ATTRICI> Mi piace raccontare storie Incontro con Agnese Fallongo di Laura Palmieri

Agnese Fallongo. Foto di Paolo Stucchi

Agnese Fallongo, romana, classe 1987, è l’ottava “attrice” a cui chiediamo di declinare questo termine e questo ruolo che, ormai lo sappiamo, ne contiene mille altri e ci racconta, di ognuna delle nostre protagoniste, il modo di intendere questa professione.

Ci incontriamo in un bar, anche famoso,  vicino al Teatro Manzoni  di Roma dove è in scena Circo Paradiso, l’ultimo degli spettacoli della “ditta” Agnese & Tiziano, ovvero Agnese Fallongo e Tiziano Caputo,  che insieme ad Adriano Evangelisti e Raffaele Latagliata , è riuscita a ritagliarsi nell’arco di una decina d’anni un posto ben definito nel panorama  del teatro italiano, portando in scena le piccole storie della gente comune, quelle che però fanno la Storia più grande,  e a conquistarsi un pubblico sempre più ampio che, forse, cerca anche un teatro romantico e popolare.

Agnese, per parlare un po’ del tuo modo di essere attrice, e di come intendi questa professione, partirei, come faccio sempre, dagli inizi, e anche se ti va dal racconto di un percorso più privato. Tu sei romana, però, per esempio, non hai fatto l’Accademia Silvio d’Amico, ma una scuola internazionale. Partiamo da qui.

La musica è stato il mio primo amore, il mio colpo di fulmine, ma ho sempre sentito un forte interesse per l’arte in generale. Non venendo da una “famiglia d’arte”, è stato più difficile orientarmi in questo ambito, acquisire degli strumenti culturali per poter decifrare il mio sentire. Però devo dire grazie alla mia mamma, che mi comprò un pianoforte assecondando la mia grande passione per la musica. Quindi ho studiato pianoforte, poi canto lirico e canto moderno, e da lì mi sono iscritta anche ad un corso di teatro, e quando ho scoperto questo mondo che poteva contenere tutte le altre arti, e che soprattutto non era solo qualcosa di performativo, ma un veicolo per raccontare storie, ho deciso che volevo dedicarmi almeno a provare a diventare una attrice. Avevo 18 anni.

Quale è stata la tua formazione da quel momento in poi?

Provai ad entrare alla Silvio d’Amico, ma non mi presero. Mi faccio anche un po’ tenerezza quando ripenso a quel provino, dove portai niente di meno che Medea, certamente un personaggio non adatto ad una diciannovenne, come mi fecero notare i docenti! Quindi ripiegai sull’Accademia Internazionale di Teatro di Roma, che aveva anche un po’ uno stampo lecoquiano, quindi molto centrato sul corpo. Poi vinsi una borsa di studio per studiare con Carlo Boso Commedia dell’Arte a Versailles, a Parigi, e lì si è aperto un altro mondo. Ho sempre avuto questa vena un po’ internazionale, anche perché per anni ho lavorato con Ondadurto Teatro, una compagnia di teatro open air con cui ho viaggiato tantissimo, non solo in Europa, ma anche in Messico, imparando l’arte del mimo, la danza, l’acrobatica. Tutte queste cose me le sono portate dietro nel mio percorso, che da un certo punto in poi si è concentrato sulla prosa. E lì ho incontrato altri maestri, come Massimiliano Civica, Graziano Piazza, Mimmo Borrelli…

E quando hai capito, invece, che ti piaceva anche scrivere?  Essere l’autrice dei tuoi spettacoli? Tra l’altro in Italia le autrici donne sono ancora relativamente poche, e in generale gli “autori vivi” faticano non poco ad essere messi in scena.

