“Sputnik Sweetheart”, Murakami va in scena di Alessandra Bernocco

Foto di Federico Pitto

Cosa può indurre un giovane regista alla sua prima regia a mettere in scena un romanzo, con tanto di adattamento di sua propria mano? Me lo sono domandata di fronte al lavoro di Francesco Biagetti recentemente prodotto dal Teatro Nazionale di Genova, Sputnik Sweetheart, tratto da La ragazza dello Sputnik di Haruki Murakami, uscito in Italia venticinque anni fa con la traduzione di Giorgio Amitrano.
Allora Biagetti aveva tre anni e quando lo scoprì, tredicenne, dieci anni dopo, il romanzo era un best seller tradotto in una cinquantina di lingue.
Non ne sapeva nulla, non conosceva l’autore, ma ad attrarlo fu il titolo e l’espressione stupita della bibliotecaria che probabilmente si stava chiedendo che cosa, di quella storia, potesse fare presa su un adolescente.
Ma a volte gli incontri casuali nascondono imperscrutabili indizi che prima o poi tornano a galla, indizi che soltanto a posteriori trovano la collocazione più consona, il loro sviluppo imprevisto ma già presente in nuce.
La storia di Sumire, aspirante scrittrice in crisi che si confida via cavo con un maestro di scuola elementare che la ama non ricambiato, i suoi incontri e i suoi viaggi e i suoi incontri di viaggio, la macinava da tempo.
Sarà stata l’isola greca che nel romanzo è uno snodo importante da averlo indotto a compiere una sorta di viaggio di formazione; sarà il rapporto incorruttibile e misterioso che si stabilisce tra due anime in reciproco ascolto; sarà la passione carnale non corrisposta che allo stesso tempo si rigenera e si sublima; saranno anche qui gli incontri casuali che poi casuali non sono, fatto sta che questo romanzo è diventato uno spettacolo con tre attrici e due attori, tutti diplomati alla scuola Mariangela Melato del Teatro Nazionale, poi riunitisi nel Collettivo Aruanda.

Foto di Federico Pitto

Sputnik Sweetheart è dunque il loro primo test di verifica nonché una sfida giustamente supportata dalla produzione che ha dato loro fiducia malgrado le insidie della scrittura, innanzitutto, che corre sul filo di lunghe telefonate notturne, dialoghi incrociati, condotti in concomitanza, e nonostante i rischi presenti nella dislocazione spaziotemporale che investe la narrazione dall’inizio alla fine e significa viaggio, scoperta, curiosità per nuovi paesi, nuove esperienze e nuove forme e percezioni di sé.
Insomma, le premesse non deponevano a favore della semplicità della messa in scena ma, afferma il regista, “la complessità mi ha sempre affascinato” e il risultato, di conseguenza, è complesso e affascinante.
Complesso perché non facile da ricevere se non si conosce il romanzo, affascinante perché ti guida attraverso una rete di relazioni impreviste ma mosse ognuna da ragion sufficiente.
C’è sempre un motivo per cui due anime si incontrano, si inseguono, si cercano e si aspettano al di là degli eventi, delle fughe, delle assenze e di quello che accade in superficie.
Che sia un amore mai consumato, un desiderio inespresso, eluso, impellente o appena abbozzato, una vocazione confusa che vuole tempo e attenzione, un conflitto interiore che sconfina nella dissociazione, ci sono sempre ragioni forti che muovono azioni e scelte apparentemente casuali.
Ragioni che chiedono alla scrittura scenica un contraltare simbolico chiaro e un apparato scenografico semplice ed efficace: due panche ai lati del palcoscenico, una cabina telefonica al centro, uno scivolo da Luna Park, una doppia scala su cui arrampicarsi per evocare nuovi spazi e nuove visioni.
Senza sacrificare il potere plastico delle parole, dando voce e consistenza all’amore per la scrittura e la letteratura della protagonista, all’inquietudine che nelle parole cerca un equilibrio e una via di uscita.

Foto di Federico Pitto

Sumire sparirà agli occhi degli altri, dell’amica che non ha potuto essere amante, del narratore – maestro che tornerà per cercarla, amoroso sempre, per riannodare le fila di un discorso lasciato metà: nostalgia di un amore, la sua, ma più di tutto nostalgia di parole. Sparirà nell’etere, forse, come la cagnolina Laika imbarcata verso lo spazio nello Sputnik 2 e divenuta oggetto di una favola custodita nel cassetto, ma se la cagnolina è destinata a non tornare, come sappiamo, lei dall’etere farà ritorno, con una voce, sul filo del telefono, che continua a squillare in quella cabina telefonica molto nipponica sempre presente sulla scena.
Da dove arriva la voce non si sa, forse la protagonista avrà indossato una maschera di gatto, come quella degli attori quando non sono coinvolti direttamente nei dialoghi, maschere origami molto belle, che danno vita a creature liminali che «accompagnano la narrazione come emissari dell’altro mondo».
Perché “siamo satelliti”, si dice a un certo punto, ma non possiamo restare soli per sempre. Il richiamo di chi ha saputo ascoltarci è molto più forte. È il compagno di viaggio, lo Sputnik. La distanza che si fa un po’ più prossima, di orbita in orbita, l’affinità elettiva.
I motivi che puntellano il romanzo sono presenti con citazioni, scene sospese, racconti di antiche leggende inseriti nei dialoghi come metafore, non sempre incastrate in una narrazione lineare, ma non era questo lo scopo.
Il blocco dello scrittore, i romanzi di Kerouac, l’attenzione che è più importante della perizia e ancora l’attenzione che sa riconoscere il disagio di un bambino cleptomane, i suoi messaggi trasversali, e poi il talento e la tecnica e il talento o la tecnica e, su tutto, la scrittura come viatico per il pensiero (“Ho sempre scritto per riuscire a pensare”): tutti temi che questo spettacolo sfiora con garbo e curiosità.
C’è pulizia di intenti, una delicatezza che non è superficialità e c’è, mi si conceda l’ossimoro, una sfrontatezza sana e pudica.
Frutto di un lavoro corale evidente, che contempla scene, costumi, luci, musiche e piccole coreografie come il ballo tra le due donne, un momento in cui musica e gesto percorrono appositamente direzioni diverse alla volta di mondi che forse si intuiscono ma non si sono ancora incontrati.
Lo spettacolo, andato in scena alla Sala Mercato di Genova, merita sicuramente una ripresa.

Foto di Federico Pitto

Sputnik Sweetheart

di Haruki Murakami
traduzione Giorgio Amitrano
adattamento Francesco Biagetti, Alfonso Pedone
regia Francesco Biagetti
interpreti Nicoletta Cifariello, Bianca Mei, Davide Niccolini, Alfonso Pedone, Federica Trovato
scene Lorenzo Russo Rainaldi
costumi Lorenzo Rostagno
luci Francesco Traverso
musiche Daniele D’Angelo
consulenza ai movimenti scenici Claudia Monti
regista assistente Dalila Toscanelli
produzione Teatro Nazionale di Genova.

Sala Mercato, Genova, dal 16 all 23 dicembre 2025.

Condividi facilmente: