Etruria Danza 2026. Come comincia un festival di Carlo Lei

Foto di Vanessa D'Orazi

È di pochi giorni fa, proprio su queste pagine, un articolo di Paolo Ruffini attorno a un importante festival di danza contemporanea appena concluso a Roma (Una danza Fuori Programma di Paolo Ruffini/). Nelle righe di apertura, con la solita precipitosa lucidità, lo studioso parla, sulla scorta di Fichte, di festival come un «corpo a suo modo sociale, una tensione di un corpo plurale». È vero: non bisognerebbe mai analizzare un lavoro di curatela senza dedicare uno spazio di pensiero a questa dimensione. Attraverso un lavoro curatoriale, si consente un rispecchiamento, un riconoscimento del pubblico. Si crea insomma una realtà.

Paola Sorressa, motore della danza contemporanea di Ladispoli e della costa nord laziale, tanto nella formazione quanto nella programmazione, affianca e in qualche modo nutre la propria attività di organizzatrice con quella di coreografa della compagnia Mandala Dance Company, con sede a Ladispoli. Quest’anno Sorressa organizza la prima edizione di un festival che raccoglie in un contenitore più vasto e più impegnativo le numerose energie fin qui sparse in precedenti progetti (i festival Cerveteri in Danza, Ladispoli in Danza, Corrispondenze, Nel cerchio del tempo ecc.) e che si diffonde in territori da Cerveteri a Tarquinia, su fino a Tolfa e Allumiere, più nell’entroterra, da queste settimane fino a settembre. È in questi luoghi, diversi per collocazione e frequentazione, la Villa comunale di Tolfa, Piazza Santa Maria di Cerveteri, il Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia, il Cineteatro Massimo Freccia di Ladispoli, che Etruria Danza si svolgerà in collaborazione con PACT – Parco Archeologico di Cerveteri e Tarquinia e le amministrazioni dei comuni coinvolti. In scena compagnie della danza contemporanea nazionale (Atacama, Balletto di Roma, Petranura Danza, E-Motion, ResExtensa ecc.) e una serata conclusiva dedicata a ospiti internazionali, il 26 settembre.

Foto di Vanessa D’Orazi

La serata d’apertura, lo scorso 16 luglio, si è sviluppata in due spazi del comprensorio di Marina di San Nicola, una sorta di enclave vacanziera di romani nel comune di Ladispoli. Stradine ortogonali asfaltate bene, aiuole verdi anche sotto la canicola, servizio di sicurezza privato in perlustrazione. Il tutto gestito da un consorzio.
Il palco, costruito tra la cosiddetta Villa di Pompeo e la spiaggia, letteralmente a cavallo di un muricciolo che le separa («Di qua il comune di Ladispoli, di là di Fiumicino» fa notare la curatrice) Sorressa porta un trittico di coreografie brevi, raccolto sotto il titolo di Trittico Black and White 2.0.

Il primo lavoro è un breve duo che si interroga sulle dinamiche dei rapporti amorosi, danzato con molta, forse troppa cautela da Alessia Stocchi e Davide Galuppi – si verrà poi a sapere a causa di un’invasione di coleotteri sul palco, alla cui incolumità si è dovuto pur badare: avventure da palco all’aperto!

Vi è poi Border Bodies, in cui tutti e sei i danzatori e danzatrici di Mandala sono in scena, frutto del lavoro condotto da Sorressa con Elwira Piorun dello Zawirowania Dance Festival. È un pezzo più ampio, condotto attorno a una massiccia corda bianca, legata a cerchio, metafora della condizione di separazione tra due gruppi di persone, alcune con costumi candidi, altre in nero. La corda inizialmente divide quei due gruppi, poi li vede impegnati, una volta ceduta quella membrana, nel ricalibrare gli equilibri, le intese e le separazioni.