Ho sempre avuto un’attrazione fortissima per tutte le materie letterarie. A scuola detestavo la matematica e mi appassionavo alla filosofia, alla storia, e da ragazza ho frequentato diversi corsi di scrittura creativa. Ma, a parte questo, ho iniziato a scrivere gli spettacoli che interpretavo quasi per sfida, per rispondere in un certo senso alla frustrazione di non essere ingaggiata come attrice. In realtà in questo nostro ambiente si creano dei circoli “viziosi”, per cui se non vieni da una determinata Scuola, diciamo, importante o da quella di un Teatro Stabile, è più difficile lavorare. E dunque, per reagire a questa situazione, ho voluto dimostrare a me stessa, in primis, che sono un’attrice valida, capace di interpretare personaggi di età diverse, che parlano tanti dialetti differenti.  Così è nato il mio primo testo, come un parto d’amore, e da lì ho capito che forse avevo trovato la mia strada, che non era solo di interprete pura, come avevo sempre creduto, ma anche di autrice.
Mi interessa raccontare storie, e mi sento un po’ come una cantautrice. E quando trovo una storia che mi affascina e che penso valga la pena raccontare, uso il mezzo delle interviste.

Agnese Fallongo, Domenico Macrì, Eleonora De Luca, Teo Guarini in “La leggenda del pescatore che non sapeva nuotare”. Foto di Camilla Mandarino

L’attenzione alle storie, a quelle della gente comune, è sicuramente la cifra principale del tuo teatro. Il tuo primo testo, La leggenda del pescatore che non sapeva nuotare, che hai portato in scena con la regia di Alessandra Fallucchi, è nato proprio da una intervista, da un incontro reale.

Da lì è nato il mio interesse per gli ultimi, per le storie non illuminate dai riflettori. Nel cercarle sono molto istintiva e a volte anche un po’ spericolata. Mi è capitato di intervistare delle persone alla stazione Termini, sono andata in un convento di suore perché mi avevano detto che lì c’era una storia che valeva la pena ascoltare. Naturalmente ci sono racconti drammatici o complicati anche in contesti più borghesi o contemporanei, ma io sono attratta di più dagli umili e anche dalle storie antiche.

La trilogia degli ultimi (Letizia va alla guerra, Fino alle stelle, I Mezzalira), è infatti il titolo che raggruppa tre spettacoli che hai realizzato tra il 2017 e il 2021 insieme a Tiziano Caputo, Adriano Evangelisti e Raffaele Latagliata, con cui avete vinto molti premi, ma soprattutto vi siete conquistati il riconoscimento del pubblico.  Parliamo di questa vostra compagnia, gruppo, ditta … in realtà non avete un nome, se non semplicemente quello di Agnese & Tiziano.

Agnese Fallongo in “Letizia va alla guerra”. Foto di Manuela Giusto

Io la definisco una compagine artistica. È un rapporto che si è evoluto nel tempo, quindi non ha preso subito una forma “canonica”, anche perché siamo quattro persone con età e percorsi diversi. Io e Tiziano siamo quasi coetanei, mentre Adriano e Raffaele sono più grandi, hanno più esperienza, e formazioni diverse: Adriano più accademica, Raffaele legata sia al teatro che al mondo del musical. L’incontro con Adriano Evangelisti è stato fondamentale nel mio percorso, ed è stato lui a spingermi a trasformare in uno spettacolo con tre protagoniste femminili Letizia va alla guerra, che inizialmente avevo scritto come monologo. Ormai sono passati quasi dieci anni, ma io all’epoca non credevo molto nelle mie capacità, e invece lui mi ha sostenuto e mi ha incoraggiato a scrivere. Diciamo che ha creduto in me prima di me.

Questo testo è un inno, un’ode alla figura femminile, perché rappresenta tutte le sfaccettature dell’essere donna. Paradossalmente, però, la suora è quella che ha il percorso più erotico, la prostituta è la più candida, la più pura. E poi c’è anche la deflagrazione della guerra che entra nei vissuti e ci fa capire quanto ognuno di noi si trovi, a volte, in balia degli eventi. È in nostro potere, però, decidere come reagire, e queste tre donne così diverse ma anche molto più vicine tra loro di quello che sembrano, alla fine compiono degli atti di coraggio incredibili, come tante donne della storia che sono rimaste nell’ombra.  Anche qui ho preso spunto da storie vere, da donne che ho intervistato e che ho portato in scena con me.

