Il primo è che si tratti di un lavoro che convoca, senza mediazioni e senza celarle dietro sovrastrutture, pietre angolari del fatto teatrale: il tempo, il rapporto dunque con il ritmo, e con il suono, siano essi imposti o generati dalla presenza del corpo; il corpo, appunto, e la sua vita organica esposta o trasfigurata sul palco; il gesto ora come convenzione, ora come mimesi, ora come dato allusivo o astratto, oggetto di visione; la vista, dunque, la luce, la prospettiva dell’osservatore e lo scorcio scelto per l’esposizione e l’emissione; la presenza/assenza della parola come conglomerato, come strumento privilegiato dell’umano nella comunicazione di un senso.
Questioni, come si vede, capitali, che si impongono immediatamente, perché immediata e letteralmente nuda si presenta, come fatto scenico, la danza di Muette. Il corpo, quello del danzatore e coreografo francese, entra in scena in un abito nero, neutro, del quale, postosi in un angolo, si spoglia, raggiungendo la completa nudità, fatto salvo un cuore, dipinto pure a nero su petto e ventre, che la fatica e il sudore dilaveranno poco per volta, fino a cancellarlo.

Dopodiché, solo in scena per tutto il lavoro, sotto due inflessibili batterie tubi led, quasi costantemente virati da un ambra carico, marziano e a un giallo zafferano, senape, Charmatz attraversa sequenze non narrative, ma travasate l’una nell’altra, sempre in silenzio. In silenzio: o, comunque, in un sistema esente da accompagnamenti o tracce musicali, un silenzio inizialmente imposto anche al corpo stesso, nella sua consistenza materica e biologica, che è come una presenza compressa dentro quella carne, chiusa da una fragile bolla di saliva posta a sigillo della bocca, che non emetterà mai una sola sillaba per tutto il lavoro, e che qui si presenta spalancata a un grido inespresso.
Attorno a quel tappo organico, liquido, che anticipa il copioso sudore sgocciolante a metà spettacolo, si concentra l’attenzione: la bocca e il cavo orale, costretti all’afonia, richiamano a sé il ruolo di scaturigine, di nucleo inceppato. A tentare una compensazione di questa impossibilità espressiva, l’artista si accanisce attorno ai suoi propri connotati, in una foga di smorfie e segni. Così come confessa lo stesso Charmatz nell’intervista allegata al programma di sala, in Muette, rispetto all’installazione Théâtre-télévision (2002) «non è più il volto che partecipa alla danza; piuttosto è la danza stessa a dispiegarsi dal volto».

Superata questa sezione, poi, il silenzio diviene quella condizione che il corpo stesso, con il contatto sul palco e, soprattutto, con l’oggettivazione del respiro, infrange, o forse amplifica e dilata in un ventaglio di complessità. Nella natura del gesto si riflette questa complessità, in una sperimentazione ansiosa e ansiogena, inquieta, delle diverse possibilità del movimento. Il gesto da assoluto scende volentieri nell’allusivo e persino, non di rado, nel mimetico, con tutto il suo carico di patetismo – non lo vediamo succhiarsi il pollice, come un infante?
Così, la dimensione arcaica di un corpo nudo posto nello spazio richiama la significazione della statuaria, e cala fino a dialogare con il corpo sociale delle convenzioni, un corpo persino connotato come occidentale e borghese, che accenna (sarà così?) un’extralingua tracotante, un tentativo di aggirare un inaggirabile silenzio, qualcosa come una lingua dei segni.

Il secondo dato emerso è che, nonostante tutto quanto detto, non è qui il punto del lavoro, Charmatz non indulge in questioni di statuto o ontologiche per farne il centro di Muette, che non si risolve in un lavoro meramente metalinguistico. È un lavoro nel quale tali questioni emergono, per così dire di straforo, nel corso di un tragitto che porge agli spettatori un tema complesso, diversamente nominabile, ma che possiamo riassumere come quello dell’impotenza, di una sofferta incapacità di incidere e segnare un qualche passo, di farsi, metaforicamente, udire e, infine, di significare.
Dalla pluripotenzialità di corpo nudo, per le cui membra passano tutte le dimensioni gestuali di cui si diceva, ora maschera, ora gesto lirico assoluto, ora metalingua, ora mimesi, e che si ritrova comunque sempre gettato nell’insufficienza del mezzo scelto o affidato, ristretto all’unica pulsazione consustanziale alla nostra vita, quella di inspirazione ed espirazione, di diastole e sistole, emerge la più totale e disperata impotenza. Un muro di impenetrabile distanza si interpone, quale che sia il canale scelto per la comunicazione, tanto da far supporre che l’interruzione non sussista solo tra l’emittente e il destinatario, ma, ancor prima, in una falla costitutiva dell’umano, tra un significato irraggiungibile e un significante (dunque un’emittente) fallace, in un costante, reiterato, fallimento. Il senso risulterà pure esprimibile nei suoi dati accessori, ma non in quelli sostanziali, i quali sono destinati a rimanere inattingibili ed ermetici in quel corpo afono. L’impotenza è insomma congenita.

A esso, al corpo in scena, non rimane che invocare, voltandosi verso il fondo e rinunciando infine alla comunicazione con la platea, il Cielo, per rivolgere a esso un solo gesto, simmetrico rispetto a quello impostogli: l’indice poggiato a serrare le labbra, il segno del fare silenzio.
A noi sta invece interpretare se si tratti di un gesto pietoso, di compassione, o di corrusco rimprovero; se quel Cielo si voglia accoglierlo fraternamente in questa nostra dimensione di irrilevanza, o invitarlo ad astenersi, almeno, dal dettare al mondo le sue regole, o a infestarlo con sua presenza – mentre, intanto, il corpo ansante, madido di Charmatz si lascia lentamente escludere dal buio.
Muette
coreografia e interpretazione Boris Charmatz
assistente alla coreografia Magali Caillet Gajan
luci Yves Godin
direttore tecnico Fabrice Le Fur
vicedirettrice di Terrain Hélène Joly
direzione delle produzioni Lucas Chardon, Martina Hochmuth
responsabile di produzione Briac Geffrault.
Con il sostegno di Dance Reflections by Van Cleef & Arpels
Cango Centro produzione della danza Firenze, CND – Centre national de la danse, Chaillot – Théâtre national de la Danse, Charleroi danse, Festival d’Avignon, ImPulsTanz Vienna International Dance Festival, Kunstenfestivaldesarts, MC93 – Maison de la Culture de Seine-Saint-Denis, Le Phénix – Scène nationale de Valenciennes, Romaeuropa Festival, Sadler’s Wells, Tainan Arts Festival, Tanztheater Wuppertal Pina Bausch.
Con il sostegno di La Chartreuse de Villeneuve-lez-Avignon – Centre national des écritures du spectacle.
Con la collaborazione di La Briqueterie CDCN du Val-de-Marne, Centre Pompidou-Metz, Espace Pasolini.
Terrain è sostenuto dal Ministère de la Culture – DRAC Hauts-de-France e dalla Région Hauts-de-France. Boris Charmatz | Terrain è associato alla costellazione della Maison de la Culture d’Amiens.
Romaeuropa Festival, Mattatoio, Roma, da 2 al 4 ottobre 2026.
Lo spettacolo è stato visto il 4 ottobre.
Prossime date:
Festival d’Automne, MC93 – Maison de la Culture de Seine, Bobigny (Parigi), dall’11 al 15 novembre 2026.
Théâtre National de Chaillot, Parigi, dal 10 al 14 marzo 2027.