L’obiettivo che lo spettatore punta su uno spettacolo può penetrare nel vivo dell’opera, accedere a quel cuore attraverso la forma di cui l’opera è sostanziata. Ma se la focale cambia e il quadro si allarga, e si fanno più nitidi i rapporti tra le parti e il mondo, eccoci a retrocedere epicamente alle pareti del teatro, oltre il palco, ecco gli attori e le attrici come uomini e donne, la furia del regista o del tecnico, ed ecco il pubblico, le sue reazioni. Per parlare di Tovaglia a Quadri (nel 2024 candidata al Premio UBU nella categoria Progetti speciali e nello stesso anno vincitrice del Premio dell’Associazione Nazionale Critici Italiani), occorre però fare ancora diversi passi indietro, diventare più che grandangolo, in modo che non solo la storia, la tecnica, la platea, che nel caso specifico è una tavolata che si riallestisce da trentun anni con lo stesso menù toscano, ma anche lo spazio vivo attorno al racconto siano tutti ben visibili, che si dispongano sullo stesso livello, e che la vista si dilati alle nostre spalle, alle case e alle stanze entro cui si parla e si vive, le case della Valtiberina. Senza questo movimento di slargamento di campo a trecentosessanta gradi, ciò che si osserva ci dice ben poco.

Il racconto di quest’anno prende come al solito spunto dall’attualità, principalmente dalla questione dell’educazione sessuo-affettiva, che è stata oggetto della retrograda Legge Valditara (L.104/2026), dalla difficoltà dei giovanissimi di districarsi tra tecnologia e rapporti interpersonali veri, tra gelosia, violenza, possesso e altre incompetenze sentimentali. Il tema non è qui trattato con particolare dovizia di approfondimenti, e il “professore” (Samuele Boncompagni) che mette in piedi una sorta di corso, suddiviso nel duplice canale di “amore” e “sesso”, tenuti rispettivamente da un’ex fricchettona e da una sex worker, deve soprattutto destreggiarsi sotto lo sguardo di un’ispettrice da Roma (Giovanna Guariniello) attraverso una serie di falsificazioni e cortocircuiti sulla traccia del Revizor gogoliano. Il tutto si svolge principalmente in uno spazio centrale del cortile del castello-masseria di Sorci e le modalità con cui questi temi sono affrontati suonano epidermici e tranchant, a partire dalla contrapposizione amore/sesso e da quella ascesi/perversione, impersonata da un camminatore francescano poi convertito in sadomasochista in cuoio nero (Pierluigi Domini), tutto gridolini alla Alvaro Vitali. È materiale che, come si vede, non avrebbe stonato in una commedia sexy dei tempi che furono.
Senonché Andrea Merendelli, regista e autore, e il suo coautore, Paolo Pennacchini, sono due intellettuali. Il primo è direttore del Teatro di Anghiari, studioso dell’emigrazione italiana, dell’anarchismo, collaboratore dell’università, profondo conoscitore del mondo anghiarese, sui cui diversi teatri, stabiliti e poi scomparsi, ha scritto il documentario Rastrelli. Teatri e attori al tempo della peste; non meno dell’aretino Pennacchini, tra i massimi esperti mondiali di beccacce (!) ormai adottato dalla città della Battaglia da tre decenni almeno. Il modo in cui scendono nel triviale, nel testo di quest’anno vuole aggiornare la sboccacciata farsa popolare, dal doppio senso un po’ grosso, dall’allusione sessuale continua. E ciò con un preciso obiettivo comunitario: il pubblico, il riconoscimento del rito, che qui si presenta in panni inattesi, in forme tutt’altro che mistiche o misteriche.

