Una massa indistinta avanza verso l’Europa, supera uno dei suoi confini più sensibili. Migliaia di persone si muovono insieme verso la frontiera di Ceuta. Corpi che arrivano dal mare, si accalcano, avanzano come un fiume in piena.
Sono immagini impressionanti che sembrano non aver bisogno di spiegazioni e che producono istintivamente paura, sgomento, la sensazione di un’Europa improvvisamente indifesa, vulnerabile, esposta, assediata.
Di fronte a quella vista, la domanda più naturale dovrebbe sorgere spontanea: come è possibile che migliaia di persone sbuchino quasi dal nulla, riescano a concentrarsi in poche ore davanti a una delle frontiere più sorvegliate e sensibili d’Europa e ad attraversarla indisturbate?
È una domanda subito strozzata, elusa da una narrazione del pericolo imminente: l’assedio.
Sorprende la rapidità con cui una crisi migratoria ancora tutta da comprendere diventi, per alcuni, un’occasione propizia per trasformare l’evento in un vessillo, in un simbolo di battaglia. Sembra prevalere l’esigenza di ricavarne un vantaggio politico, piuttosto che quella di provare a capire che cosa sia realmente accaduto.
Mentre le immagini di quella massa di corpi disperati rimbalzano da un continente all’altro, accade qualcosa di altrettanto importante, ma molto meno visibile: il racconto della realtà viene progressivamente semplificato, selezionato, incasellato dentro una precisa chiave di lettura.
È nel passaggio dalla tragedia al suo racconto che Ceuta diventa un caso esemplare.
Perché prima di parlare di assedio, di emergenza, di minaccia alla sicurezza del Vecchio continente, c’è un interrogativo che dovrebbe precedere tutti gli altri: quella domanda, rimasta fuori dall’inquadratura, che non trova spazio nel racconto di Ceuta.
Così scorrono senza sosta le immagini più potenti, che meglio restituiscono la dimensione dell’emergenza: una città invasa che sembra non riuscire a contenere il flusso, cittadini che raccontano la paura di uscire di casa, il timore che la situazione possa trasformarsi in un’emergenza sanitaria.
Ci sono i morti in mare, giovani vite che cercavano di raggiungere a nuoto l’enclave spagnola partendo dal Marocco. C’è la sofferenza di chi arriva in cerca di un futuro migliore, di quanti fuggono da condizioni di vita difficili, che chiedono protezione e, in alcuni casi, asilo politico.
Tutto questo è reale. E tutto questo merita di essere raccontato.
Quello della città assediata, della popolazione impaurita, di migranti che sognano una vita migliore è un racconto che contiene elementi di verità, ma che rischia però di lasciarne fuori altri.
Perché mentre si mostrano le conseguenze di una grave crisi migratoria, rimangono sullo sfondo le cause. Mentre si racconta la paura, poco si indaga su chi l’abbia generata. Mentre si documenta il caos alla frontiera, rimangono senza risposta le domande su come migliaia di persone siano riuscite ad arrivare contemporaneamente fin lì.
Come se il racconto si interrompesse, lasciando inesplorati i troppi non detti sulle cause profonde di una grave crisi migratoria.

Quali condizioni hanno reso possibile gli eventi del 30 e 31 luglio, e quali interessi politici e diplomatici si muovevano, nel frattempo, sullo sfondo?
Eppure, il precedente del maggio 2021, quando oltre 8.000 persone attraversarono lo stesso confine in poche ore mentre le relazioni tra Madrid e Rabat erano precipitate in una grave crisi diplomatica, avrebbe dovuto suggerire una possibile risposta, almeno sollevare interrogativi.
Perché Ceuta non è soltanto una frontiera migratoria. È un territorio spagnolo incastonato sulla costa nord-africana sul quale il Marocco da decenni rivendica la sovranità, insieme a quella di Melilla. È una parte del Mediterraneo in cui la gestione dei flussi migratori può diventare uno strumento di pressione politica. Un’area tra Africa ed Europa in cui si incontrano e scontrano interessi geopolitici, tensioni diplomatiche, strategie di controllo dei flussi.
Per questo, sullo sfondo della crisi di Ceuta, rimangono questioni che il racconto dell’emergenza tende a lasciare inesplorate: il ruolo del Marocco nella gestione dei flussi migratori, il rapporto strategico costruito nel tempo con l’Europa e il nodo irrisolto del Sahara Occidentale. Elementi che aiuterebbero a comprendere una crisi che non può essere ridotta semplicemente a una questione di sicurezza.
In questo complesso scenario, i migranti appaiono, loro malgrado, strumenti di una partita che non controllano. Una formidabile leva di pressione politica e diplomatica.

È questa la Ceuta che le immagini non mostrano, che le voci non raccontano.
Le reazioni politiche sono apparse più orientate a utilizzare la crisi che a comprenderla, gettando benzina sul fuoco su una frattura che da anni accompagna in Europa il dibattito migratorio tra solidarietà e deterrenza, diritto d’asilo e politiche di contenimento.
La crisi ha offerto così una straordinaria occasione di rendita politica. Ogni governo ha guardato a Ceuta attraverso la propria agenda politica perché era troppo ghiotta la tentazione di utilizzare il tema migratorio per rafforzare il proprio consenso interno.
L’Europa continua ad affrontare il fenomeno migratorio senza tenere conto dei fattori demografici, economici, climatici e geopolitici che ne sono all’origine, che nessuna misura di sicurezza da sola sarebbe in grado di risolvere.
L’emergenza di Ceuta è diventata, per i movimenti sovranisti e la destra radicale, una prova dell’inefficacia delle politiche migratorie, e la frontiera un simbolo della vulnerabilità europea.

Quelle immagini hanno generato un sentimento di paura, e la paura può facilmente trasformarsi in consenso.
C’è infine un elemento da non sottovalutare in tutta questa vicenda: il ruolo che i social network hanno giocato in questa complessa partita. Perché i social sono stati uno strumento attraverso cui la crisi ha preso forma mediante la diffusione di mezze verità mescolate a informazioni false. Video e messaggi condivisi su Facebook, Instagram, Whatsapp, TikTok hanno trasmesso e alimentato l’illusione che la Spagna avrebbe aperto le proprie frontiere e che raggiungerla era possibile.
Quando in un ecosistema informativo verità e falsità viaggiano alla stessa velocità, e la disinformazione diventa in grado di prendere un frammento di verità, deformarlo e renderlo più influente della verità stessa, la democrazia è gravemente minacciata.
Sulla vicenda di Ceuta c’è stato un sovrapporsi di diversi livelli, ed è per questo che bisognerebbe analizzarla nel suo complesso.
Occorrerebbe guardare quelle immagini, riconoscerne la forza, ma, al tempo stesso, chiedersi: cosa non stiamo vedendo?
Perché forse è proprio fuori dall’inquadratura che comincia la storia di Ceuta.