Nel 2012 il Napoli Teatro Festival, allora diretto da Luca De Fusco, dedicò un focus interessantissimo al teatro argentino all’interno del quale l’allora trentasettenne Claudio Tolcachir era presente con tre spettacoli tuttora rappresentativi della sua poetica: L’omissione della famiglia Coleman; Terzo corpo, la storia di un intento assurdo; Il vento in un violino.
Tre testi, poi tradotti da Rosaria Ruffini e confluiti in Una trilogia del living, che conquistarono subito pubblico e critica. Per innovazione e prossimità. Innovazione di metodo e resa, prossimità di caratteri e stati emotivi. Sotto la scorza dei suoi personaggi c’è una verità che ci riguarda e forse un po’ ci infastidisce. Fu come accogliere un evento inatteso in cui si finisce per riconoscersi. Un’onda anomala nel nostro mare.
Siamo noi, anche noi, quando pensiamo di non essere visti, guardati con occhi giovani. Com’è giovane quel teatro argentino nato sulle rovine della dittatura, quando fare teatro significava resistere e provare a cavarsela. Inventandosi soluzioni in autonomia, quasi emergenza, e rimediando spazi dove si può. Casa propria, per esempio.
Nasce così Timbre 4, il suo teatro e la sua compagnia, un gruppo di “teatristi” che partorirà i personaggi guardandosi intorno, per le strade e i quartieri di Buenos Aires, gente comune che tira a campare, soggetti minimi che avrebbero potuto offrire il fianco al minimalismo e invece no. Perché di minimalismo nei testi di Tolcachir non c’è proprio nulla. Ci sono creature che diventano caratteri, salgono a galla dalla mischia indistinta e prendono forma, colori, accenti diversi, ci sono situazioni contingenti che diventano simboliche. Esasperazioni, anche, che sfiorano il grottesco, attraversano l’orrore, annaspano nel malessere, convivono senza riconoscersi.
Succede anche a noi.
Di fare i conti con la solitudine, le tante solitudini zittite da frasi lasciate a metà, col senso latente di inconcludenza, le attese vane e i repentini sbalzi di umore, le nostalgie di libertà, i ricordi che risucchiano il presente scombinando equilibri soltanto apparenti, l’intimità illusoria, lo spaesamento che dilata i contorni ma non guarisce dall’asfissia.

Penso non soltanto alla trilogia citata ma anche a Dinamo, lo spettacolo presentato al Napoli Teatro Festival in una successiva edizione, a quelle tre figure di donne che mi si sono perfettamente scolpite nell’immaginario, penso a Emilia, penso anche ad Anna Cappelli, il testo di Annibale Ruccello scelto non a caso da Tolcachir per Valentina Picello. Coordinate in cui sicuramente rientra Edificio 3, che non ho avuto la fortuna di vedere, ma che della solitudine e dell’incomunicabilità strisciante è espressione.
Stati d’animo universali, drammaturgia giovane, molto lontana dalla pièce bien faite e dal dramma borghese, costruzione che stravolge regole, disattende aspettative, coglie di sorpresa, stupisce, conquista.
Ci sono stilemi che ricorrono come la simultaneità di scene differenti, il sovvertimento dei nessi causa-effetto, la sovrapposizione di lingue, anche inventate, battute sospese, silenzi, saturazione di oggetti, arredi, suoni metallici reperiti tra gli strumenti di tecnologia quotidiana che concorrono a creare un’atmosfera aliena, che si infiltra, persiste e viene inglobata. Normalizzata.
Gli alieni siamo noi.

Ingranaggi di una macchina che ci fagocita, uguaglia, annienta. Che ci rende invisibili come quei disperati rider di Los de ahi, o come José Maria, l’operaio costretto a nascondersi dopo avere compiuto un omicidio, che troviamo in Rabia.
Invisibili dunque, ma mossi da un forsennato desiderio di essere riconosciuti.
Nel primo caso vediamo in scena un gruppo di cinque migranti che lavorano come rider in una ditta di cui non si sa nulla, se non che si colloca nella periferia degradata di una città indefinita, tra cani che abbaiano e sacchi di rifiuti rovesciati da un’automobile di cui avvertiamo soltanto il rumore. Un luogo discarica, sembrerebbe, dominato da una macchina da cui ricevere ordini, indicazioni, indirizzi per recapitare cose che nessuno conosce a qualcuno che parla una lingua diversa, unito a loro dalla sola funzione della consegna. Qualcuno a cui nulla importa delle loro vite, dei loro amori, delle loro storie, figli, sparizioni di figli, stenti e tormenti.

Questo è il punto. Dietro alle macchine ci sono respiri e dolori e amori che gridano, uomini che piangono, donne che cantano, coppie che si abbracciano: ci sono identità che sopravvivono in mezzo ai rifiuti, tra carrozzine vuote, biciclette su cui montare al volo perché quella volta la corsa è la tua, telefoni a cui nessuno risponde, brutte notizie da non poter condividere, risposte che non si riescono a decifrare.
“Non capisco”. E intanto cresce la tensione, come un’allerta che non trova sollievo. Perché è così, quando non riusciamo a capirci, è l’ansia di vivere, la paura, la violenza in agguato.

La violenza che cova nell’animo di José Maria, ingiustamente licenziato, assassino del suo capo. Rabia è un monologo tratto dalla novella dello scrittore argentino Sergio Bizzio e ha visto in scena lo stesso regista che a proposito parla di “un’ossessione durata anni”. Perché «ci sono storie che continuano a tornarti addosso finché non trovi il modo di portarle in scena».
La storia di questo uomo costretto all’invisibilità, nascosto nella ricca casa dei datori di lavoro della fidanzata, è un affondo spietato nei labirinti della mente, quando la rabbia è la sola emozione vitale, quando esplode, incontrollata, e diventa dirimente, causa di azioni estreme che ti costringono a sparire. A non esistere agli occhi del mondo, che invece tu spii, sezioni e inevitabilmente giudichi da un osservatorio franco che però non ti preserva. Perché di fronte alla violenza di cui sei testimone, il silenzio diventa implosione e l’inazione una condanna. Al punto che ti costringe ad agire. A uscire fuori dal tuo nascondiglio e fare giustizia. Ma anche lì nessuno ti ha visto. Nessuno si è accorto che a fare giustizia sei stato tu. Ancora una volta sei stato bravo a nasconderti, hai teso bene la trappola, hai congiurato in silenzio, da solo. Ancora una volta diviso tra la paura di essere visto e il desiderio di esistere, finalmente, agli occhi dell’altro. La chiusa è paradossale e fa persino sorridere, uno scherzo, una beffa che non è bene rivelare. Una specie di colpo di scena contenuto nel testo che potrebbe essere una ragione ulteriore della sua scelta.
Tolcachir, da solo, in uno spazio scarno dominato soltanto da una scala i cui piani rinviano ai tanti luoghi della casa e della mente, dà a parole che nascono letterarie e inverosimilmente traducibili in gesti, la corporeità, la tensione, il ritmo che ci si aspetta dal teatro.
I due spettacoli sono stati rappresentati a Roma, al Teatro India, in un dittico dedicato, lo scorso maggio.
