Perché un Archivio del Teatro Valle Occupato? Arianna Morganti in dialogo con Luca Franco

Foto di Matteo Nardone

Il 18 dicembre 2025 ha segnato l’avvio di una nuova fase di riflessione sull’esperienza del Teatro Valle Occupato, intesa non come episodio concluso, ma come pratica politica che continua a interrogare e a riattivare il concetto di bene comune nel dibattito sociale.

L’occupazione del Teatro Valle nacque, infatti, da un vuoto istituzionale e da una reazione collettiva ai processi di dismissione e privatizzazione del patrimonio pubblico. In particolare, dalla soppressione dell’Ente Teatrale Italiano (ETI) decisa nel corso del 2010 dal governo Berlusconi IV su impulso dell’allora ministro dell’Economia e delle Finanze Giulio Tremonti. È in questo contesto che il 14 giugno 2011, lavoratrici e lavoratori dello spettacolo, attiviste e attivisti occuparono il teatro, trasformandolo in uno spazio di produzione culturale, confronto politico e sperimentazione di forme di democrazia diretta. Per una riflessione approfondita sulle pratiche culturali, organizzative e sociali che caratterizzarono gli anni dell’occupazione, si veda il Dossier Valle. Gli anni dell’occupazione, pubblicato dalla rivista Teatro e Storia e curato da Raffaella Di Tizio, Doriana Legge, Samantha Marenzi, Francesca Romana Rietti e Gabriele Sofia.

In questa cornice di riflessione e riattivazione della memoria si è svolta, il 18 dicembre 2025 all’Angelo Mai, la giornata di presentazione dell’Archivio del Teatro Valle Occupato, promosso dall’associazione omonima costituita il 27 maggio 2022 con la finalità di raccogliere, conservare e rendere fruibile il patrimonio materiale e immateriale prodotto durante i 1152 giorni di occupazione culturale. Ripercorrendo intervento dopo intervento, quel pomeriggio ha restituito un clima di grande abbraccio collettivo: sguardi riconoscenti, visi battaglieri, e il bisogno condiviso di difendere gli spazi aggregativi come luoghi di socialità viva, che non appartiene al passato ma continua a farsi presente. Mentre viene scritto questo articolo, a pochi giorni dall’inizio del nuovo anno, a Roma è prevista la riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza: fra le questioni all’ordine del giorno vi è anche quella relativa a una serie di immobili destinati allo sgombero (fonte L’Espresso, 30 dicembre 2025).
Con tutte le specificità del caso – ogni azione e ogni luogo portano con sé storie, pratiche e conflitti differenti – l’occupazione del Teatro Valle ha significato riappropriarsi e trasformare gli strumenti di produzione culturale, superare gli ordinari steccati tra arte e politica, tra gestione istituzionale e pratiche autonome, aprendo uno spazio di sperimentazione collettiva che continua a interrogare la contemporaneità.

Foto di Matteo Nardone

Conoscere più a fondo l’esperienza del Teatro Valle Occupato permette di collocarla dentro le tensioni strutturali del sistema culturale italiano, mettendo in discussione i modelli produttivi, le condizioni del lavoro artistico e le logiche di valorizzazione economica che ne hanno segnato il contesto. Da qui nasce l’esigenza di condividere e tutelare ciò che sono stati i tre anni dell’occupazione: un patrimonio di pratiche, saperi e relazioni che trova oggi dimora nell’Archivio del Teatro Valle Occupato. L’autogestione organizzata dal basso dagli e dalle occupanti si riflette nella struttura stessa dell’Archivio, che raccoglie circa 27 terabyte di materiali — oltre 20.000 file — prodotti collettivamente durante i 1152 giorni di occupazione. Il fondo è stato successivamente riordinato insieme a Francesca Romana Rietti, cofondatrice e membro degli Archivi dell’Odin Teatret, secondo 6 specifici “sottocassetti” – autogoverno del Teatro Valle, pratiche politiche, pratiche artistiche, formazione/autoformazione, contagio, comunicazione – in un lavoro ancora aperto, che vede il ricorso alla storia orale, mentre la Fondazione Lelio e Lisli Basso curerà, conserverà e renderà accessibile la totale documentazione.
Da queste premesse, prende forma il confronto con Luca Franco, presidente dell’Associazione Archivio Teatro Valle Occupato, che ripercorre e racconta questa memoria in movimento.

Foto di Matteo Nardone

Giovedì 18 dicembre 2025 è stato presentato l’Archivio del Teatro Valle Occupato, nato per raccogliere e rendere fruibile la memoria dei 1152 giorni di programmazione artistica, politica e sociale. Cosa ha significato, a distanza di 11 anni, ripercorrere quell’esperienza e quali responsabilità ha comportato progettare oggi la consultazione di un patrimonio culturale materiale e immateriale nato da una pratica collettiva e di cittadinanza attiva?

