Non amo usare la prima persona quando scrivo, ma in questo caso, almeno per un preambolo, va fatta un’eccezione doverosa.
Arrivo da Roma a Sansepolcro, cittadina della provincia di Arezzo, nel primo pomeriggio di mercoledì 22 luglio. L’aria è insolitamente mite per essere una giornata nelle sue ore estive più calde, ben diversa da quella che si respira nella capitale, dove la colonnina di mercurio tocca gli oltre 30 gradi anche alla sera. Tutto sembra tranquillo, rilassato, apparentemente silente. Faccio una tappa nel primo Kebab shop che incontro sulla strada. Mi accoglie un sorridente «Kilowatt?» del ragazzo dall’accento straniero dietro al bancone, «Sì», rispondo, e segue un piccolo sconto di 50 centesimi, così, sulla simpatia. Mi dirigo in albergo, verso la Locanda del Giglio, un punto di riferimento per tutti i viaggiatori che cercano ristoro a Sansepolcro. Anche lì, la signora che vi lavora si presenta subito disponibile, molto più di quanto si possa dire di una persona “cordiale”. «Lavoriamo con Luca (Ricci) e Lucia (Franchi) – direttori artistici del Kilowatt Festival, ndr – da trent’anni», mi dice. Insomma, nel giro di venti minuti ho già un’idea molto chiara di dove mi trovo e di cosa un festival è riuscito a costruire nel tempo: un legame felice, un’attesa, un indotto economico sensibile. Quel legame che, per la stessa cittadinanza, è diventato vitale, quindi irrinunciabile.
Luca Ricci e Lucia Franchi hanno dichiarato al termine della manifestazione di aver realizzato quest’anno un festival «perfetto, in tutto». Non c’è carenza di modestia dietro questa affermazione, ma la raccolta di dati reali: «15.000 presenze complessive agli eventi, 6.981 biglietti venduti, tra il 17 e il 25 luglio scorso a Sansepolcro si è scatenata una vera e propria caccia al biglietto per assistere alle 77 repliche dei 69 spettacoli in programma (di cui 26 in prima o anteprima nazionale), con sale piene al limite della capienza e un pubblico intergenerazionale vitale e partecipe (…)».
L’ultima volta che ero stata al Kilowatt Festival dell’Associazione culturale CapoTrave/Kilowatt (tempus fugit, quasi dieci anni fa) il pubblico non era ancora così partecipe. Qualcosa non scattava, si respirava aria di diffidenza. Il festival era una vetrina perfetta solo per gli addetti ai lavori. Quest’anno, no. Nelle due giornate in cui abbiamo partecipato al festival (22-23 luglio) giunto alla ventiquattresima edizione – intitolata Nuovo respiro del mondo – non abbiamo avuto alcun dubbio: si è instaurato un equilibrio perfetto tra la “vetrina” appuntamento annuale per gli addetti ai lavori e il festival appuntamento annuale per un territorio intero.
Non possiamo soffermarci sulla bontà di tutte le attività che sono state realizzate, anche oltre la durata del festival stesso, come il progetto Visionari (che quest’anno ha spento 20 candeline), le residenze artistiche o i laboratori. Tocca almeno ricordare l’omaggio ai 90 anni di uno dei maestri più longevi dell’avanguardia teatrale europea, Eugenio Barba, “padrino” di questa edizione affiancato dalla “madrina” Julia Varley, ai quali, dal 17 al 19 luglio, il Festival ha dedicato tre giornate animate da incontri pubblici, spettacoli, proiezioni, una conferenza-spettacolo e tre mostre.

Particolarmente calzante, per chi scrive, è stato prendere parte all’incontro, il 23 luglio, Desperate Freelance: fare tutto, essere niente? in cui un gruppo di professioniste/i freelance ha provato a rispondere ai dubbi sulle professioni ibride del settore teatrale (curatori/curatrici, organizzatori/organizzatrici, addetti/e stampa, formatori/formatrici), cercando di fare una sorta di ricognizione delle identità, dei desideri, dei problemi e delle azioni che si potrebbero attuare per sensibilizzare i committenti a valorizzare, rispettare, comprendere su più livelli, il lavoro indispensabile pertinente a quelle professioni.
