Ci sono storie che immaginano il futuro. Invece The Handmaid’s Tale, chiamato anche Il racconto dell’ancella, prende frammenti del presente e li restituisce allo spettatore con la forza di una distopia che non appare mai davvero impossibile.
Tratta dall’omonimo romanzo di Margaret Atwood, pubblicato nel 1985, la serie è stata ideata da Bruce Miller e distribuita negli Stati Uniti da Hulu a partire dal 2017. Dopo l’arrivo in Italia su TIMVISION, The Handmaid’s Tale è entrata nel catalogo di diverse piattaforme streaming (IMBd, ad esempio) e si trova anche su Netflix.
Composta da sei stagioni, prodotta da MGM Television insieme a Daniel Wilson Productions e da White Oak Pictures, The Handmaid’s Tale è diventata rapidamente un punto di riferimento della serialità contemporanea, conquistando Emmy Awards e Golden Globe. Il suo valore, tuttavia, va ben oltre il riconoscimento della critica: è una serie che non si limita a narrare una storia. Chiede di essere attraversata.
La Repubblica di Gilead nasce sulle macerie degli Stati Uniti, in un futuro segnato dall’inquinamento, dalla crisi ambientale e dal drastico calo della fertilità. Gilead non è, però, soltanto un luogo immaginario ma anche e soprattutto uno scenario possibile dove il potere non si rafforza esclusivamente attraverso la violenza, bensì attraverso il controllo del linguaggio, della memoria e dei corpi. Le donne vengono private del proprio nome, della propria identità e assumono meri ruoli sociali: Mogli, Marte (le donne destinate al servizio domestico nelle case dei Comandanti), Zie, Ancelle.

June Osborne smette di essere June e diventa Offred. Il nuovo nome racchiude in sé tutta la brutalità del sistema autoritario: Offred non identifica più la persona, piuttosto il possesso. Offred significa letteralmente “di Fred”, dunque esistere soltanto in funzione di qualcun altro.
Non è un caso che Atwood abbia scelto il termine handmaid. Nell’immaginario biblico, l’ancella è una serva, una donna il cui corpo è messo a disposizione di un progetto che non le appartiene. In Gilead questo concetto diventa legge: così, la maternità non è più una scelta, ma un obbligo imposto dal potere e il corpo femminile diventa una “risorsa” dello Stato. La progressiva sottrazione dell’identità e dell’autodeterminazione della persona è il nucleo più inquietante della serie. Perché se si riesce a cambiare il modo in cui ti chiami è plausibile che lentamente si modifichi anche la percezione che si ha di se stessi.
L’interpretazione di Elisabeth Moss (June – DiFred) è insuperabile. Gran parte del racconto passa tramite il suo volto. Gli sguardi sostituiscono i dialoghi. I silenzi sono più eloquenti delle parole. La regia insiste sui primi piani, costringendo lo spettatore a rimanere davanti a un viso che cerca con ostinazione di non tradire le proprie emozioni. In un mondo dove una semplice espressione può trasformarsi in una condanna, perfino guardare diventa un atto di resistenza.

Dal punto di vista tecnico, The Handmaid’s Tale costruisce una grammatica visiva rigorosa e coerente con il suo linguaggio filmico. La fotografia utilizza una tavolozza cromatica essenziale in cui il rosso delle Ancelle assume una funzione narrativa prima ancora che simbolica. È il colore del sangue, della fertilità, della vita, ma anche del sacrificio e della violenza. Il blu delle Mogli comunica invece distanza, privilegio e immobilità, mentre il verde delle Marte richiama un’esistenza relegata alla cura e al servizio. Nulla è lasciato al caso. Costumi, scenografia, luce e composizione dell’inquadratura raccontano tanto quanto i dialoghi.

Oltre all’impeccabile costruzione formale, la serie si sofferma sul controllo esercitato dal potere, sui gesti e le azioni più elementari da compiere liberamente: un libro che non può essere letto, una parola che non può essere pronunciata, una mano che non può essere sfiorata, uno sguardo abbassato per paura.
La dittatura, in The Handmaid’s Tale, non arriva all’improvviso. Si insinua piano piano nella quotidianità, trasformando l’eccezione in abitudine e l’obbedienza in normalità.
Eppure, una via d’uscita è ancora possibile. In un mondo costruito sulla paura, esiste qualcosa che nessun potere può negare: la memoria. June continua a ricordare chi era e a chiamarsi June dentro di sé. Rammenta Luke, il marito dal quale è stata separata durante l’ascesa di Gilead, così come ricorda bene sia Hannah, la figlia che le è stata sottratta, sia Moira, la sua migliore amica, simbolo di una resistenza istintiva, feroce ma altrettanto necessaria.
Ed è proprio attraverso la resistenza e la capacità di ricordare il passato che i personaggi della serie veicolano messaggi oggi quanto mai attuali. The Handmaid’s Tale ci invita infatti a riflessioni importanti: quali libertà siamo disposti a difendere? Quali rinunce accettiamo passivamente senza accorgercene? Quanto siamo pronti a riconoscere l’altro come persona, come essere umano, prima ancora di classificarlo in base a una funzione, a un ruolo, a una categoria?
