Una creazione scenica sempre attraversata da una rivelazione, ben oltre la contemplazione spirituale dell’ordine in cui va a depositarsi l’insieme degli elementi visivi e coreografici offerti, quello di Irene Russolillo è un rammendo dell’infinito chiamato qui a testimone di una immagine interiore estroflessa, plasticamente liberata dalla forma in canto (con tutta la sacralità iconologica di una analisi profonda del dizionario simbolico di cui si serve), un rituale fonico che ammansisce e trasforma la corporeità pittorica in esperienza sacra.
Allo Spazio Rossellini lo scorso 15 settembre ha avuto il suo debutto romano Fatigue, nuovo lavoro di una delle artiste meno ingabbiate in un tracciato linguistico, così perennemente in movimento anche dai suoi stessi territori d’elezione, sebbene sia sempre chiara, evidente, la ricerca di cui si nutre. E questa compiutezza ha la forza di mantenersi in bilico costantemente tra un certo tratto processuale, quello dell’intenzione, e la finitezza del “ritratto”, la sua cristallizzazione in opera (e sul concetto di opera, nel senso di introspezione lirica, questo come altri lavori di Irene Russolillo posizionano una felice e contemporanea piattaforma sinfonica “autentica”, sicuramente anomala per i canoni classici della tradizione operistica); per certi versi è uno stare sul confine evidenziando la debolezza del concetto stesso di confine, e questo afflato rizomatico accatasta materiali dall’illusorietà del sogno, dalla matericità dei corpi e dalla bellezza della meraviglia componendo un volumetrico disorientamento estatico in dissolvenza carpito da quel «mondo intermedio» caro a Pavel Florenskij. O almeno così mi piace immaginare questa idea di confine smarginato, politicamente senza recinti.

Fatigue si monta come un’azione di insieme, cantori e cantrici e performer sono il magma visivo di una coralità fisica e sonora, una processione ch’è lavoro e trapasso, spostamenti e accenti fonici in un andare proiettivo oltre lo spazio scenico in cui ci troviamo, un tornare alla memoria per riappropriarsi dei suoi edifici interiori, spirituali.
La costruzione del lavoro ha attraversato – come spesso è accaduto per Irene Russolillo – la sua sedimentazione in Armenia e ne riporta la coloritura, un carattere disorientante, l’immaginario (e gli e le interpreti magnificamente dentro l’istmo di uno slittamento espressivo), costruendo tassello dopo tassello una grafia rigorosissima; l’insieme di corpi parlanti e gestuali ci mostrano quel tempo della fatica, il respiro incipiente diventato canto, un respiro recuperato da chissà dove nei reperti archeologici di posture morali di un paese di cui abbiamo il ricordo di trame subordinate alla scomposizione delle immagini, un flusso del “racconto” apparentemente al servizio delle emozioni dove il gesto recupera una spontaneità sottilissima, quasi diventata ieratica, e una danza, quella danza, mediata, assorbita, incorniciata nello sciame di uno sforzo della forma, opposta ma fortemente immolata all’interezza metafisica del verbo ribelle di Sergej Iosifovič Paradžanov, stupisce. Emergono e si cancellano in quelle trame coreografiche tracce ritornanti, e nell’andare pesante carico di storia il corpo si fa portatore di antichi “decori”, in quell’incedere vertiginoso e senza protezione come di un Mosè nella sua scalata verso il monte Sinai dove gli saranno rivelate le dieci parole o il grande lavorio di Noach nel costruire la sua arca sul monte Ararat.

La fatica è prima fatta di sospiri, quasi lamentazioni, un ansimare ritmato che si incunea nelle maglie di una grafia sonora elettronica e di vocalità dilatata di grande portata emozionale, finemente cucita sul baluardo dell’ecfrasi, del combattimento col discorso coreografico creato da Edoardo Sansonne, vero alter ego della coreografa. Un combattimento per esplorare altre potenzialità nella “salita”, per trovare altre parole (suoni, modulazioni gutturali), ancora un riferimento al mio desiderio di trovarvi l’impossibile dialogo di Mosè col roveto ardente o di Noach con le nuvole. E i suoi interpreti armeni ne disegnano il vero spessore espressivo che ritroviamo anche nelle fogge dei costumi. Questa salita è un lasciare e un trovare, scoperta e abbandono, nuove parole e nuovi comportamenti, nuove posture. Il canto diviene poi radice di quei comportamenti, l’uno misura e contrappasso della gestualità, di un tempo lasciato alle spalle ma pronto a presentarsi nella sua ereditarietà arcaica.
Questo è Fatigue, un andare verso, procedere, cercare forse anche con la consapevolezza di non poter trovare, questa d’altronde la spiritualità, una compresenza dell’intangibilità, un movimento. Lavoro egregio e decisamente coraggioso.

Fatigue
progetto, coreografia, scrittura vocale, costumi Irene Russolillo
creazione sonora, scrittura vocale Edoardo Sansonne/Kawabate
danzatori Toma Aydinyan, Andrey Tikhonov
canto Zara Gevorgyan, Luisa Karapetyan
arte tessile Hermine Melkonyan, Piruza Gevorgyan, Hermine Iskandaryan, Anahit Gasparyan, Karine Galoyan
sartoria Gohar Ghazaryan
interventi pittorici Vanessa Mantellassi
coproduzione ORBITA|Spelbound Centro Nazionale di Produzione della Danza, Roma e Henrik Igityan NCA Nationale Centre for Aesthetics, Yerevan
coordinatrice di produzione Nara Makaryan
sostegno in residenza Associazione Culturale Dello Scompiglio, TRAC Puglia, Network Crossing the Sea, Ater Fondazione Partnership High Fest International Performing Arts Festival
supporto MIC Ministero italiano della Cultura, Ministero della Cultura della Repubblica Armena.
Spazio Rossellini, Roma, 15 settembre 2026.