C’è qualcosa di profondamente necessario nel modo in cui ACIDA, simposio lisergico delle arti dal vivo, curato da Camilla Vespa e Piergiuseppe Di Tanno, ha infestato gli spazi cinquecenteschi di Palazzo Benedetti a L’Aquila, lo scorso 20 settembre.
Accolta come capitolo conclusivo e perturbante della quarta edizione del festival Human Dance IV, progetto a cura della compagnia Gruppo e-Motion, ACIDA ha scelto di configurarsi non come una vetrina di performance, ma, sostengono Vespa e Di Tanno, come un «organismo artistico multispecie», un’occasione per sperimentare pratiche, linguaggi, esperienze, visioni e relazioni.
Si tratta di un dato che assume un significato particolare in Abruzzo, dove la vitalità della scena artistica indipendente – ricchissima di collettivi e organizzazioni autonome – sembra essere anche la risposta a un bisogno concreto: costruire dal basso le condizioni per produrre, incontrarsi e continuare a fare ricerca. A ostacolare la comunicazione tra queste realtà non è soltanto la conformazione del territorio, ma anche una rete di collegamenti e trasporti spesso insufficiente, che limita gli spostamenti e le occasioni di incontro tra associazioni relativamente vicine. ACIDA si inserisce quindi in uno spazio fertile ma ancora troppo poco connesso, abbracciando il rischio – inevitabile per un progetto giovane – di sperimentare una forma da (non) definire, di assumere una postura scomoda, che merita di essere indagata non solo in virtù dell’evidente qualità artistica del risultato finale, ma anche e soprattutto per la rete di rapporti che l’evento ha programmaticamente scelto di tessere.

L’esigenza di istituire relazioni con e nel territorio, culminata ad aprile 2026 in un’open call indirizzata ad abruzzesi o residenti nella regione, ha radunato infatti realtà locali con un obiettivo comune: misurarsi con linguaggi ibridi per creare «parentele poetiche», un processo che in alcuni casi ha addirittura favorito la nascita di nuove formazioni artistiche, tra le quali Studio Paxxi, costituitosi appositamente per ACIDA e che qui ha presentato pubblicamente il suo primo lavoro. In altri casi, ha messo in relazione opere e pratiche nate separatamente, tra cui il concerto di Marianna D’Ama e Davide Grotta, intrecciatasi con il lavoro filmico di Lorenzo Pallotta, originariamente autonomo.
È una ricerca, quella di Vespa e Di Tanno, che non si esaurisce però solo nella messa a fuoco di uno spaccato della scena locale, ma si apre all’incontro con artisti provenienti da altre regioni, come i Royal Divorce, collettivo nato a Venezia, che a L’Aquila ha portato la sua Resuscianna. Ed è proprio nella possibilità di un contatto tra realtà eterogenee, non solo artisticamente ma anche geograficamente, che ACIDA sembra aver trovato una delle sue più efficaci intuizioni.
In questo contesto prende corpo una collaborazione tra l’attore e regista Roberto Latini e Doriana Legge, musicista, professoressa associata in Discipline dello spettacolo nell’Ateneo aquilano, nonché direttrice artistica del Festival di Teatro Aria, dove Latini è stato più volte ospite negli ultimi dieci anni.

Lo spettacolo è stato concepito a partire dal tormentato carteggio tra Sibilla Aleramo e Dino Campana: le lettere, sottoposte a un’attenta operazione di montaggio, trovano nelle musiche originali di Legge una corrispondenza magnetica, non un accompagnamento illustrativo, ma una trama sonora capace di entrare in risonanza con la parola, amplificarne le tensioni e infuocare la già elevatissima temperatura emotiva della performance.
Il lavoro è l’ulteriore conferma della principale missione di ACIDA: favorire l’incontro. In questo senso la performance dialoga idealmente con le altre realtà artistiche che il 20 settembre hanno abitato Palazzo Benedetti: dalle derive installative e visuali di Afedia, Gina Babić, Lorenzo Pallotta, Studio Paxxi e Paternò passando per le incursioni corporee dei Royal Divorce, sino alle sperimentazioni sonore di Marianna D’Ama e Davide Grotta, legati da una collaborazione ventennale, e di Eleonora Serani. Una costellazione di certo eterogenea, nella quale la differenza tra codici e stili viene mantenuta come possibilità di attrito, scarto e contaminazione, contribuendo alla nascita di un ecosistema temporaneo che la fitta presenza di pubblico ha confermato come necessario, ora più che mai, nel territorio aquilano.

L’esperienza, proposta sin dal lancio dell’open call come «un’allucinazione collettiva», simposiale per il godimento estetico e antropologico cui mira, scardina la dinamica consolidata della fruizione frontale, introducendo il pubblico ad un’azione comunitaria: un procedere di stanza in stanza che espone il pubblico a una fitta successione di incontri e suggestioni.
La sensazione è quella di dover – voler – liberare l’ascolto e la visione dalle consuete modalità di orientamento davanti all’opera. Non desta allora stupore, avanzando nelle stanze di Palazzo Benedetti, constatare come da ACIDA scompaiano line-up, programmi di sala o QR-code, e con essi una parte della grammatica informativa che di norma accompagna il pubblico sino alla soglia dell’evento; permane invece un senso comunitario di disorientamento, l’esigenza di comporre la propria esperienza scegliendo come abitare lo spazio, con quali tempi, secondo quali traiettorie.
La vertigine provocata dalla sottrazione sistematica di coordinate di riferimento diviene, in ACIDA, la condizione preliminare e imprescindibile per interrogare l’opera, l’artista e il luogo.

L’originalità dell’evento non risiede allora soltanto nella promessa – mantenuta – di un’esperienza straniante, o nella magmatica proliferazione dei linguaggi, ma nella possibilità di alterare, anche solo temporaneamente, i rapporti consueti tra opera, spazio, artiste, artisti e pubblico, ribadendo la voglia di esserci e compartecipare.
Ciò che rimane dell’edizione zero di ACIDA, che promette di essere il capitolo incipitario di una militanza artistica radicata sul territorio, non è esclusivamente il collasso dei tradizionali formati di fruizione dell’evento spettacolare, ma la nascita di una nuova comunità. È la diretta risposta all’urgenza creativa, comunicativa e relazionale non solo di Vespa e Di Tanno, ma di artiste e artisti di provenienza varia, e di un pubblico che sembra cercare una nuova dimensione culturale cui appartenere.
Se l’evento si consuma nel tempo di una sera, gli scambi che produce non necessariamente sono destinati a esaurirsi con esso: è forse anche grazie a questi incontri che ACIDA continuerà a esistere, oltre la durata della sua prima allucinazione.