Torniamo alla natura: Short Theatre 2026 parte dall’Orto Botanico di Roma di Laura Novelli

Foto di Claudia Pajewski

C’è una connessione profonda tra l’edizione 2026 di Short Theatre, storica vetrina romana di arti sceniche curata da Silvia Bottiroli, Silvia Calderoni, Ilenia Caleo e Michele Di Stefano, e la natura, la vegetazione, il flusso vitale di alberi, piante, fiori in perenne trasformazione. Non è un caso che, quest’anno, il festival si sia aperto con un evento multidisciplinare e diffuso organizzato il 3 settembre all’interno dell’Orto Botanico di Roma, centro propulsivo di ricerca ambientale e di conservazione botanica (oltre 3000 le specie vegetali presenti) che, nell’ottica dei direttori artistici, diventa scenario e al contempo protagonista di performance, conferenze (inserite nel progetto CLASSE ideato da AREA06), letture poetiche, dispositivi sonori capaci di dialogare con la natura ma anche di creare «un unico improvviso evento atmosferico che ribalta il clima e fa spazio a un’idea di natura artificiale, psichedelica ed epidermica».

Attraversare questo luogo attraversando i diversi titoli in programma ha significato, infatti, immergersi in un corpo performativo coeso e poeticamente complesso: all’armonia secolare del “giardino” si è andata sovrapponendo l’incursione umana di corpi, voci, suoni, che non solo ha sposato la fisionomia dei vari loci deputati (dall’Arena Alberi alla Serra Tropicale, dalla Serra Monumentale alla Scalinata) ma ha regalato loro una nuova e inedita funzione. Quella, cioè, di dare una casa quanto mai significativa dal punto di vista ecologico, antropologico e sociologico (non è forse proprio con la natura che l’uomo contemporaneo gioca la sua partita più importante?) a idee e traiettorie creative scelte mantenendo sempre lo sguardo vigile sui processi più che sugli esiti, sulle operazioni più che sulle opere. «ll festival» – si legge ancora nelle note di stampa – «ha una vocazione ambientale, non particolarmente ossessionata dal calendario di spettacoli, piuttosto aperta a esperimenti, luoghi e tempi che escano dalle grammatiche della produzione e che debordino in spazi extra».

Foto di Claudia Pajewski

Motivo per cui l’evento all’Orto Botanico ha rappresentato una vera e propria esperienza anticipatoria di quanto succederà, fino al 12 settembre, al Mattatoio di Roma, al Teatro India (che ospita la prima nazionale di L’echo della coreografa Nacera Belaza, in co-realizzazione con Romaeuropa Festival), al Teatro Vittoria, al MACRO, al Cinema Troisi e al MUCIV – Museo delle Civiltà: architetture urbane chiamate a incorniciare ben sessantacinque appuntamenti «che mappano le geografie artistiche contemporanee spaziando nel Sud ed Est Globale, con artiste/i da Italia, Francia, Spagna, Polonia, Ungheria, Algeria, Libia, Eritrea, Camerun, Rwanda, Messico, Cina».

Tra i nomi italiani presenti nel programma citiamo Chiara Bersani, Giorgina Pi, Antonio Tagliarini, Daria Deflorian, Giulia Crispiani, Claudia Castellucci. Il bouquet delle proposte è davvero corposo e lascia ampio spazio alla performance, alla danza, all’ibridazione dei linguaggi espressivi, dando seguito a quel disegno programmatico che in ventun anni di vita ha visto Short Theatre, pur con necessari e fisiologici cambiamenti di rotta, imporsi come un prolifico cantiere di format innovativi, una cartina di tornasole delle urgenze creative più attuali e del dialogo generativo tra diversi ambiti del reale.

Foto di Claudia Pajewski

Tanto più che proprio l’ibridazione tra vegetale e umano, naturale e artificiale, selvatico e domestico è stato il cuore dell’illuminante conferenza sul “selvatico climatizzato” che Annalisa Metta (docente di Architettura del Paesaggio all’Università degli Studi di Roma Tre e presidente di IASLA – Società Scientifica Italiana di Architettura del Paesaggio) ha tenuto all’Orto Botanico, “giardino di acclimatazione” appunto, come evento di apertura dell’intera serata: un viaggio nella storia delle piante e dell’egemonia imperialista europea sul paesaggio “esotico” e “straniero”, che ha preso le mosse dal luogo stesso in cui ci trovavamo per poi intercettare, con rigore scientifico e notevole maestria fabulatoria, il destino umano, diviso da sempre tra accettazione e rifiuto del “diverso”, simbiosi ecologica e desiderio di dominio, paura dell’ignoto e capacità di adattamento.

