“Ulisse” e il teatro come àncora di umanità Intervista a Veronica Pace di Patrizia Vitrugno

Foto di Francesco Bonomo

Alcuni percorsi artistici nascono da un’urgenza profonda e portano in sé tutta la carica vitale delle cose necessarie. Il lavoro di Veronica Pace appartiene a questa categoria. Regista e drammaturga alla guida della compagnia Shakespeare in sneakers, la Pace porta avanti una ricerca artistica rigorosa e viscerale, capace di abbattere le barriere sociali e di trasformare la scena in un territorio di incontro profondo.
Dopo l’esperienza illuminante di Pinocchio, spettacolo realizzato lo scorso anno insieme a un gruppo di persone senza dimora, prende forma il nuovo progetto laboratoriale: Ritorno a Itaca. Un percorso intensivo di quattro mesi realizzato in collaborazione con la Cooperativa Sociale Il Cigno, che vede intrecciarsi sul palco le storie di persone migranti, individui con fragilità psichiche o storie di dipendenza e giovani artisti under 30.
Nel laboratorio sta prendendo forma Ulisse, spettacolo che debutterà il 30 novembre allo Spazio Teatrale Sala Vignoli di Roma, con una matinée riservata alle scuole organizzata dalla Cooperativa Sociale Nuova Sair.
Il progetto sarà poi presentato l’8 dicembre al Teatro Tor Bella Monaca, il 13 dicembre al Teatro del Lido di Ostia e il 22 dicembre allo Spazio Diamante.

Foto di Francesco Bonomo

In questo suo ultimo lavoro, il mito di Ulisse diventa la lente attraverso cui osservare le fratture e i margini della nostra società, rivelando il valore trasformativo della pratica teatrale.
Da dove nasce l’idea di rileggere questo mito mettendo in dialogo un gruppo così eterogeneo di partecipanti?

L’Odissea che stiamo riscrivendo è, a tutti gli effetti, un viaggio ai margini della società contemporanea. Ogni personaggio che il mio Ulisse incontra rappresenta una specifica condizione umana, una fragilità o un’istituzione con cui si confronta. Il copione nasce proprio ascoltando e raccogliendo le storie dei partecipanti durante le fasi di laboratorio: è un lavoro collettivo di ricerca drammaturgica e artistica molto profonda.
Il nostro Ulisse è un uomo senza dimora che attraversa la città come se fosse un mare aperto. Stazioni, dormitori, sottopassi e sale d’attesa diventano le sue isole. Il suo viaggio non consiste soltanto nel cercare un tetto sotto cui ripararsi ma nel recuperare la propria dignità e il diritto fondamentale di essere riconosciuto. Per fare qualche esempio, Ermes diventa il netturbino che attraversa la città all’alba: conosce ogni vicolo, ogni quartiere e retroscena; è colui che nessuno guarda mai ma che vede tutto, come il dio messaggero, e che all’inizio dello spettacolo mette in guardia Ulisse sotto il portico. La dea Atena prende voce attraverso un’emittente radiofonica notturna (diventando una presenza discreta che accompagna le solitudini della città e orienta Ulisse nel suo difficile percorso verso casa). Nausicaa è l’operatrice sociale che incontra Ulisse nel momento di massima vulnerabilità e riesce a vedere l’uomo oltre il degrado, offrendogli vestiti puliti e l’accesso a una comunità. Circe è una donna che ha vissuto la strada, un’esiliata come lui. E Scilla e Cariddi non sono due mostri ma un bivio narrativo ed esistenziale: da una parte il ritorno in strada con il freddo e la fame, dall’altra l’accettazione di un lavoro umiliante o di un alloggio precario.
Itaca, in questo contesto, non è un luogo geografico ma un processo interiore di ricostruzione identitaria: è quel punto dell’anima verso cui tutti cerchiamo di tendere.

Foto di Francesco Bonomo

Il laboratorio si inserisce nel solco tracciato lo scorso anno con Pinocchio. Che continuità c’è tra queste due esperienze?