Innanzitutto proteggere quell’esperienza ricchissima dal punto di vista politico, sociale, umano e anche giuridico dall’oblio.
Ci sono state, infatti, tantissime esperienze di occupazione “dal basso”, bio-politiche si sarebbe detto un po’ di anni fa, che non hanno lasciato traccia. Per esempio, ci fu un’occupazione, sempre al centro di Roma alla fine degli anni Settanta, di cui non c’è ricordo o testimonianza, il Convento Occupato. Eppure, lì suonarono artisti famosi, Nicolini usava dire che il Convento Occupato (come lo chiamavano i romani del rione) era l’unico spazio culturale della Roma democristiana. Sotto le volte affrescate, suonavano Tony Esposito, Franco Battiato, i Napoli Centrale con James Senese e si tenevano mostre e iniziative teatrali. E questa è stata anche una nostra preoccupazione e forse il nostro incubo. Progettare l’Archivio non è stato un compito facile, per questo ci siamo avvalsi della collaborazione e dell’esperienza di Francesca Romana Rietti, cofondatrice e membro degli Archivi dell’Odin Teatret.

Quali possibili sviluppi futuri immaginate per l’Archivio del Teatro Valle Occupato? In particolare, come pensate il suo rapporto con altre istituzioni culturali e/o universitarie, e quali forme di collaborazione o di attraversamento reciproco ritenete necessario attivare?

Immaginiamo un Archivio aperto, ovvero tante storie del Teatro Valle Occupato, non una sola storia. Per questo è stata progettata anche la raccolta di memorie orali, sia per conoscere coloro che resero possibile quell’esperienza, sia per raccontare l’indicibile, ovvero quello che si provava attraversando la “soglia” del Teatro Valle Occupato, che è qualcosa che si può rendere solo con un racconto in prima persona dove ci siano anche i sentimenti e le emozioni.
Vogliamo fortemente il rapporto con altre istituzioni, infatti, la raccolta delle memorie orali e dell’archivio autobiografico del Teatro Valle Occupato la stiamo facendo in collaborazione con la Prof.ssa Donatella Orecchia dell’Università di Roma Tor Vergata e su ispirazione della Libera Università dell’Autobiografia, dove mi sono formato. Ma in generale vogliamo che chiunque voglia riscoprire quel patrimonio di esperienze, regist_, scrittrici e scrittori, studios_, student_, dottorand_, attivisti etc. Per esempio, su impulso di alcuni student_ e docent_ abbiamo ripristinato il vecchio sito del Teatro Valle Occupato, vittima di cybersquatting, che adesso è di nuovo consultabile all’indirizzo www.teatrovalleoccupato.info.
Il prossimo passo è rendere fruibile tutto il materiale che abbiamo raccolto con la collaborazione della Fondazione Lelio e Lisli Basso.

Foto di Matteo Nardone

La fondazione di un Archivio non solo come deposito, ma come strumento attivo di accesso alla conoscenza di un’esperienza di democrazia diretta in cui il Teatro Valle si è fatto agorà, riattiva oggi il dibattito sui beni comuni culturali e sulle forme di autogoverno.
Secondo voi, quali sono gli insegnamenti più importanti che l’Archivio del Teatro Valle Occupato può trasmettere alle nuove generazioni di artist_, attivist_ e operat_ culturali, nel ripensare oggi il futuro dei beni culturali e il loro ruolo nel dibattito sociale?

Non abbiamo insegnamenti, forse questo è uno degli insegnamenti del Teatro Valle Occupato. Al di là delle battute, una delle cose che abbiamo imparato è che le cose si imparano facendole e facendole in quel momento storico e non prendendo esempio da altri esempi. Ciò che succede adesso o nel futuro è molto diverso da ciò che succedeva intorno al Teatro Valle Occupato. Anche lì c’erano persone provenienti da molte esperienze diverse che volevano in qualche modo riproporre delle modalità di comportamento o delle maniere di “fare politica”. Ma ciò che ne è uscito fuori non è stata solo una sintesi (la dialettica è stata infatti feroce) ma qualcosa di completamente nuovo, per esempio tutta la riflessione sui beni comuni e la sua traduzione in uno statuto per la governance di un teatro “pubblico”. Quindi quello che possiamo lasciare sono i nostri racconti e le nostre riflessioni e la certezza che se le persone si organizzano e cercano di essere sé stesse – e restano unite – non può che venirne fuori qualcosa di buono e potente. Intanto ci siamo ritrovati dal vivo dopo tanto tempo e molte persone hanno risposto al nostro invito, se da questo potranno nascere nuove scintille al momento non si sa, staremo a vedere.

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