In apertura all’incontro Silvia Albanese ha letto le parole Contro la società dell’angoscia del filosofo Byung-Chul Han, diventato un interprete necessario dei nostri tempi, ovvero, quelli ultramoderni, performanti, angoscianti. Di un’angoscia autoimposta che genera una sorta di regime in cui tutti noi, attori della società contemporanea in cerca di autoaffermazione, restiamo intrappolati, succubi dei ritmi di una vita sempre più competitiva e alienante.
Per discuterne, la community Desperate Freelance, composta tra gli altri/le altre, oltre alla già citata Silvia Albanese, da Elena Lamberti, Emanuela Rea, Stefania Minciullo, Anna Ida Cortese, Stefania Tagliaferri, Elena De Pascale, Alessandro Tampieri, è partita dalla costruzione di un vocabolario comune e di un manifesto sentimentale. Ciascuno, in occasione dell’incontro, anche chi non fa parte ufficialmente del gruppo ma ne condivide valori e problematiche, ha potuto presentarsi e raccontare la propria esperienza nel mondo del lavoro nonché il suo riflesso nella vita di tutti i giorni, anche al di fuori del lavoro stesso. Ciascuno ha dato un contributo importante al dibattito, le parole-chiave pescate in modo casuale sembravano cucite su misura per il tipo di vita e il lavoro svolto quotidianamente da chi, a turno, prendeva la parola: “Tempo”, “poli-lavorosa/o”, “interdipendenza”, “invisibile”, “visione collettiva”, “delusione”. Elemento costante, il riferimento all’essere “ibridi” che produce indifferenza: «quello che è spesso un valore viene visto come una qualità che rende indifferenti», viene detto. Presente all’incontro, anche Laura Trocan dalla Romania in qualità di rappresentante della rete internazionale Pampa (network il cui acronimo sta per Producers, Agents, Managers Performing Arts), costituita da circa 25 membri che si incontrano online periodicamente, lavoratori e lavoratrici dietro le quinte che si sentono “invisibili”.
Di tutt’altro tipo l’incontro partecipato dal Network Europeo Digital On Stage, moderato dal giornalista e critico teatrale Renzo Francabandera, sulle possibili intersezioni tra nuove tecnologie e arti performative, in cui abbiamo ripercorso le tappe di un linguaggio scenico che si è evoluto insieme ai cambiamenti epocali che hanno segnato gli ultimi anni: il formato artistico della performance digitale, spazio di intersezione fra le arti visive, il teatro e le nuove tecnologie, ha visto infatti una grande espansione durante l’era del Covid-19. Tra le numerose performance digitali presentate al festival abbiamo particolarmente apprezzato The Garden Says di Liv Vesterskov, Sara Topsøe-Jensen, Sarah John (Art of Listening) e Michelle e Uri Kranot (TinDrum) che ha ricreato con un’accuratezza tecnologica sbalorditiva un giardino virtuale fruibile in Virtual Reality, sorto magicamente in uno spazio di relazione con l’altro e di esplorazione in senso più ampio, uno spazio che è al contempo fisico e virtuale, analogico e digitale. La performance è stata realizzata all’interno di un edificio molto particolare a Sansepolcro, la CasermArcheologica, luogo della cittadinanza attiva, dedicato alle arti contemporanee, ed esempio di rigenerazione urbana.

A testimonianza di quanto Kilowatt Festival abbia esteso anche nei luoghi urbani di Sansepolcro il suo raggio di azione, non potevano mancare le performance di danza urbana: nella fattispecie, abbiamo assistito a Fuga BWV 565, coreografia di Gaetano Palermo e Michele Petrosino, interpretata da quest’ultimo. Una performance allestita sotto il porticato rinascimentale del Palazzo delle Laudi che ha avuto il sapore di una performance post-moderna, sulle note di J.S. Bach. Davanti ai nostri occhi, il paradosso del muoversi senza andare da nessuna parte. Un tapis roulant, oggetto di utilizzo “domestico”, la fa da protagonista in un luogo esterno ed esteticamente icastico, classico, antico: una de-contestualizzazione che fa rassomigliare l’azione della corsa di Petrosino a un’opera d’arte ready-made.
