Vi è mai capitato di vedere qualcuno in sella a un cavallo aggirarsi in una biblioteca in cerca di libri, magari per arrivare allo scaffale più in alto?
È capitato a Monica Monasterolo, direttrice della Biblioteca Civica Don Lorenzo Milani, che in quegli stessi spazi sta ospitando gli autori di un’iniziativa da copyright garantito. Fino al 29 ottobre prossimo andrà in scena Le nuvole di Amleto, lo spettacolo di Eugenio Barba presentato all’interno di una finestra dedicata all’Odin Teatret – ODIN TEATRET A TORINO: LA MEMORIA CHE VIVE – Torino per i 90 anni di Eugenio Barba, progetto ideato dall’associazione Il Mutamento Zona Castalia ETS diretta da Chiara Crupi, Luca Vonella e Giordano Amato e realizzato con il contributo della Città di Torino e in collaborazione con le Biblioteche Civiche Torinesi.
Ora, non aspettiamoci i cavalli in biblioteca, lo spettacolo è un altro, ma la portata eversiva e sperimentale che caratterizza tutta la storia dell’Odin, certamente sì.
Ne parliamo con Julia Varley, recentemente insignita del Premio Ipazia all’Eccellenza al Femminile 2026 e dal 1976 anima della compagnia multiculturale fondata da Barba nel 1964, con sede a Holstebro, in Danimarca, operativa in tutto il mondo.

Julia, cominciamo dai cavalli. Ci racconti come era nata l’idea dei cavalli in biblioteca?
A Holstebro facciamo spesso attività legate alla città coinvolgendo le diverse anime del territorio, dalle istituzioni all’esercito ai gruppi rock ai motociclisti. Una di queste fu la Festuge, un progetto che prevedeva che cento cavalli provenienti da tutta Europa percorressero insieme la zona di confine della costa danese, entrando poi in città e persino nei locali della biblioteca.
Cavalli bibliofili che funzionavano come scalette di accesso per altrettanti bibliofili. Uno di quegli eventi che ti fanno dire peccato non esserci stata.
Però è stato testimoniato dal documentario di Stefano Di Buduo, Zona Limite, (in Italia dal 2021 N.d.R.), che ha entusiasmato le autorità torinesi.
E ora nella biblioteca di un quartiere periferico come la Falchera, coinvolto in percorsi di rigenerazione urbana e sociale promossi dalla Città di Torino, sta andando in scena Le nuvole di Amleto, spettacolo ampiamente rodato che debuttò nel 2024 all’Università Iberoamericana di Città del Messico, con un sottotitolo particolarmente significativo, Dedicato a Hamnet e ai giovani senza futuro: discorso che non potrebbe suonare più urgente affrontato attraverso il tema dell’eredità generazionale.
Il nucleo centrale sta attorno alla domanda “come creare un minimo di speranza nel futuro convogliando le proprie energie in qualcosa che costruisce invece di distruggere”. Cosa lasciamo in eredità alle nuove generazioni? La soluzione è uccidere il padre o trovare altri modi più edificanti?
E dai giovani spettatori che tipo di risposta avete ricevuto?
Notano subito che noi usiamo tanta energia, che non lavoriamo al risparmio, e questo li sorprende. In una società dove il risparmio di energie è la regola, sembriamo un’eccezione.