La terza coreografia, che appare la più impegnativa delle tre, è parzialmente basata sopra un testo pasoliniano, Vivo e coscienza, progetto mai portato a termine dal poeta di Casarsa di un “balletto cantato” su musiche di Bruno Maderna – anch’esse mai realizzate. Già andata in scena per il cinquantenario dello scorso anno, Il corpo danzante: omaggio a Pier Paolo Pasolini è divisa in due sezioni, la prima delle quali riesce a trovare soluzioni di combinazioni dei corpi e di gestione del palco sinceramente drammatiche. Specialmente risultano ben costruite quelle brevi scene che potremmo definire dal carattere infernale, durante le quali ciascun corpo costituisce un elemento di un gruppo, ma sembra dover scontare un proprio personale tormento, e, nel novero degli interpreti, lascia emergere la curvilinea grazia la sicurezza scenica di Silvia Pinti. Immancabili e coinvolgenti le note di Wir setzen uns mit Tränen nieder, dalla Matthäus-Passion BWV 244 di Bach, compositore pasoliniano d’elezione, in questo caso indissolubilmente legato ad Accattone.

Foto di Vanessa D’Orazi

In generale, la danza pensata dalla Sorressa coreografa è tutt’altro che immune dal bien fait, per continuare a seguire le tracce del pezzo di Ruffini. Sembra anzi attenta all’adesione a codici condivisi, qualcuno direbbe accoglienti, ora più caratterizzati da inventiva, un’inventiva sempre legata a una forma di discorso descrittiva e narrativa, ora più epidermici. Il “corpo plurale” del suo festival, analizzato nella tranche verticale del primo appuntamento, del primo palco e della prima platea, sembra aver bisogno di riconoscersi in una danza dalle movenze tranquillizzanti e dalla scrittura pienamente intelligibile. Esso, quel corpo, applaude convintamente ed è catturato da quel riconoscimento di pulizia, di contatto tra i corpi fluido e portatore di energia, di lavoro al suolo, di geometrie ben oliate.

D’altra parte, l’operosità della Sorressa organizzatrice non disdegna un piglio più accattivante: lo si vede nella scelta, la più efficace della serata, di aprire il festival in uno spazio pubblico, “La piazzetta” di Marina di San Nicola, con una breve performance site specific dal titolo IntercettAzioni. Qui, tra la spiaggia nera e l’asfalto, nell’andirivieni delle cene di pizza nei cartoni, delle docce e delle ciabatte, di biciclette e monopattini legati e slegati dalle rastrelliere e di qualche timido e forse ormai tiepido spritz, i danzatori e le danzatrici di Mandala irrompono gentili dentro candide t-shirt, tra le fioriere composte e le panchine, covando un garbato rispecchiamento, ricalcando nel silenzio i gesti dei passanti e traducendoli poi in un momento più schiettamente danzato, su musica diffusa da una cassa bluetooth, a cui sono in molti ad avvicinarsi, qualche cane ad abbaiare, qualche paio d’occhi in un passeggino a restare ipnotizzato.

Foto di Vanessa D’Orazi

Tanto questa operazione di lieve spaesamento, a mo’ di gancio verso una comunità aliena, quanto la più tradizionale messa in scena sul palco della sera, occupato generosamente da villeggianti e amici, suggeriscono un inizio di strutturazione di un corpo, di cui occorre raccogliere le fila e fare tesoro.

Se è vero, come scrive Florian Malzacher, che essere curatori è qualcosa di più che mettere insieme una lista di spettacoli, e lo è, diciamo noi, al di là della volontà del curatore, perché si evoca comunque un significato e si crea una realtà, sarà interessante per gli spettatori arrivare, sera dopo sera, edizione dopo edizione (il finanziamento del Fondo Unico Regionale dello Spettacolo dal vivo è triennale) a capire che proporzioni, che voce, che attitudine avrà o si ritroverà ad avere il “corpo plurale” il “corpo collettivo”, (è sempre espressione di Malzacher), di Etruria Danza. Per chiedersi, dalla platea, rispecchiandosi: chi siamo?

Etruria Danza

16 luglio – 26 settembre 2026
Cerveteri, Tarquinia, Allumiere, Tolfa e Ladispoli

Per tutte le informazioni si rimanda al sito: https://etruriadanza.com/

La testata giornalistica Liminateatri.it è media partner di ASD Profession Dance a sostegno della promozione delle arti performative e della danza contemporanea.
La collaborazione mira a valorizzare il progetto e a rafforzarne visibilità e diffusione.

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