Parlavi dell’apporto fondamentale di Adriano Evangelisti nel tuo percorso di autrice. Come hai incontrato, invece, Tiziano Caputo?

Con Tiziano c’è stato proprio un colpo di fulmine artistico. Tutti pensano che siamo una coppia anche nella vita, ma tra noi c’è solo un innamoramento artistico. Siamo in qualche modo opposti e complementari. Sicuramente la musica ci unisce molto, e anche il nostro interesse per il tragicomico. Per Letizia va alla guerra mi serviva un attore che sapesse cantare, suonare, che avesse capacità sia comiche che drammatiche, e che fosse istrionico nel replicare tutti i dialetti. Insomma non era proprio facile, perché doveva fare una decina di personaggi! Lo vidi in un teatrino off romano, che adesso non c’è neanche più, e mi dissi «questo ragazzo è bravissimo», ma mai avrei pensato che poi avremmo lavorato tutti questi anni insieme.
Tiziano è un interprete straordinario, oltre ad essere molto generoso. Ed è questa, alla fine, la cosa che mi ha colpito di più di lui. Il mio maestro Carlo Boso una volta mi disse «il teatro è l’arte della generosità», cioè quando tra attori ci si mette in luce a vicenda. Ecco, con Tiziano ho trovato proprio la gioia di metterci entrambi al servizio della storia e di illuminarci l’un l’altra, e questa credo che sia una cosa molto rara. E poi è eclettico, sa fare tutto. Per Circo Paradiso ha composto tutte le musiche.

Questa vostra ecletticità – sapete entrambe ballare e cantare – è una cosa abbastanza rara. Il vostro secondo spettacolo Fino alle stelle. Scalata in musica lungo lo Stivale, è proprio un piccolo musical che attraversa tutte le regioni italiane, dunque con i dialetti, ma anche con il recupero di tante canzoni legate alle tradizioni popolari.

Tiziano Caputo e Agnese Fallongo in “Fino alle stelle. Scalata in musica lungo lo Stivale”. Foto di Manuela Giusto

Fino alle stelle racconta un po’ il sogno americano degli italiani, tutta la migrazione italiana negli Stati Uniti. L’ho scritto a quattro mani con Tiziano, ed è stato lo spettacolo che ha consolidato e rafforzato la nostra compagine artistica. All’inizio era più il desiderio da parte di Adriano, e successivamente di Raffaele, di aiutare due giovani talenti a spiccare il volo. Poi, invece, la loro collaborazione è stata talmente fondamentale che abbiamo scelto di continuare in quattro in maniera sempre più intensa. Anche perché noi portiamo in giro quattro spettacoli, quindi viaggiamo su centocinquanta date l’anno, che oggi è tantissimo! Come i Comici dell’Arte, ogni volta cambiamo spettacolo, a seconda delle piazze. L’upgrade l’abbiamo fatto quando abbiamo incontrato il Teatro degli Incamminati, specificamente nella figura di Andrea Ragosta, che ha creduto sin da subito nel nostro lavoro e ci ha proposto di essere un po’ la costola giovane del Teatro degli Incamminati, la compagnia storica di Franco Branciaroli. Ormai sono quattro anni, e devo dire che ci ha aperto tantissime porte. Loro credono molto in noi e questo ultimo spettacolo, Circo Paradiso, è stato coprodotto insieme al Teatro Metastasio di Prato, diretto da Massimiliano Civica, che poi è stato anche mio insegnante. Insomma, anche se non abbiamo ancora un nome, siamo un collettivo artistico a tutti gli effetti, e ci stiamo facendo conoscere a livello nazionale.

Tornando al tuo metodo di scrittura, le tue interviste, che immagino conserverai gelosamente, nella loro integralità, sono anche un importante lavoro di recupero della memoria storica del nostro Paese. Il futuro, voi dite nei vostri programmi di sala, alle volte si raggiunge solo tornando indietro, dunque scavando nella memoria.

