«E io non te la do». Con questa affermazione perentoria, Bianca Pucciarelli, in arte Tomaso Binga, conquistò in un attimo, negli anni Novanta, il pubblico fino a quel momento piuttosto scettico presente al Teatro Parioli di Roma per una puntata del Maurizio Costanzo Show. A quell’ambiguo, provocatorio incipit, sarebbero seguite altre parole, forse sconnesse per molti dei presenti, ma in realtà raccolte in una stringa dalla spietata logica poetica: «Non te la do per vinta. Non te la do pervinca. Viola dei tuoi pensieri».
Binga aveva inviato alla redazione della nota trasmissione un’audiocassetta con la registrazione di alcune sue poesie “particolari” e venne subito invitata, probabilmente – così racconta – anche per l’equivoco generato dal suo nome maschile. «Alla mia prima poesia, Mi fa male il Pollice… mi fa male l’Alluce…, il pubblico reagì malissimo, tant’è che Maurizio Costanzo, un po’ sornione, sentenziò: se fate così le farò recitare un’altra poesia! Rispose ancora un muggito del pubblico e così Costanzo scelse dall’elenco dei titoli la poesia E io non te la do. La recitai e fu il tripudio!». Da quel momento, Binga tornò diverse volte sul palco del Parioli, davanti alle telecamere, conquistando una certa – sebbene effimera – popolarità.
In realtà, Binga, pur restando un’artista sostanzialmente di nicchia, era allora – ed è tutt’oggi, con i suoi novantacinque anni suonati – una figura storica della scena contemporanea italiana. Nata a Salerno e trasferitasi a Roma dopo il matrimonio, nel 1959, con il grande storico dell’arte Filiberto Menna, comincia a farsi notare nel pieno delle lotte femministe degli anni Settanta, quando assume artisticamente, ironicamente e provocatoriamente, un nome maschile ispirato al padre del Futurismo, Filippo Tommaso Marinetti. Da allora, la sua ricerca si è sviluppata con coerenza e vertigini sperimentali nell’ambito della scena verbo-visiva e della poesia sonoro-performativa. Fino ad assumere non solo tra gli addetti ai lavori, in tempi relativamente recenti, i tratti di una sorta di culto, grazie sia a omaggi fashion realizzati nientemeno che da Dior, quando nel 2019 la maison ne celebrò a proprio modo l’impegno femminista, durante la sfilata prêt-à-porter autunno-inverno tenutasi nei giardini del Musée Rodin di Parigi; sia grazie a progetti di più ampio respiro istituzionale, come la retrospettiva dal titolo Euforia, che il Museo Madre le ha dedicato lo scorso anno.

Ventotto delle sue poesie più singolari, composte tra il 1976 e il 2023, comprese quelle pronunciate a suo tempo davanti all’ignaro pubblico del Costanzo Show, sono state registrate con la voce dell’artista tra l’agosto 2023 e il febbraio 2024, poi raccolte in un imperdibile disco a trentatré giri, Opera Poesia, pubblicato nel 2025 dall’etichetta indipendente Villa Lontana Records in sole trecentocinquanta copie. A questa uscita la medesima etichetta ha fatto seguire qualche mese fa, nel febbraio del 2026, una deliziosa audiocassetta, anch’essa a tiratura limitata, Binga Remix / Opera Poesia: una pregevole, libera reinvenzione sonora di cinque poesie, con testi tradotti e letti in inglese da Allison Grimaldi Donahue e interventi musicali di Michele Ferrari e Lorenzo De Silva.
Per interpretare questi due oggetti occorre partire dal presupposto che tutta la produzione artistica di Tomaso Binga – si tratti di fotografia, pittura, installazione, performance o poesia – si fonda sull’importanza del linguaggio e, in modo particolare, della scrittura, che nel suo lavoro trova una collocazione del tutto originale. Le sue opere insistono sulla dissacrazione dei luoghi comuni e sulla provocazione del pubblico, costantemente messo alla prova nel recuperare uno stupore ormai sbiadito. Al tempo stesso, con marcata e ingegnosa ironia, Binga spinge lo spettatore verso la riflessione intorno al significato – o, al contrario, verso il nonsense – presenti in un’immagine, in un testo, in un’azione, dove la grana della voce e il ritmo del dire danno letteralmente “corpo” alla parola.
Questa parola, spesso giocata in chiave performativa, con slanci affidati alla sonorità, conserva quasi sempre un richiamo femminista e di denuncia. Il timbro, affilato negli anni da una biografia inquieta e mai priva di sollecitazioni esistenziali tanto ludiche quanto eccentriche, dona spessore alle cadenze del verso, dove il significato e la materia sonora si riflettono l’uno nell’altra «in un continuo e controllato gioco di dosaggi e prevaricazioni» (Binga).