C’è una traiettoria narrativa fortemente umana. Se l’anno scorso siamo partiti da Pinocchio, il burattino che desidera diventare un bambino vero, quest’anno arriviamo a Ulisse, l’uomo che attraversa il mondo per ritrovare se stesso. Continuare questo percorso era fondamentale per consolidarne gli esiti sia sul piano artistico che su quello sociale. L’anno scorso abbiamo assistito a piccoli, straordinari miracoli. Ricordo una persona con un passato di grave dipendenza e problemi psichiatrici che, durante le prime lezioni, faticava persino a rimanere sveglia sulla sedia. Quando gli ho chiesto di essere lucido per lo spettacolo perché la sua presenza e le sue parole erano preziose, ha affidato la propria carta di credito agli operatori ed è riuscito, grazie al teatro, a combattere l’astinenza. Il teatro ha letteralmente battuto la droga.

In che modo selezioni i partecipanti al corso e come si struttura la comunità del laboratorio?

Non c’è una selezione nel senso convenzionale: io accetto tutti quelli che si avvicinano. Il laboratorio si tiene nel Centro di prima accoglienza e mensa sociale Madre Teresa di Calcutta gestito dalla Cooperativa Sociale Il Cigno, in convenzione con il Dipartimento delle Politiche Sociali e Salute di Roma Capitale. Qui si è creato un gruppo di lavoro composto da dodici persone, a cui si aggiungono via via uditori o persone che partecipano saltuariamente in base alle proprie condizioni di salute. Nel gruppo ci sono individui con vissuti complessi: ex detenuti che, una volta usciti dal carcere, si ritrovano senza lavoro e senza rete familiare; persone che hanno perso tutto a causa di una dipendenza; o ancora migranti arrivati in Italia dopo viaggi drammatici o segnati da gravi incidenti sul lavoro. Storie che spesso la società preferisce non vedere ma che all’interno del laboratorio trovano uno spazio di ascolto e dignità.

Foto di Francesco Bonomo

Che valore ha questo incontro per i giovani artisti under 30 della tua compagnia che partecipano al progetto?

L’impatto sui ragazzi è fortissimo. I giovani attori di Shakespeare in sneakers si prendono cura dei partecipanti, li affiancano dietro le quinte, condividono con loro le prove. Per dei ragazzi di sedici o vent’anni, ascoltare queste storie dal vivo cambia radicalmente la prospettiva. Imparano a superare i pregiudizi verso chi vive in strada, a non vedere più soltanto un “senza dimora”, ma una persona con il suo bagaglio di dolori, coincidenze sfortunate e sogni. Si crea uno scambio reciproco: i ragazzi offrono supporto ed energia e, in cambio, ricevono una lezione di vita profonda che li porta a maturare una diversa sensibilità.

Qual è la concezione dell’arte che guida il tuo lavoro di regia e drammaturgia?

Credo fermamente che l’arte non debba servire a fuggire dalla realtà ma a starci dentro in modo più umano. L’arte che aiuta davvero non è solo quella che consola ma è anche quella che denuncia, che scuote e che smaschera le ipocrisie, perché non si può guarire ciò che non si ha il coraggio di guardare. Insieme al valore umano e sociale, però, cerco sempre di pretendere il massimo dal punto di vista dell’eccellenza recitativa e artistica. Il cambiamento culturale si fa dal basso, insegnando alle nuove generazioni il rispetto, la bellezza e l’impegno.

Foto di Francesco Bonomo

Se dovessi riassumere ciò che ti aspetti che il pubblico porti a casa da Ulisse, cosa diresti?

L’umanità. Spero che attraverso lo spettacolo si accenda una scintilla e che le persone in sala comprendano che dietro ogni volto che incrociamo per strada ci sono storie che si sono sgretolate per un passo falso o per una fatalità. Gli “invisibili” meritano di essere visti e di avere il proprio spazio. Se riusciamo a far sentire questo abbraccio e a far riflettere su quanto sia facile cadere ma anche su come ci si possa rialzare insieme, allora l’arte ha compiuto il suo dovere.

Ritorno a Itaca è un progetto realizzato in collaborazione con la Cooperativa Sociale Il Cigno, la Cooperativa Sociale Nuova Sair e i Municipi IV, V, VI e X di Roma Capitale. È realizzato con il sostegno del Ministero della Cultura – Direzione Generale Spettacolo ed è vincitore dell’Avviso Pubblico Lo spettacolo dal vivo fuori dal Centro – Anno 2026, promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, in collaborazione con SIAE.

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