Mi fa piacere che sottolinei questo aspetto del mio lavoro. A volte sento proprio di non appartenere a questa epoca e ho sempre avuto una grande fascinazione per le persone anziane, tant’è che ho sempre, o quasi sempre, intervistato gli anziani. Recentemente ho girato il mio primo corto da regista, con Milena Vukotic e Giorgio Colangeli, che appunto parla proprio di questo periodo della vita, della vecchiaia. Perché credo che lo scambio intergenerazionale sia importantissimo, contro questa nostra società che, al contrario, scarta tutto. Invece, per me, parte tutto dalla memoria. Lo scambio continuo con quello che è il passato, per poi raccontarlo in una maniera rinnovata, per me è la vera strada da percorrere. Dopo tutto quello che dal 1968 in poi c’è stato a livello teatrale, raccontare una storia che abbia una trama semplice, fruibile a più livelli, però comprensibile da tutti, è il mio obiettivo, cioè un teatro per tutti. Questo è il teatro che vorrei vedere io e che quindi cerco di fare.

Sicuramente il vostro è un teatro popolare, un teatro popolare d’arte direbbe Paolo Grassi, che in molti hanno cercato e teorizzato nella storia del teatro, anche se non sempre con esiti felici. Definirei però il vostro teatro anche e soprattutto un teatro umano, dove la persona è al centro. Anche nel terzo spettacolo della Trilogia degli ultimi, I Mezzalira, con il quale hai vinto nel 2023 il Premio Nazionale Franco Enriquez come miglior attrice, affrontate un tema importante e dimenticato come quello della mezzadria in Italia, ma sempre a partire da una testimonianza reale e molto “umana”.

Agnese Fallongo e Tiziano Caputo in “I Mezzalira”. Foto di Tommaso Le Pera

Questo spettacolo, con la raffinata e intelligente regia di Raffaele Latagliata, parla di un istituto, che, tra l’altro, in Italia è stata abolito definitivamente solo agli inizi degli anni Ottanta, come ha raccontato anche Alice Rohrwacher nel suo film Lazzaro felice.
L’idea, però, è nata da una intervista ad un signore di 85 anni, un mezzadro pugliese. Nelle mie interviste, di solito, faccio sempre queste due domande, all’apparenza banali, ma che aprono sempre dei mondi: quale è stato il momento più felice della tua vita e quello più triste. Nella quasi totalità dei casi, le risposte coincidono con una nascita per il momento più bello, e con una morte per il momento più triste. Invece questo signore mi spiazzò dicendomi «Il momento più bello della mia vita fu quando sono stato militare a Bari». Perché lui, che veniva da una famiglia poverissima, a Bari poteva andare al Petruzzelli gratis, aveva da mangiare … «e invece il momento più triste fu quando avevo otto anni». E mi racconta che il padre era un mezzadro e che lavorava per un certo Don Cataldo – nome che poi ho utilizzato anche nello spettacolo – e che un giorno per sfamare la famiglia di dieci figli ruba dell’uva, ma Don Cataldo lo scopre, lo segue fino a casa, e davanti a lui e ai suoi fratelli gli strappa l’uva dalle mani e lo accusa di essere un ladro. Un ricordo indelebile: «è stata la prima e unica volta che ho visto mio padre piangere per l’umiliazione». È una storia universale, quella del servo e del padrone, la storia di sempre.

Senti mai il bisogno di affrontare temi più contemporanei?

Certo mi interessa anche la contemporaneità, ma certe tematiche, per me, è come se fossero troppo vicine per esplicitarle in maniera diretta. Perché io credo che il teatro debba essere sempre evocativo e sempre sublimare il reale. Deve essere qualcosa di diverso dalla realtà. E quindi questa distanza temporale, non solo è fascinosa, ma mi permette anche di avere quella distanza per poter parlare di cose contemporanee, senza però collocarle necessariamente nell’oggi. Perché anche il linguaggio contemporaneo secondo me, in alcuni casi, è un po’ povero, o comunque io trovo molta più ricchezza, per esempio, nei nostri dialetti o nello studio di come si parlava una volta, con un certo tipo di attenzione a un vocabolario si popolare, però molto più alto rispetto ad uno slang contemporaneo, che non mi emoziona, non è evocativo.

Se le interviste ti danno la materia prima, le storie da raccontare, poi come procedi /procedete nella costruzione dello spettacolo? Hai un metodo?

Non ho un metodo, o meglio, il metodo sono le interviste. Però ogni volta dipende dalla storia. A volte la storia è arrivata dalle persone, ma non sapevo ancora cosa volevo raccontare, altre volte invece sapevo cosa volevo raccontare, come per esempio nel caso di Circo Paradiso, e sono andata a intervistare i circensi.

Per Letizia va alla Guerra ho fatto una ricerca su tutti gli orfanotrofi che crescevano le bambine orfane nel 1800, ne ho trovato uno a Terracina e ci sono andata, e ho parlato con le suore e con i reduci di guerra…
E poi, nella stesura del testo, l’apporto degli altri è fondamentale. Il mio testo viene sempre analizzato con tutte le sue criticità, tutte le possibili incongruenze, quindi ogni volta per me è come un piccolo esame È proprio come in una “bottega”, dove ci si confronta continuamente, si procede passo – passo per raggiungere un obiettivo comune. Penso che il mio testo, alla fine, diventi un po’ un figlio di tutti.  Sicuramente io lo partorisco, però poi è anche il figlio cresciuto da una comunità.

“Cocci”, backstage. Regia di Agnese Fallongo. Foto di Beniamino Finocchiaro

Hai già accennato al tuo primo cortometraggio, Cocci, che hai realizzato con due attori del calibro di Milena Vukotic e Giorgio Colangeli. Da dove nasce questo desiderio di avvicinarti a un altro linguaggio?

Il cinema, rispetto al teatro, è più internazionale, e questo mi ha sempre affascinato, perché, come ti dicevo, sin dall’inizio ho sentito questo desiderio di uscire dai confini italiani. Il cinema travalica questo tipo di barriere, anche linguistiche. È molto più semplice, per esempio, sottotitolare un film, piuttosto che adattare uno spettacolo in un’altra lingua.
E poi volevo anche sperimentarmi sull’immagine, utilizzare un canale diverso per la regia.
Ovviamente è un linguaggio differente rispetto al teatro, molto più verista, anche se ho adottato la forma della favola, per affrontare tematiche, invece, piuttosto pesanti. Anche qui ho sviluppato un tema che mi sta particolarmente a cuore, quello della solitudine degli anziani, del non lasciare nessuno ai margini. È stato anche un po’ un omaggio ai miei nonni, quindi una storia in parte autobiografica.  Milena e Giorgio, poi, oltre ad essere due grandi artisti, sono due esseri umani straordinari, e non sempre la grandezza artistica è direttamente proporzionale a quella personale!

È chiaro che nel percorso di un artista, nei suoi lavori, c’è sempre anche una componente autobiografica. Quanto è preponderante questo aspetto nel tuo percorso?

Tanto! La mia famiglia, anche se non è una famiglia d’arte, in realtà è una famiglia estremamente teatrale. Mia mamma sarda, mio papà toscano, entrambi con delle storie che sembrano pronte per essere messe in scena. E quella cifra tragicomica che riporto sempre nei miei spettacoli, l’ho presa proprio dalla mia quotidianità. Sono un’appassionata di scienza araldica in senso lato, perché credo che se ognuno andasse alla ricerca delle proprie origini scoprirebbe delle storie da Oscar! Basta intervistare uno zio, un nonno, andare un pochino indietro anche soltanto nella propria storia familiare, e si scoprono dei mondi incredibili.

Quello che stai raccontando mi fa pensare, per esempio, a quel meraviglioso teatro e a quei meravigliosi testi che ci ha lasciato Mattia Torre. Quali sono i tuoi riferimenti, artistici?