Intorno a questo paesaggio vitale e concreto, sullo sfondo di un rapporto diretto e cercato con la tradizione novecentesca della poesia sonora in cui converge una speciale attenzione per la pratica fisica della voce, il disco e l’audiocassetta menzionate trovano un felice punto di incontro. In modo diverso e complementare, le due corrispondenti versioni di Opera Poesia consentono, infatti, anche a chi non ha familiarità con l’artista “indisciplinata” e “totale” Binga, di avvicinarsi a lei/lui da una prospettiva che è sempre stata interna al suo lavoro, ma che rischia talvolta di restare in secondo piano rispetto alla forza iconica delle sue opere. Il disco, in particolare, mette al centro proprio la dimensione vocale della sua ricerca intorno alla scrittura, quella zona in cui la parola smette di abitare solo graficamente la pagina e torna a essere fiato, ritmo, emissione sonora.
All’ascolto, i versi procedono per accelerazioni, arresti, deformazioni fonetiche, ripetizioni controllate, calembour. A volte il significato arretra dietro il puro gusto del suono; altrove torna in primo piano con una brutalità improvvisa, certamente ironica, quando non apertamente comica. Cellulite o Cellulare, per esempio, diventa un vero mantra, una specie di reiterato dubbio amletico che mette a fuoco la nostra eterna oscillazione tra fame di vita e inarrestabile arresa alla tecnologia: «È più doloroso sentire i morsi della fame? O è più doloroso non sentire la voce delle nostre brame? Cellulite… O… Cellulare!? … Non mangiare più… o… non parlare più!?».
Un Uomo Veramente Moderno, invece, concentra in pochi passaggi l’ipocrisia che, all’insegna del maschile, spesso governa le coppie odierne: «Io ho tradito te, tu hai tradito me. Par Conditio!! Par Conditio!! … Equità…!! E…Qui…Ta’!! … E Qui T’ammazzo!!». Qui il lessico civile e progressista scivola in una comicità minacciosa, come se la retorica dell’uguaglianza fosse improvvisamente smascherata nel suo possibile rovescio domestico. In Mi Piace, poi, le parole/azioni – tra cui sbadigliare, eruttare, starnutare, singhiozzare, lacrimare, sudare, orinare, defecare, peteggiare, succhiare, leccare, ingoiare, odorare, insieme a «tutto quello che nel mio corpo può entrare» – vengono spremute in un dire che ne esalta la sensualità, per poi infrangersi in un finale esilarante, degno di Maria Sole, altra figura di culto anni Settanta: «Mi piace quando dico voglio andare voglio andare voglio andare… E lo dico spesso… ma non so più se in capo al mondo oppure al cesso».

Corpo della donna o, per dirla con Binga, «valore vaginale». E ancora consumo, linguaggio mediatico, desiderio, moralismo, morte: Binga tratta questi temi senza gravità dimostrativa, con una attitudine al gioco solo apparentemente “leggera”, in realtà mai innocua, piuttosto politica. E nonostante i supporti fonografici di cui stiamo parlando siano corredati di immagini, testi e apparati, è in ciò che di sottile si produce nel momento cruciale dell’ascolto che possiamo incontrare la sintesi perfetta dell’esperienza a cui siamo invitati a partecipare.
D’altronde, come è inscritto in tutta la fenomenologia dei “dischi di teatro” a cui, secondo noi, appartengono queste opere di Binga, anche nel lavoro di traduzione e ri-produzione della versione remix, esse concorrono a riequilibrare il primato della vista e dell’occhio in favore dell’udito e dell’orecchio. A testimonianza di una sensibilità che comporta un ritorno all’oralità sotto l’influenza della scrittura, per una poesia sonora che sente l’urgenza di farsi performance lirica, canto carnale, disegno della vocalità. La poesia viene così intesa – ricorda Lorenzo Mango – «come gioco visivo, dapprima, poi come esuberanza del linguaggio, come esplosione delle parole, come liberazione dall’oppressione del senso».
Il disco rende questa tensione particolarmente leggibile, o forse sarebbe meglio dire udibile. La poesia di Binga chiede di essere guardata, certo, ma anche pronunciata, fraintesa, masticata nella bocca, lasciata risuonare nelle sue volute sgrammaticature e nei suoi cortocircuiti. Per questo Opera Poesia e Binga Remix, oltre ad essere due oggetti per inguaribili collezionisti, sono due dispositivi che riportano al centro la questione essenziale di cosa accade alla parola quando accetta di esporsi come corpo dal trampolino dell’unicità biografica, quando rinuncia alla buona educazione della pagina e si lascia attraversare dal rischio della voce.
