DISCHI DI TEATRO>Mistero Fo. I dischi dimenticati di “Mistero buffo” (seconda parte) di Fabio Acca

La Comune, “Mistero buffo”, di Dario Fo (La Comune,1971)

La povertà produttiva che caratterizza i dischi di Mistero buffo, con cui ci siamo lasciati nella precedente puntata di questo racconto, non va necessariamente rubricata sotto il segno di una progettualità debole, o peggio fallimentare. Al contrario, risponde a una logica dalle sfumature politiche, di cui lo stesso Mistero buffo era espressione, in linea con il contesto nel quale Fo e Rame, a partire dal 1968, avevano scelto di operare. Fuori dai circuiti ufficiali del teatro, quelli allora definiti “borghesi”, e a stretto contatto con i “compagni” di una sinistra rivoluzionaria inizialmente legata a doppio filo al PCI, poi via via più autonoma, extraparlamentare, radicale e critica rispetto al Partito di Berlinguer.

Nel modo in cui questi dischi suonano c’è infatti qualcosa che Antonio Fanelli e Jacopo Tomatis, riferendosi alla discografia antagonista alla quale questi dischi appartengono di diritto, hanno definito «uso politico del suono». Un uso non meno importante dei contenuti veicolati. La differenza espressa da dischi di questo tipo, il loro dissenso, passa anche attraverso «una rottura con i canoni del “bel suono discografico” delineati dalla discografia commerciale: le scelte su come registrare le voci, (…) come disporre (o non disporre) i microfoni (…) sono scelte politiche. Essi sono concepiti, registrati, confezionati e distribuiti per essere diversi: antagonisti non solo nei confronti degli avversari politici, ma anche della stessa industria musicale con la quale, inevitabilmente, devono confrontarsi».

Da una prospettiva insieme pragmatica e militante, il pauperismo appena descritto ci dice però anche un’altra cosa. Quei dischi valevano per quel che valevano, nel senso che venivano realizzati anzitutto per ragioni funzionali, più che per ambizioni propriamente artistiche, e con investimenti ridotti al minimo indispensabile. Erano strumenti di circolazione, lavoro, mobilitazione, memoria e autofinanziamento. Venivano venduti direttamente dalla compagnia – spesso dalla stessa Rame – nei banchetti allestiti in occasione degli spettacoli, se non addirittura dal palco, a spettacolo finito e prima dell’immancabile dibattito successivo. Al pari dei libri, rappresentavano una risorsa significativa per il sostegno di un’impresa teatrale indipendente come quella costruita in quegli anni eroici da Fo e Rame.

La consuetudine con il disco, per la coppia, non nasce peraltro con Mistero buffo. La cultura fonografica attraversa la loro esperienza artistica almeno dalla fine degli anni Cinquanta, quando Fo entra in rapporto con la nascente canzone popolare d’autore e con la scena del cantautorato milanese, da Ornella Vanoni a Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci. In quell’orizzonte non rientrano però soltanto canzoni, ma anche materiali più propriamente teatrali, estratti da spettacoli, registrazioni, forme ibride di circolazione della voce.

Dario Fo e Franca Rame, “Le canzoni di Fo” (Ricordi, 1962)

Con l’avvicinarsi della stagione più apertamente politica, questa familiarità con un medium ormai sempre più diffuso come il disco assume un profilo più esplicitamente antagonista, nei contenuti come nei modi di produzione. Lo dimostra la collaborazione di Fo con Gianni Bosio e il Nuovo Canzoniere Italiano, da cui nasce nel 1966 Ci ragiono e canto, spettacolo diventato anche disco per i Dischi del Sole. Lo conferma il consolidarsi del rapporto, fin dai primi anni Sessanta, con Nanni Ricordi, figura decisiva della discografia italiana, che dal 1968 avrebbe avuto un ruolo di primo piano anche nella costruzione della nuova avventura di Nuova Scena fuori dai circuiti teatrali ufficiali. «E forse sarà un po’ per colpa di Nanni» – afferma Giangilberto Monti – «se la ditta di famiglia inizia a pensare che le canzoni degli spettacoli possono diventare un ottimo veicolo commerciale». Per Fo e Rame il disco non era un oggetto estraneo da scoprire all’improvviso, ma un terreno già praticato. Restava solo da portarlo dentro una piena dinamica militante.

A partire da questa stagione più politicizzata fu in realtà soprattutto Rame, ancora prima di Mistero buffo, ad avere l’idea di registrare gli spettacoli, spinta da quella formidabile e quasi compulsiva vocazione archivistica che oggi, a distanza di anni, possiamo solo benedire e che ha dato vita a quello straordinario patrimonio di documenti raccolto nell’Archivio Franca Rame e Dario Fo. In prima battuta, quelle registrazioni servivano come strumenti di lavoro, utili al perfezionamento della performance attoriale e alla continua messa a punto dello spettacolo e del relativo copione. Ma divennero presto materiali da trasformare in dischi, da vendere insieme ai “testi”, così da contribuire concretamente alla tenuta economica del progetto teatrale.

Franca Rame alla Palazzina Liberty nel 1976. Sullo sfondo si intravede il banchetto per la vendita dei libri e dei dischi (fotogramma tratto dal servizio Rai “Mistero buffo alla Palazzina Liberty”)

Per diverso tempo un disco a 33 giri venne venduto mediamente al prezzo politico di mille lire, più o meno otto euro di oggi, circa un quarto del prezzo di un LP acquistato allora nel mercato ufficiale. Ai tempi della Palazzina Liberty, nel 1976, l’intera serie di cinque dischi di Mistero buffo pare fosse proposta a seimilacinquecento lire. Cifre assai contenute, pensate per rendere quanto più accessibili questi oggetti a un pubblico popolare, militante, spesso giovane. Tuttavia il risultato, sul piano della distribuzione e della resa economica, non era affatto trascurabile. Lo dimostra empiricamente anche il numero importante di ristampe di Mistero buffo realizzate nel corso degli anni e la quantità di copie ancora oggi reperibili nel mercato dell’usato, segno di un interesse tutt’altro che episodico.

Lo ricordò Franca Rame nel 2005, rievocando una sera degli anni Settanta al Palazzetto dello Sport di Reggio Emilia, dopo uno spettacolo davanti a più di cinquemila persone. Rientrata in albergo, venne chiamata a gran voce dal direttore di scena. Lei si affacciò da una finestra e lui, dal basso, le lanciò una copertina di dischi piena di denaro, gridando: «Abbiamo incassato un milione!». A Cagliari, nel 1973, il ricavato di una serata fu addirittura di un milione e cinquecentomila lire, secondo la testimonianza di Piero Sciotto, musicista, cantante, attore e stretto collaboratore di Fo e Rame a partire proprio da quell’anno. I vinili, venduti a prezzi molto modesti e fuori dai canali ordinari dell’industria culturale, potevano produrre introiti tutt’altro che simbolici. Se ne vendevano tantissimi, migliaia e migliaia. Il risultato, economicamente parlando, è facile da immaginare, considerando anche – diciamo così – una certa disinvoltura amministrativa su cui simili forme di mercato informale potevano contare in quegli anni.

Il progetto discografico a cui Mistero buffo contribuì in modo decisivo coincise, di fatto, con la nascita di una delle esperienze indipendenti più radicali della discografia italiana. Naturalmente qualcosa si era già mosso. Pensiamo, per esempio, ai già citati Dischi del Sole, l’etichetta che dal 1962 aveva già aperto la strada a una diversa idea di produzione e distribuzione fonografica. Ma con Fo e Rame lo scarto si fa ancora più netto. I due, prima con Nuova Scena e poi con La Comune, cominciarono a stamparseli da soli, quei dischi, e venderli direttamente durante gli spettacoli. Senza mediazioni particolari, senza negozi o librerie affiliati, senza promozione tradizionale, senza l’ombrello rassicurante di una casa discografica propriamente detta. Una filiera corta, cortissima, quasi proto-indie nella sua immediatezza: si fa lo spettacolo, si registra, si stampa – come dice Sciotto – con “il necessario per fare un lavoro pulito”, che poi proprio pulito non è; poi si porta il disco al pubblico e lo si vende lì, nello stesso contesto in cui è nato. Non è facile trovare, in quegli anni, qualcosa di davvero comparabile.

Alcuni dischi prodotti negli anni Settanta da La Comune: “Fedayn” (1972), “Basta con i fascisti!” (1973), “1° Guerra di popolo in Cile” (1973)

Del resto, i numeri su cui Fo e Rame potevano contare rafforzavano questo meccanismo, pur dentro una struttura autogestita. Durante la prima stagione, 1968-69, Nuova Scena totalizzò duecentoquarantamila presenze, che l’anno successivo diventarono trecentomila. Non proprio un circolo carbonaro per pochi iniziati. Era un pubblico enorme, diffuso, politicamente mobilitato, ma anche concretamente raggiungibile. In quel contesto il disco offriva la possibilità di “portarsi a casa” lo spettacolo, facendolo circolare in un’altra forma, riascoltandolo, prestandolo, regalandolo, rimettendolo in gioco in altri contesti.

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