Adoro Mattia Torre. Lo considero un poeta moderno o anche un poeta della quotidianità, perché mette sempre in luce questo lato tragicomico della vita che a me piace moltissimo, e che credo sia proprio la chiave per riuscire a toccare un po’ tutti i cuori.
Però, se c’è una fonte dalla quale attingo tantissimo, quella è la musica. Le canzoni dei grandi cantautori come Dalla, Guccini, e soprattutto De André, che considero il “maestro” per antonomasia. Era un intellettuale che però riusciva a parlare a tutti, e sempre con ironia. Come Eduardo nel teatro. Ho letto tutte le sue opere, che hanno una struttura perfetta, e non a caso sono state tradotte in tutto il mondo. Io sono pazza dei suoi testi e della sua scrittura.

Sono cresciuta con i miti di Anna Magnani, Nino Manfredi, Mariangela Melato, Monica Vitti, Totò, Charlie Chaplin. E poi, per esempio, Lina Wertmüller Il suo Vissi d’amore e di anarchia è stato di grande ispirazione per scrivere Letizia va alla guerra.

Non hai citato per esempio Fellini, anche se il vostro ultimo lavoro, Circo Paradiso, fa pensare molto a Ginger e Fred.

Sì certo, Fellini c’è tantissimo, e anche Giulietta Masina. Insomma, tutta quell’epoca d’oro del teatro e del cinema italiano.
E poi, volendo citare anche qualcuno di più contemporaneo, sono una fan, ad esempio, del regista Alejandro González Iñárritu e del suo sceneggiatore Guillermo Arriaga. Mi affascina moltissimo il loro modo di intrecciare storie di persone in diverse parti del mondo, e la loro scrittura raffinatissima, ma anche cruda, in cui c’è poco di poetico.

Tiziano Caputo, Raffaele Latagliata, Adriano Evaneglisti, Agnese Fallongo in “Circo Paradiso”. Foto di Tommaso Le Pera

Chiudiamo con una domanda che faccio a tutte le mie ospiti: se dovessi raccontare che cosa significa per te, oggi, essere un’attrice, un’artista, qual è la cosa che senti più importante di questo lavoro, in questo momento?

Questa è una domanda a cui non è proprio semplice rispondere…

Sicuramente mi piace definirmi più un’artigiana che un’artista, perché è proprio mettere le mani in pasta che mi piace! Per me è molto importante il fatto di essere anche autrice, ovvero capire se ho qualcosa da dire, e se è importante dirlo, se è necessario. Solo dopo arriva il come dirlo.

Per me la cosa fondamentale è riuscire a farsi canale di sogni, di speranza, anche di denuncia quando serve. Quello che cerco in uno spettacolo è una sorta di pacificazione, uno strumento in più a livello umano per comprendere quello che ti ha scosso, turbato. Perché secondo me l’arte ha l’obiettivo di innalzarci un pochino al di sopra del quotidiano, di aggiungere un po’ di luce.  Un po’ come le nostre lucciole del Circo Paradiso che poi sono una metafora di come l’arte, gli artisti, servano ad illuminare le nostre vite.

Quello che è certo è che in questi dieci anni di percorso, oltre ad avere avuto tanti riconoscimenti e l’attenzione di alcuni critici importanti, vi siete costruiti un pubblico di affezionati, che dai teatri tra virgolette commerciali si sta allargando anche a platee diciamo più avvezze al teatro di ricerca.  Che cosa avete intercettato, secondo te?

Secondo me ci riconoscono un cuore pulsante, e questo prescinde da qualsiasi tipo di etichetta. Se una cosa è ben fatta, c’è onestà intellettuale, un’urgenza autentica e un’artisticità e quindi anche una preparazione degli interpreti, il pubblico lo riconosce. Spesso nel nostro ambiente ci sono dei pregiudizi, se non proprio delle lobby. Il teatro invece dovrebbe unire, anche noi artisti.  E il fatto di intercettare un pubblico più “semplice”, per me è un valore aggiunto. La mia vittoria più grande è stata conquistare e “educare” mio papà, che era molto distante dall’ambiente artistico, ad andare a teatro e a riconoscerne la bellezza, a dimostrazione del fatto che non c’è un limite di età per educare al bello. Ora è il mio fan numero uno.

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