Lineare, geometrico, infallibile nella direzione d’attore, maestoso e luminoso nelle scelte estetiche. È Il lutto si addice ad Elettra di Eugene O’Neill, nella versione di Davide Livermore che, dopo aver aperto la stagione dello Stabile di Genova (di cui il regista torinese è direttore artistico), inizia la sua tournée invernale.
Già nella scelta iniziale, Livermore fa una dichiarazione di intenti: mi confronterò con la nostra grande tradizione del teatro di regia, oltre che con un testo-monstrum della letteratura drammatica occidentale. Luca Ronconi mise in scena Il lutto si addice ad Elettra allo Stabile di Genova nel 1996, con Elisabetta Pozzi nel ruolo di Lavinia Mannon, oggi in scena nel ruolo di Christine Mannon (allora interpretata da Mariangela Melato). Ma non è l’unica citazione volontaria che Livermore fa della grande lezione registica di Ronconi (accompagnata allora da un programma di sala complesso e voluminoso, ricco di documenti preziosi – pagine di Nietzsche, Freud e Jung, per intenderci -, che costituisce di per sé una traccia di un tempo scomparso).

Grazie al suo lavoro rigoroso e millimetrico, il regista riattiva nella memoria di un certo modo di fare teatro (che coincideva in parte con il magistero ronconiano): un approccio filologico e critico che scioglie il cospicuo studio preliminare nel lavoro maniacale fatto assieme agli attori. Difficile trovare, in questo nostro tempo (se vogliamo escludere Peter Stein, che viene però dalla tradizione tedesca), un regista altrettanto capace di scolpire, nella voce e nel corpo degli interpreti, quello che il testo stesso indica come scavo e orizzonte di senso.
Per quel che riguarda l’apparato scenico, domina un certo gusto neoclassico particolarmente adeguato alla messa in scena del dramma di O’Neill. Ma quel che più conta è la capacità di sviscerare, battuta dopo battuta, la dimensione psichica di un testo-fiume che costò al drammaturgo statunitense un combattimento furioso con la materia: «Quando consideri che in questo lavoro ci sono dodici atti interi – quattro per ciascun dramma – ti rendi conto di come io sia avido di castighi! Ma credo che i risultati giustifichino il travaglio. Questo metodo, che penso di adottare per tutti i miei lavori futuri, mi dovrebbe permettere di spremere il materiale al massimo» scriveva O’Neill al critico George Jean Nathan, uno dei suoi più attenti e pazienti sostenitori. Ecco, nel risultato scenico firmato Livermore è possibile vedere ogni increspatura, ogni cambiamento di stato, ogni sottotesto, dell’opera divisa, idealmente, in dodici atti interi, senza affaticare per questo lo spettatore. E veniamo all’esperienza del tempo. Tre ore e mezza sono il tempo giusto di fruizione di questo tipo di spettacolo. Anche qui leggiamo una implicita dichiarazione di poetica che va contro la tirannia dell’atto unico che non deve molestare troppo lo spettatore: un’ora di consumo spettacolare e tutti a casa tranquilli!

Ma ci sono esperienze che si legano, nella nostra memoria, proprio ad un viaggio nel tempo: pensiamo solo a Strano interludio, altro testo di O’Neill, che Luca Ronconi mise in scena nel 1989, dipanando una lunga sequenza di atti (nove) con una compagnia attori che, da giovanissimi, diventavano vecchissimi nel corso dello stesso spettacolo, il che significava anche dare la possibilità, allo spettatore, di entrare ed uscire dal teatro nel corso di un lungo pomeriggio.
Come è noto, Il lutto si addice ad Elettra (testo del 1931) riscrive l’Orestea di Eschilo ambientandola ai tempi della guerra di Secessione. Ma nelle intenzioni del futuro Premio Nobel per la Letteratura (gli sarà attribuito nel 1936), il modello greco doveva scomparire: «Avevo in mente la trilogia di Eschilo, ma nel disegnare la psicologia dei miei personaggi non ho inteso seguire nessuno dei drammaturghi greci. All’opposto, ho fatto del mio meglio per dimenticare totalmente le loro varie Elettre. Tutto quello che volevo prendere in prestito era il modello tematico di Eschilo e delle antiche leggende, per poi tentare di interpretarlo in chiave di psicologia moderna, con il Fato e le Furie che agiscono all’interno del Fato di ciascuno».

Ecco, di questo lavoro interiore è possibile vedere gli effetti nei pieni e nei vuoti, nelle posture e nei piani d’ascolto di ogni singolo attore: oltre alla già citata Elisabetta Pozzi, Paolo Pierobon (Ezra Mannon), Aldo Ottobrino (Adam Brant), Linda Gennari (Lavinia Mannon) Marco Foschi (Orin Mannon), Carolina Rapillo (Hazel Niles), Davide Niccolini (Peter Niles). Un cast da sogno per un’opera che sa cogliere ogni vibrazione dei personaggi. In linea con la precedente opera di Livermore, Giro di vite. Idealmente, i due spettacoli possono formare quasi un dittico: il lavoro su ‘O Neill prosegue il lavoro su Henry James, producendo come una lunga ininterrotta sonata di fantasmi, dove le ombre e le pulsioni più nere prendono possesso della scena. Tutto questo avviene senza sottolineature grandguignolesche, evitando sussurri e grida. Mostrando, al contrario, la trascrizione, su parola e corpo, del lavoro silenzioso e infallibile dell’inconscio.

Il lutto si addice ad Elettra
di Eugene O’Neill
regia e scene Davide Livermore
interpreti Paolo Pierobon, Elisabetta Pozzi, Linda Gennari, Marco Foschi, Aldo Ottobrino, Carolina Rapillo, Davide Niccolini
costumi Gianluca Falaschi
musiche Daniele D’Angelo
luci Aldo Mantovani
produzione Teatro Nazionale di Genova.
Spettacolo visto al Teatro Ivo Chiesa, Genova, l’11 ottobre 2025.
Prossime date:
Teatro Mercadante, Napoli, dal 14 al 18 gennaio 2026.
Teatro Carignano, Torino, dal 21 al 25 gennaio 2026.
Teatro Sociale, Brescia, dal 27 gennaio al 1° febbraio 2026.
Teatro Rossetti, Trieste, dal 5 all’8 febbraio 2026.
Teatro Del Monaco, Treviso, dal 12 al 15 febbraio 2026.