bottiroli, Ilenia Caleo, Silvia Calderoni, Michele Di Stefano –, che si sviluppa lungo i dieci giorni del festival.

Foto di Claudia Pajewski

Giulia Paganelli muove la sua relazione a partire dalle genealogie, questa volta non di maestre, ma di molestie, per calendarizzare le vicende che coinvolgono Jeffrey Epstein e la sua cerchia. Torna al 1996, quando Maria Farmer lo denuncia senza essere creduta. Da qui inizia una cronologia che non serve soltanto a ricostruire i fatti, ma a mostrare la lunga durata di una violenza resa possibile dalla ripetizione dell’incredulità, dalla protezione dei potenti e dalla sistematica rimozione delle voci di chi denuncia.
Maddalena Fragnito suddivide il suo intervento in due capitoli – La casa del padrone e Il silenzio dei maschi – e parte subito dall’impossibilità di parlare dell’archivio Epstein senza riprodurre la materialità audio e video della vicenda. Mostra il frame di un video: sullo sfondo, una ricchezza che non dovrebbe esistere, una piscina sfarzosa, il lusso come misura dello spazio; a bordo piscina, una scopa. A tenerla in mano è una persona, sicuramente donna, il cui corpo è coperto da un rettangolo nero. È proprio a partire da questa cancellazione che Fragnito apre il discorso: ciò che l’immagine mostra e ciò che decide di non mostrare, chi abita lo spazio del lusso e chi lo rende possibile. Il frammento viene così piegato alla sua narrazione, che approfondisce l’economia della sottomissione a partire dalla dimensione domestica.

Foto di Claudia Pajewski

Nina Ferrante chiama alla collettività, al non restare sole tra gli incubi degli Epstein files. Problematizza lo stupro come costruzione del legame proprio della cerchia di eletti che decide sui corpi delle altre: una pratica condivisa che, attraverso l’abuso e l’omertà, costruisce appartenenza e consolida gerarchie. La sua riflessione tiene insieme Epstein, il mondo dell’educazione, della cultura e Gaza, mostrando come il colonialismo e la cultura machista si siano consolidati svalutando programmaticamente la vita di chi è posto/a ai margini del potere.
E ancora, Carlotta Cossutta ragiona sul modo di reagire di fronte agli Epstein files, sull’impossibilità di separare le emozioni dalla politica, i corpi dal potere. Perché ciò che appare come una reazione personale e privata è invece già politica: i corpi delle donne mostrano l’intreccio materiale tra sessualità, potere ed economia, rendendo impossibile leggere questi abusi come una questione soltanto morale o individuale.
Infine, Claudia Durastanti continua a leggere i fascicoli, senza chiuderli, senza risolverli, tenendo aperta la contraddizione di un archivio che non restituisce una verità ordinata, ma una costellazione di frammenti, nomi, corpi e relazioni di potere.

Siamo ancora noi a ritornare sulle nostre stesse morti. Violenti, studiate, e, per noi, mai archiviate.

Foto di Claudia Pajewski
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