Vi chiedono di potere avvicinarsi in modo più strutturato alla compagnia?
Sì, molti chiedono di farne parte ma poi spariscono in fretta. Per resistere a certi ritmi di lavoro ci va molta caparbietà e autonomia. Il nostro obiettivo è creare una squadra che condivida il nostro lavoro, ma non siamo noi a scegliere gli allievi: sono gli allievi che scelgono noi.
Veniamo alla questione femminile. Lunedì scorso è stato proiettato, nell’ambito di Drammaturgie del destino. Le donne fra scritture della scena e della vita, Women in Action – immagini e storie da Transit-Festival Internazionale di Donne nel Teatro, il documentario diretto da Chiara Crupi prodotto da Odin Teatret che intreccia storie di attrici, registe, donne di teatro da tutto il mondo.
A che punto siamo con la parità di diritti, occasioni, ruoli?
C’è ancora tanta strada da fare. Ci sono meno registe, meno ruoli femminili e le donne percepiscono ancora troppo spesso un salario inferiore ai colleghi. Tuttavia molte conquiste sono state fatte eppure la capacità di autonomia delle donne provoca ancora reazioni contrarie, di difesa e anche di offesa. La violenza contro le donne è un dato di fatto e arriva a non risparmiarne nemmeno la vita.
E allora come difenderci, come reagire?
Cercando un modo poetico che risponda con la bellezza alla violenza. Non certo la bellezza dei tabloid ma quella dell’esperienza in grado di offrire alternative. Creando spazi di incontro e di accettazione della diversità, mettendo in relazione persone che non si conoscono, favorendo il confronto tra culture diverse.
Che è quello che fate con la rete internazionale Magdalena Project che in questi giorni sta celebrando i quarant’anni di attività, un bel traguardo e tanta strada fatta dal lontano 1986 fino a oggi.
La rete è nata a Cardiff in occasione del festival Magdalena ’86, il primo festival internazionale dedicato alle donne nel teatro contemporaneo, che riuniva artiste, registe, drammaturghe provenienti da tradizioni diverse con l’obiettivo di sostenere le donne e mettere in discussione le strutture artistiche dominate dagli uomini, condividere metodologie creative e ridurre l’isolamento professionale femminile. Io sono stata tra le fondatrici ma nel tempo si è verificato quello che chiamiamo l’effetto onda: negli altri paesi ha cominciato a diffondersi la stessa pratica.

La stessa benefica pratica che ha dato origine anche a una rivista, The Open Page: precisamente com’è nata l’esigenza di avere una rivista dedicata?
Ci sono stati due elementi significativi. Uno è che durante le tournée con Eugenio mi ero accorta che quando faceva esempi tratti dalla storia del teatro erano sempre esempi maschili. L’altro è quando ho proposto al direttore di una rivista un articolo su una danzatrice indiana e mi è stato rifiutato con la scusa che si trattasse di un linguaggio troppo personale. Di qui la mia intenzione di sollecitare le donne a scrivere, a incoraggiarle a vincere le remore e l’autocritica. “Comincia a scrivere, a lavorare, perché anche la scrittura non è qualcosa che improvvisamente sei in grado di fare ma si può imparare”.
Com’è organizzata la rivista?
Ogni anno esce con un titolo che introduce un tema teatrale legato alle donne, con parole indicative e con il suggerimento di libri che hanno a che vedere con la storia del teatro legata alle donne. Il prossimo numero si intitolerà Navigare la resistenza.
Ma secondo te esiste davvero uno specifico di scrittura al femminile?
Un discorso in generale non è possibile farlo ma rivendicare il valore di una scrittura personale è invece molto importante. Ora anche nelle università si comincia a valorizzare il punto di vista personale e la scrittura in prima persona.
Tornando all’Odin e nello specifico alla Fondazione Barba Varley, ti preoccupa un eventuale passaggio di testimone?
Per ora non se ne parla perché siamo entrambi molto attivi all’interno della Fondazione, siamo i due motori di una compagnia che si spera raccolga intorno a sé persone che condividano il percorso e il modo di pensare ma siamo consapevoli che questo modo di pensare non si impara velocemente.

Le giornate dedicate all’Odin Teatret fanno parte del progetto ODIN TEATRET A TORINO: LA MEMORIA CHE VIVE – Torino per i 90 anni di Eugenio Barba, progetto ideato dall’associazione Il Mutamento Zona Castalia ETS – diretta da Chiara Crupi, Luca Vonella e Giordano Amato – e realizzato con il contributo della Città di Torino e in collaborazione con le Biblioteche Civiche Torinesi.