Che il teatro ambisca a essere rito è inutile ripeterlo, una composizione di azioni che assume il proprio valore simbolico perché, vissuta in un unico momento da tutti i suoi membri, è riconosciuta dalla comunità come portatrice di senso. Tali azioni hanno senso esclusivamente in uno spazio comunitario, appunto, sarebbero incomprensibili al di fuori di esso. E tanto il pubblico degli spettatori quanto coloro i quali istruiscono il rito vi si riconoscono parimenti, così che la distinzione tra chi lo inscena e chi vi partecipa smette di esistere. Entrambi lo compiono.
Immaginare Il PESA dell’amore, il titolo di quest’anno, è impossibile escludendo la qualità e il nutrito numero di attori, perlopiù amatori del luogo, e perciò essi stessi incrostati in una “meravigliosa maniera” riconoscibilissima; ma lo è anche senza considerare la specificità del pubblico, metà circa del quale è composta dai cittadini del posto, che affollano le tavolate nelle dieci repliche, tutte esaurite da settimane.
Inutile sarebbe dunque spostare o pensare altrove questo lavoro, non solo lontano dalla cena, ma lontano da quei borghi, nello spiazzo davanti al castello di Sorci, a pochi minuti da Anghiari. Loro, pubblico e attori, ri-conoscono e vivono per l’ennesima volta la storia dell’Anghiarina, la cortigiana virtuosa e caritatevole, o quella del Bottaio che donò il suo gran teschio alla scienza, così come nelle querelle sui diversi “Cammini di San Francesco” all’ordine del giorno. Loro, tutti, di nuovo, sono chiamati in causa, non solo nel momento della messinscena, ma nel tradizionale calendario di selezione della tematica, di attesa della scrittura, di prove quotidiane. E bisogna vedere come s’infiamma il pubblico coi ginocchi sotto il panno d’Anghiari, come si guardano l’un l’altro l’attrice storica del gruppo, oggi a riposo, il parroco e i suoi amici, poi laggiù l’ex sindaco, i giovani camerieri, la malinconica castellana…

Così l’esorbitanza, la crassezza, la ripetitività, l’impurezza di una scrittura che si allontana senza timore dal suo centro, che si impania e si risolleva a forza di scosse di reni, l’improvviso cambio di tono, il gridolino, lo stornello, la tirata (nella lunga sequenza sull’artista anghiarese Vittorangelo Polverini, morto disconosciuto e allontanato dai borghigiani proprio alla vigilia della prima Tovaglia), l’allusione velata e lo sgarro sanguinoso si condiscono sì con la cena toscana («Per me i bringoli son dell’Eleonora», si ipotizza), ma spargono a piene mani i temi nazionali e li involgariscono. E i partecipanti tutti cacciano soprattutto dal sottosuolo i malumori che la comunità rimesterebbe nel torbido delle malelingue e che invece può strillare a pieni polmoni con un rito, chissà, a suo modo catartico.
Chi va a Tovaglia a Quadri deve insomma poggiare il taccuino del critico del testo e della messinscena e diventare osservatore del mondo in cui è affondato, cogliere tanto le battute del cast («Qual è per voi il colore dell’amore? Rosso, giusto. E del sesso? Pure rosso…») quanto quelle del pubblico che risponde («Sarà. Ma per me è il bianco…»). È questo che ci dobbiamo gustare noi forestieri, la doppia declinazione di una comunità viva al di qua e al di là della linea, qui tutta immaginaria, che separa palco da platea.
Se si volesse poi una conferma di questo carattere seriamente burlesco, percorso di una vitalità inesauribile, bisognerebbe fermarsi alla cena degli attori e di tutta la squadra, che si tiene su quelle stesse tavole (da pranzo), fino a notte fonda – o almeno così è stato per l’ultima replica. Le canzoni sono le stesse che hanno inframmezzato lo spettacolo, cantate nuovamente ma forse con un’intensità maggiore, più la struggente Maremma amara (Katia Talozzi si fa pregare ma poi la intona, dal cuore, e commuove), fino a un’inattesa Lugano addio («Eppur la nostra idea / è solo idea d’amor») e Cosa sono le nuvole, ruggita dallo stesso Merendelli. E poi racconti e aneddoti, ora fantozziani ora carnascialeschi o surreali, della materia del Benigni più primitivo, a continuare quell’opera di tessitura del presente di una comunità, da cui siamo esclusi ma che possiamo osservare e invidiare, e che vediamo sgusciare con insolita disinvoltura nel regno tetro dei nostri giorni.