Altra performance urbana, altrettanto concettuale e tuttavia adatta a un pubblico trasversale, di ogni età, è stata Loop Box di Boombox Squad, collettivo bresciano attivo dal 2013, e del coreografo Mattia Quintavalle Sly. In scena Giacomo Turati, Pietro Fiorenza e Aurora Fregoni hanno dato vita in Piazza Torre di Berta a una divertita, appassionata e partecipata danza. Il trio dallo stile ibrido, contaminato con l’hip-hop, vestito con completo nero decorato da geometrie colorate che ricordano le immagini pittoriche di Mondrian, si è scatenato in una danza sensoriale, ben riconoscibile (di Mattia Quintavalle avevamo già assistito all’iconica coreografia Manifestus): i corpi danzanti, simili a speciali marionette diventano degli ipnotici “arlecchini” contemporanei, dalle movenze scattose e uncanny.

A proposito di uncanny, ovvero di quel sentimento di familiarità generato dagli automi antropomorfi – che all’aumentare della somiglianza dei robot alla figura umana a un certo punto lascia il posto, bruscamente, a un senso di inquietudine e di repulsione (indagato da una ricerca scientifica intitolata Uncanny Valley pubblicata nel 1970 dallo studioso Masahiro Mori, e citata, proprio a teatro, dai berlinesi Rimini Protokoll nel loro omonimo spettacolo visto in Italia nel 2019) – un sorprendente duo di danza ha trascinato il pubblico nell’esperienza più intensa, ironica e conturbante delle due giornate di festival alle quali abbiamo preso parte: Kittens di Angelo Petracca, in scena accanto a Verdiana Gelao, uno spettacolo che rivela una creatività dirompente, che mescola estetica kawaii, social e uncanny esplorando il confine tra fascino e disagio nel mondo online, una tematica che sta prendendo sempre più piede nella danza contemporanea, da Kenji Shinohe in K-(A)-O a Francesca Santamaria in Good Vibes Only (the great effort), soltanto per citare alcune produzioni italiane degli ultimi anni.
Il duo di Kittens richiama con la sua danza sfrenata, totale, ad alto dispendio di energia fisica, l’immaginario delle intelligenze artificiali, dei robot, dei “gattini” virali su sottofondo musicale delle popstar di inizio anni 2000, glitch sonori, musiche da videogame in cui la protagonista potrebbe essere, verosimilmente, la televisiva gattina bianca antropomorfa con fiocco rosso e senza bocca di Hello Kitty, diventata un brand dal successo mondiale. È una danza totale perché ogni muscolo viene attivato: anche gli occhi e i muscoli facciali partecipano con uno sforzo fisico notevole per raggiungere un effetto visivo inquietante, sotto le luci dai bagliori rosa. La performance allegra e stupefacente, dall’energia contagiosa, deflagra quando dall’alto casca un floscio pupazzo con indosso una maglia di Hello Kitty: chissà perché, viene in mente l’indimenticabile scena del “gatto crocifisso” nel film Paz! di Renato De Maria ispirato al mondo fumettistico di Andrea Pazienza.
Infine, è coerente con questa linea tematica distopica, la mise en espace del testo vincitore del premio nazionale di drammaturgia Omissis 2025, menzione speciale Franco Quadri-Premio Riccione per il Teatro 2025: Seg men tar si di Chiara Arrigoni, a cura della regista Ivonne Capece. Così la nota: «Una giovane donna vende parti di sé, sostituendole con protesi clandestine, per pagarsi gli studi. Tutto avviene con calma, precisione, quasi con dolcezza: la parola diventa bisturi e la mutazione sembra inevitabile». Con pochi elementi essenziali, Ivonne Capece è riuscita a trasferire sul testo avvincente di Chiara Arrigoni un’atmosfera da serie tv distopica in pieno stile Black Mirror. Molto bella la scena stilizzata dell’amplesso, che restituisce la materia dei corpi alla luce, con un effetto sagomato ben curato.