Se non sapessimo che è ispirato al mito di Orfeo ed Euridice, Ci vediamo all’alba sarebbe davvero un thriller psicologico. Scritto dalla drammaturga inglese Zinnie Harris e tradotto da Monica Capuani, il testo (titolo originale Meet Me at Dawn) messo in scena per la regia di Davide Livermore, è un esoterico viaggio ai confini tra vita e morte, amore e dolore, desiderio di trattenere e impossibilità di farlo perché tutto è irrimediabilmente finito. Da una parte il sogno impossibile, dall’altra la nuda realtà che pretende un riconoscimento leale e brutalmente rivendica il diritto a esistere. Uno sguardo arreso e pacificato.
In questa storia non c’è pace, non c’è resa: c’è la disperazione di fronte alla fine, la frustrazione, l’impotenza, la rabbia che ti divora dopo che la rimozione ha fallito.
Di fronte alla perdita non c’è consolazione, inutile che ce la raccontiamo. Possiamo anche inventarci una realtà parallela ma non la possiamo abitare, se non rinunciando alla sola realtà che testimonia la nostra esistenza. Nella realtà parallela non c’è condivisione possibile. Siamo soli, dannatamente soli e perdenti.
Non è una tesi, è lo spirito che mi è parso guidare l’autrice reso tangibile da una storia carica si simbolismi, di indizi che non portano mai a una prova, di ipotesi contraddette e rilanciate.

A raccontarla sono due donne che dopo un terribile incidente in mare naufragano su una costa inospitale, una spiaggia deserta, forse un’isola disabitata. Le vediamo subito, a inizio spettacolo, bagnate fradice di acqua vera, a tutti gli effetti protagonista della scena. Vediamo anche il natante, un gommone posto di sbieco, arenato, una zattera mancata, la prova che la salvezza non è stata possibile.
Le due si amano, si vogliono bene, sono una coppia che insieme aveva progetti e ricordi e come tutte le coppie che si vogliono bene anche loro litigano, si fronteggiano, si allontanano e riavvicinano, si attraggono e si respingono, si soccorrono e si accusano. Si chiamano Helen e Robyn e sono interpretate da Anna Della Rosa e Linda Gennari, entrambe di un’intensità commuovente.

Spetta a loro rendere credibile lo spaesamento facendo naufragare anche noi, confondendo i piani, seminando sassolini che indicano una via da percorrere e che subito dopo smentiscono con una sola battuta, trasportandoci verso una rotta diversa. Confermata o contraddetta da presenze spettrali, una donna pazza che non le aiuta, una falena morta appoggiata sul cardigan, un terapeuta addetto al disincanto, una madre, una nonna, persino un figlio ipotizzato e mai arrivato, e tanti oggetti a congestionare i ricordi – telefono, cucina, garage, giardino, sacco a pelo – o a renderli vivi, presenti, incombenti, compressi in uno spazio in cui vita e morte fanno corto circuito.

A tratti sembrano due voci opposte di un pensiero unico in eterno conflitto e forse è così. Forse qualcuno di ottimo umore potrà anche propendere per una chiusa più dolce, dove la memoria e l’amore rendono possibile l’elaborazione del lutto. O almeno ti danno una mano, aprono un varco.
Altri invece non ce la fanno e di questo lavoro, straziante e abissale, accolgono le ombre che a ogni giro di vortice si fanno più scure. D’altronde «l’alba» – scrive Livermore nelle note di regia – «anche quando arriva dopo la notte più terribile, non cancella il buio: lo rende visibile».
Dal punto di vista della realizzazione resta l’ottima prova delle due interpreti che sostengono solidamente una scrittura emotiva, sincopata, che vive di ripetizioni, sospensioni, non detti, una partitura difficile da penetrare, che la regia ricostruisce con precisione intorno alla scena di Anna Varaldo (premio della critica 2025), adeguatamente perturbante come il disegno luci di Francesco Traverso, e in ascolto costante con i suoni e le musiche originali di Roberta Di Mario.

Ci vediamo all’alba
di Zinnie Harris
traduzione e adattamento Monica Capuani
regia Davide Livermore
con Anna Della Rosa e Linda Gennari
scene e costumi Anna Varaldo
musiche Roberta Di Mario
sound designer Edoardo Ambrosio
luci Francesco Traverso
produzione Teatro Nazionale di Genova.
60° Festival Teatrale di Borgio Verezzi, Borgio Verezzi (SV), 28 e 29 luglio 2026 (prima nazionale).
Prossima data:
Teatro Eleonora Duse, Genova, dal 23 al 31 ottobre 2026.