Quando il tema della bellezza viene trattato in uno spazio come quello scenografico della terrazza di Villa Medici, inondata dalla luce calda di una sera di inizio giugno, si ha l’impressione che, platonicamente, il contenuto coincida con la forma. Prende vita così un’esperienza che coinvolge i nostri sensi e ci rimanda all’etimologia stessa della parola “estetica”: dal greco aisthēsis, sensazione.
Il bello non è quindi un concetto astratto da contemplare, ma un evento che sconvolge e attraversa il nostro corpo. È per questo che Umberto Galimberti, ospite del Festival della Bellezza con l’incontro Il mistero della bellezza tra il meraviglioso e il simbolico, in altre occasioni in cui era intervenuto già sul tema, aveva affermato che di questo argomento non si può parlare perché ogni volta che se ne parla lo si tradisce, poiché ogni ragionamento attorno ad essa ci allontana dalla sua vera essenza. Paradossale, quindi, avventurarsi in un discorso che trova nel silenzio la sua unica forma di espressione. Eppure, nonostante si cerchi di farlo attraverso la parola, si ha l’impressione di respirare al Festival un’atmosfera sospesa. Il silenzio solenne in cui siamo immersi e la vista su Roma ci riporta con l’immaginario a riti collettivi, all’antica Grecia e all’origine del pensiero.

Ma quindi, cos’è la bellezza? Prima di tutto una dimensione simbolica nella sua accezione greca symbállein (sym = insieme, baˊllein = gettare), che significa letteralmente “gettare insieme”, “unire”. Ma cosa unisce? Due elementi apparentemente opposti e inconciliabili: il visibile e l’invisibile. Il visibile coincide con ciò che vediamo – il quadro che abbiamo di fronte – e l’invisibile con ciò che va oltre l’oggetto e quindi eccede la sua presenza. È in questa eccedenza che si consuma il cortocircuito dell’esperienza estetica. Quando osserviamo un’opera, la nostra mente razionale – che per sua natura tende a classificare, misurare e catalogare – si trova improvvisamente spiazzata. Non può limitarsi a registrare i colori sulla tela o le venature del marmo; è costretta a fare i conti con la presenza invisibile che l’oggetto contiene, con quel senso ulteriore che si mostra solo a patto di non lasciarsi afferrare.
Galimberti, recuperando la lezione della tragedia greca e della psicanalisi, ci ricorda che questo incontro con il simbolo non è mai un idillio pacifico, ma un urto. Se la nostra ragione quotidiana è diabolica (dal greco diabállein, dividere), perché separa rigorosamente il vero dal falso, il corpo dalla mente, l’utile dall’inutile, la bellezza fa l’esatto opposto. Riunisce ciò che la modernità ha frammentato.
Nel momento in cui il visibile e l’invisibile si fondono, crollano le nostre barriere difensive e l’Io perde il controllo.

Ma cos’è quell’invisibile che si cela dietro l’opera? Galimberti lo chiarisce bene: si tratta dell’anima dell’artista, dell’irrazionale a cui si è abbandonato durante la creazione. E per poter entrare realmente nel vivo dell’esperienza estetica, è necessario che anche noi compiamo lo stesso atto di fede, deponendo le armi della razionalità per lasciarci abitare da quell’eccedenza. Solo così, possiamo fare esperienza di ciò che, per sua stessa natura, non può essere spiegato.
Festival della Bellezza, Il Simbolico, XIII edizione
ideazione e direzione artistica Alcide Marchioro
direzione generale Alessandra Zecchini
con il patrocinio del Mic e della Regione Veneto.
Villa Medici, Roma, da maggio a ottobre 2026.
L’incontro a cui abbiamo partecipato con Umberto Galimberti dal titolo ll mistero della bellezza tra il meraviglioso e il simbolico si è svolto il 3 giugno 2026.
Per tutte le informazioni relative ai prossimi appuntamenti rimandiamo al sito: https://festivalbellezza.it/ver/