Foto di Claudia Pajewski

Si intitola invece Quixote_ a rose is not a rose la performance che Industria Indipendente (collettivo di arti performative e visive fondato da Erika Z. Galli e Martina Ruggeri più di vent’anni fa) ha presentato, sempre nell’Arena Alberi poco distante dall’ingresso dell’Orto Botanico, come esito di uno studio già avviato l’anno scorso all’interno della sezione CAMERA di Short e teso ad indagare gli slittamenti di senso e le aperture tematiche rintracciabili in alcune riscritture femminili del celebre romanzo di Cervantes. In scena, la danzatrice e coreografa Annamaria Ajmone e l’energia di una danza che ora sottrae ora, viceversa, esplode in levare, disegnando un anti-combattimento che delega all’immaginazione e alla sua forza visionaria gli ideali bellicosi dell’eroe secentesco, per offrire una grande prova di sintesi e commistione coreografica perfettamente armonica con l’ambiente circostante e l’involucro sonoro che l’avvolge. Tuta da motocilista, stivali, capelli raccolti in una coda, lunghi guanti neri, Ajmone attraversa lo spazio con ipnotica consapevolezza espressiva, richiamando posture da culturista e da danzatrice di flamenco alla ricerca di un incontro ideale con quelle rose evocate all’inizio della performance quali «sistemi di difesa travestiti da ornamento. Le spine sono il loro primo linguaggio, la grammatica minima del rifiuto. Non sono un dettaglio estetico: sono un’architettura nervosa (…). La delicatezza del fiore esiste solo perché il resto della pianta ha delegato alla spina il compito di dire no».

E proprio alle rose ha dedicato uno sguardo particolare la sensibilità poetica di Mariangela Gualtieri che con il rito sonoro Naturale sconosciuto, recitato, letto, sussurrato alle “pendici” di una scalinata marmorea ubicata nella parte più alta dell’Orto, ha regalato al pubblico un’elegia della natura nella natura declinata sui temi a lei cari e tesa principalmente a rimarcare l’urgenza di una ri-connessione dell’umano con il creato, con l’ambiente, gli alberi, i fiori. L’evento, spiega la poetessa, «vorrebbe dire, in versi e in parole sciolte, il mio sbigottimento e la mia gratitudine davanti a questo tutto nato, tutto vivente e brulicante che nel suo respirare tiene respiranti anche noi».

Foto di Claudia Pajewski

Con la voce delicata, musicale, calma che le è propria, Gualtieri ci racconta il mondo prima della città; ci ricorda che «ogni nostro soffio è fatto di foglie, di foreste, di radici e distese erbose»; ci descrive orti da cui promanano contentezza e mistero, alberi che “sostano in pace” vicino alle nostre case mentre noi ci affanniamo inquieti e distratti ad abitare il mondo. Poi il suo dire si fa più colloquiale e i fiori diventano il centro propulsore di suggestioni che sfiorano le età più antiche della Terra, i miracoli della fecondità e della comunicazione tra esseri viventi, i ricordi personali legati a un papavero solitario e all’ibridatore di rose Giulio Pantoli. Il racconto si sofferma a lungo sulla tecnica usata da Pantoli (scomparso qualche anno fa e amico personale della poetessa) per creare nuove rose da una rosa madre e una rosa padre, e quindi scivola di nuovo nei versi.

Sono quelli celebri tratti da Bestia di gioia – «Ciò che non muta/ io canto/ la nuvola la cima il gambo (…)» o di Adesso è forse il tempo della cura, invito spassionato a prenderci cura di noi, degli altri, del Pianeta, dove Gualtieri scrive: «(…) Il nostro meglio di specie / sta davanti, non nel passato. L’età/ dell’oro è un ricordo che viene/ dal futuro. Diventeremo cosa? (…) Diremo io o noi? E quanto grande il noi/ quanto popolato? Che delicata mano/ ci vuole ora, e che passo leggero, e mente / acuta, pensiero spalancato al bene. Studiamo. / Impariamo dal fiore, dall’albero piantato, / da chi vola (…)».
E non può esserci oggi monito più inappellabile, più vitale e più urgente.

Short Theatre 2026, 21° edizione, Roma, dal 3 al 12 settembre 2026.

Per tutte le informazioni rimandiamo al sito: www.shorttheatre.org

Condividi facilmente: