Ho attraversato questi mesi ritrovando, o trovando per la prima volta, quella certa esattezza del pensiero grazie alle “scritture” di altri e altre, una piccola consolazione a fronte di questo nostro tempo fatto ormai di morti, devastazioni, indifferenza all’orrore e scivolamento nell’ovvio dove i nostri sguardi sono «consegnati all’insignificanza», direbbe Donatella Di Cesare, uno sprofondamento malinconico nell’accezione che ne dà Walter Benjamin capovolgendo cioè il senso stesso del percepirsi nell’adesso e non avere più memoria di un reale spazio dell’accesso e della possibilità di intervento (e il refrain di Donatella Di Cesare è costante).
Nella definizione di memoria “prende corpo” un insieme di vissuti sociali e privati che vanno a definire la nostra stessa identità, quale principio, specifico alveo dal quale motivare le relazioni; una responsabilità, questa, che ci restituisce la pienezza di uno spazio che Hilary Putnam chiama percezione delle persone, quasi uno spazio di ricerca della propria soggettività e del proprio passato, catapultata nell’eticità che quelle relazioni esigono.
Come ricorda Avishai Margalit in L’etica della memoria, «l’etica si occupa di relazioni spesse fra persone, relazioni che richiedono azioni». È una azione, dunque, ri-significare il proprio vissuto alla luce di un incontro (o un recupero) di letture, ascolti, visioni introiettate in quella soggettività estrema, persino da auto-fiction, che ci chiede di guardarci alla luce di intuizioni, sollecitazioni, di scoperte di un altro modo di immaginare e di significarne l’intensità.
Il tentativo è quello di separarsi dalla propria storia per comporre una mappa, un “racconto” intimo nutrendosi di quelle scoperte e intuizioni, un posizionamento sul mondo ch’è politico in quanto condiviso e che mette in questione, problematizza l’idea stessa di identità. Sebbene, per me, l’identità configuri uno spazio etico e allo stesso tempo risponda a tensioni che sono decisamente tangibili, vulnerabili, perché ordiscono “attentati” al corpo e alla memoria di esso.
Questo tentativo malinconicamente estivo passa per avvallamenti e tornanti, tutti filtrati da una percezione condizionata dalla temperie estiva, e sì, questa estate annichilente che mi ha portato inevitabilmente a rifugiarmi nel piacere di un ticchettio di un “ascolto” più accorto di libri, film o album musicali, strumenti che hanno nutrito sia la sfera concettuale che quella più propriamente emozionale. Per questo mi sento di affermare che l’identità è quella certa memoria che non fissa ma espande con una estensione considerevole la trama delle tradizioni. Forte del pensiero di Jonathan Sacks quando ricorda Wittgenstein che diceva a proposito del recupero delle tradizioni danneggiate, ovvero trattasi di uno sforzo ostinato quanto quello di cercare di riparare a mani nude una ragnatela spezzata.
La mia idea di identità, ormai mi è chiaro, è multipla, deborda di tanti me. Come nello spettacolo Verso la specie della compagnia Mòra di Claudia Castellucci (rivisto al festival Vulcana di Stromboli questa estate, ça va sans dire), uno sprofondamento malinconico per recuperare l’accento di Benjamin di una trasfigurazione quasi materica delle figure che insistono nel cercare un ordine nel caos; collocato su di un’area aggettante sul mare, quel rito marziale così rigoroso ipnotico nel gestire passi, ondulazioni, scarti misurati diventa più ancestrale, vero e proprio meraviglioso depistaggio dalla attualità storica. E in questo immergermi senza giudizio in quei segni ripetuti del ballo, mi consegno all’idea di Benjamin di una malinconia come perdita di senso, come attesa mentre la storia ancora una volta si sgretola.

È proprio Donatella Di Cesare a interrogare ancora una volta il linguaggio, lo fa con un volume ch’è al contempo un pamphlet e una dichiarazione emozionale, Il dominio e il dissenso – breve manifesto per chi resiste dove muove un ragionamento cristallino e altamente lucido intorno alle possibilità di dissenso nella società contemporanea, quasi uno strumento ad uso del singolo e delle comunità.
Ci porta per mano facendosi traghettatrice tra la filosofia politica, il diritto e portati teorici, mette in contraddizione la strumentalità dei decreti o anche soltanto dei comportamenti delle politiche di governanti che producono uno scarto rispetto alla cittadinanza, astrazioni della retorica che giustificano un «governo di una parte del popolo su un’altra parte». Nel virgolettato riporto parole di Geoffroy de Lagasnerie tratte da L’anima nera della democrazia – manifesto per un altro ideale politico, una altrettanto incisiva analisi del fallimento della delega politica che il filosofo francese (di quell’area libertaria e di attivismo nei sentieri delle lotte sociali che annovera anche Didier Eribon e Édouard Louis) traduce inchiodando il paradosso della regola della maggioranza nel nostro tempo politico, il paradosso delle procedure direbbe Hannah Arendt.
Due occasioni tangenziali per rimettere al centro in termini minoritari e processuali il “dovere” delle istituzioni nei confronti delle proprie comunità, dispositivi per ridefinire la sovranità e il limite dei rapporti di forza e non lasciarci in balia del potere di turno. Se per la Di Cesare la questione sta nella trasformazione, nella contrazione: «In questo scenario la resistenza comincia dal linguaggio. Occorre allora contraddire la lingua del potere. (…) Contra-dire è interrompere. Non aggiungere parole, bensì smontarle, decostruirle. restituire peso, valore, densità. Ogni potere vuole apparire necessario, razionale, inevitabile. Contra-dire significa rompere questa evidenza, far emergere l’artificio, mostrare che ciò che sembra naturale è costruito, che ciò che appare ovvio è frutto di una scelta politica. Significa interrompere il linguaggio che dovrebbe scorrere senza attrito»; per de Lagasnerie l’arbitraria esposizione dei soggetti alle logiche dei sistemi politici rimanda al pensiero di Henry David Thoreau (e alla sua idea di Disobbedienza civile), il quale introduce nella teoria e nella pratica politica «un sostanzialismo integrale, ne rivendica i propri diritti contro ogni formalismo e ogni legalismo, che possono solo condurre a forme di abdicazione e automutilazione.
In qualità di soggetto politico, ho una responsabilità verso ciò che è giusto, e non verso ciò che mi è stato imposto come legge in seguito a una procedura legislativa, anche se questa procedura è stata compiuta seguendo tutti i crismi: “Il solo dovere del quale posso con diritto farmi carico è di agire sempre seguendo quanto ritengo giusto”».
Sembra essere l’assunto morale del capitano Jorge Silva, ex capo dell’intelligence dell’aeronautica cilena, protagonista dello straordinario film Hangar rojo. Tratto da una storia realmente accaduta nei giorni del golpe di Pinochet, da quell’11 settembre 1973 in cui tutto cambia significato, le parole sono azzerate da una violenza indicibile, le persone entrano nel loop di una macchina repressiva storditi quando non complici; la camera segue gli spostamenti, le perplessità, il disgusto non manifesto di un attore come pochi che riesce ad esprimere l’essenziale persino nel mutismo, col solo sguardo.

Un gioiello di resistenza in tempi da funerale di stato per Ratko Mladić e di strapotere del pop. Scrive a tal proposito Andrea Minuz nel suo Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana: «Oggi non c’è più un angolino di pop che non sia un “discorso”, un “testo”, un “segno” da buttare nell’arena della critical theory e dare in pasto alla vasta disoccupazione intellettuale. Non c’è rimasto un pezzo di pop che non sia preso troppo sul serio, politicizzato, culturalizzato oltre ogni livello di guardia, zavorrato di ideologia. L’industria culturale ringrazia».

Melanconica estate, nulla si fa per sfuggirvi. Al suo planare di rimandi tra parole e suoni, ai preziosi incisi ci lasciamo andare, abbandonati per quel qualcosa che non è più e mentre altro ancora non si manifesta, non lo scorgiamo, come il concetto di contemporaneo sintetizzato con fervida precisione da Giorgio Agamben, uno spazio prossimale non occupabile, sempre sfuggente, è il concetto della prospettiva temporale e spaziale nella tradizione ebraica, secondo cui l’uomo cammina verso il futuro dando le spalle a ciò che deve ancora venire, mantenendo lo sguardo rivolto in avanti verso il passato. Tutto ciò è così melanconico, così struggente, così assoluto.
E struggenti e assolute sono le ultime opere musicali di Niccolò Fabi (Libertà negli occhi), Carmen Consoli (Amuri luci), Tosca (Feminae) e Andrea Lazlo De Simone (Una lunghissima ombra). Il loro lavoro è una parentesi nei cortocircuiti delle produzioni e delle diffusioni radio, sempre così stitiche nel programmare altro rispetto al mainstream, una boccata di ossigeno, uno scrigno fatto di rigore ed eversione, intriso di verità, smaccata verità nella ricerca musicale, quella sorprendete verità ch’è linfa di sé, inevitabilmente, e non caricatura del mercato. Non riesco a capacitarmi del perché accosto questi lavori musicali alla figura di Emmanuel Carrère, forse a quel richiedere attenzione, tempo e sincerità per entrare nel viaggio che ci viene proposto, quella certa dedizione al racconto fatto di digressioni e scontorni personali che insiste nel comporre un magnifico memoriale di esseri umani (Kolchoz), «C’entra il carattere, certo, e ciò che facciamo di ciò che è stato fatto di noi – l’unica cosa che conta, diceva Sartre».

In Fabi, Consoli, Tosca e De Simone troviamo una accurata scomposizione del quadro ritmico, l’effervescenza di musicisti e musiciste (e cantanti ospiti) capaci di muovere in contrappasso le aspettative armoniche, il recupero delle tante tradizioni risolte qui nella più emblematica coloritura popolare, sia mutuando la grammatica ambient verso un eclettismo acustico, sia liberando suoni da archivi mediterranei e sudamericani le tante lingue archetipo e materia in filigrana.
Commuove il grido di allerta di Fabi nell’omonimo brano, quanto il duetto di Tosca con Carmen Consoli in Il giglio, la verbena, il glicine e la rosa, tessitura vocale sublime. Consoli che omaggia il poeta arabo-siciliano Ibn Hamdis duettando con Mahmood in La terra di Hamdis, quanto mai necessario. E De Simone con quella trasparenza poetica che ci trascina in una dilatazione del tempo di uno spazio amplificato dove avvertiamo l’eco di Umberto Bindi e Lucio Battisti, solo in controluce, un umore nella sua libertà inaspettata.
Malinconica estate, che generoso tempo è stato.
