Carla Tatò se n’è andata lo scorso 13 agosto 2026, lasciando una memoria intima e comunitaria da continuare a interrogare, a mettere in movimento, affinché possa produrre “ancora” domande, incontri, affetti, senza cristallizzarsi.
Questo ricordo non vuole ricostruire la genealogia teatrale di Carla Tatò. Lo fanno già, e continueranno a farlo, lezioni estetiche, pedagogiche, teatrali che attraversano la sua lunga storia: dal giovanissimo esordio con Carmelo Bene al teatro di quartiere fondato con Dacia Maraini, dal teatro di strada con Gian Maria Volonté fino all’incontro d’arte e di vita con Carlo Quartucci. Non vuole nemmeno aggiungere un altro capitolo a quella storia.
Questo pensiero vorrebbe piuttosto soffermarsi su un’altra genealogia, più piccola e forse più difficile da raccontare: quella degli incontri, delle amicizie, delle affezioni che attraversano le generazioni. Quella che si crea quando una piccola donna incontra una donna adulta e, senza volerlo, le lascia qualcosa che non assomiglia a una lezione. Così è stato per me, che ho incontrato Carla Tatò nel 2021, aprendomi a un modo di intendere la vita senza compromessi, perseguendo ideali e urlando nelle e per le piazze, ESSENDOCI.
È difficile distinguere quanto di quello che ho imparato da Carla appartenga al teatro e quanto invece alla vita. Il femminismo, anzitutto: quello del teatro fondato con Dacia Maraini, degli scambi con Carla Lonzi, del sodalizio artistico e amicale con Giovanna Marini, del lavoro su Nora Helmer come atto di emancipazione per lei stessa e per le “borgatare”, di una pratica che non separava la scena dalle domande sul mondo. Da Carla ho imparato a non addomesticare la curiosità, a restare incandescente davanti alle ingiustizie sociali, a cercare “ancora” quando una risposta sembra già trovata. Mi ha formato senza mai mettersi nella posizione di chi forma: forse è questa la cosa più preziosa che può accadere dentro un’amicizia tra generazioni.
Carla per me era insieme tante Carla: “narrattore”, femminista, viaggiatrice, visionaria, castellana. Non riesco a separarle, perché tutte entravano nei nostri incontri e nelle nostre conversazioni. È proprio questa molteplicità, sinonimo di vitalità, che vorrei conservare: non una figura posata e cristallizzata da consegnare alla memoria, ma una persona “ancora” capace di muoversi dentro le storie, nelle domande, negli affetti.
Ora mi piace pensarla con Carlo Quartucci sul loro camion bianco, fra le borgate disastrate, con il cuore a mille e le ruote sulle strade sterrate.
Ciao Carla, sei solo partita per un nuovo viaggio.
