Nappi, Girolami, Ariotti: a Nutida piccoli gioielli di contemporaneo di Carlo Lei

Foto di Giorgia Morena

Non è facile proporre un proprio lavoro di danza senza luci e senza alcun apparato scenico, insomma nudo. Solo in parte il rischio è limitato dal fatto che si tratti di un lavoro nuovo, site specific o comunque costruito a partire da quel dato tecnico. Quello del coraggio è dunque un premio da dare, quasi a priori, alle compagnie che hanno accettato l’invito di Saverio Cona, direttore artistico del Festival Nutida di Scandicci, carica condivisa quest’anno con Diego Tortelli, coreografo in grande ascesa, e con la direttrice junior Jennifer Lavinia Rosati.
La programmazione si distende da giugno a luglio, attorno all’ora del tramonto, nel pomario del Castello dell’Acciaiolo a Scandicci. Si tratta di un largo cortile rettangolare, dalle graziose proporzioni e impreziosito da una nicchia semicircolare, coperto oggi da un prato e segmentato da sentieri a brecciolino, che confina con un cortile più piccolo, rettangolare, separato da un muricciolo, su cui danno le finestre loggiate di una limonaia. Ad aprire la serata del 3 luglio e a inaugurare lo spazio per lo spettatore è il duo Lasciami cadere di e con Francesca Ginepro e Marco Cappa Spina, che emergono da un angolo e si portano poi, poco per volta, verso gli spettatori seduti sul prato.

Foto di Giorgia Morena

Pezzo forte della serata, il cui impaginato è all’ultimo momento un po’ rimescolato dal forfait del giovane e già attivissimo Francesco Paolino è, sulla carta, il nuovo duo scritto da Sofia Nappi/KOMOCO proprio per Nutida. Si tratta di una breve coreografia dal titolo Akoē, in prima nazionale, con i danzatori Glenda Gheller e Paolo Piancastelli. Ed è questo, in effetti, un lavoro costruito sulla tensione, una tensione fisica tra i due corpi che percorrono lo spazio del pomario, dopo esser partiti insieme, in una sorta di doppia linea curva, per ritrovarsi sul quadrante del lato ovest del giardino. Pur distanziandosi, e ancor di più quando si incontrano, i due corpi sembrano legati da una filo invisibile, che li tiene ben connessi non tanto l’uno all’altra, ma entrambi a un perno di energia, di ricerca comune, posto a metà strada tra i loro corpi. Il gesto fulmineo e sinuoso dei danzatori ha sempre una meta, anche quanto non letterale – ed è questo quel perno.

Foto di Giorgia Morena

Ma la grande energia dei danzatori di KOMOCO, raffinati e tecnicamente inappuntabili, non è meno travolgente di quella, veramente capace di scuotere, del piccolo lavoro (non più di dieci minuti) coreografato da Pablo Girolami per Misia Sarti, una giovanissima, potente danzatrice, con formazione da street dancer. Il lavoro, Mycelium, che dovrebbe tematizzare appunto la rete fungina che percorre il sottosuolo, non manca di ristrutturarsi in forma di guizzante rete muscolare sotto l’epidermide di Sarti. Ciò che trascina la performance è infatti il modo in cui questa rete fisica, attraverso l’energia che eccita, riesce a frantumare un’estetica improntata a una qualche forma di linearità, per raggiungere un linguaggio caratterizzato da muscolarità, da rapidità degli scatti, da convergenza subitanea delle linee, da polverizzazione degli impulsi ottenuta senza scemare nel moto centrifugo, mantenendolo anzi centrato. Citazioni di ballo o danza, compresa persino la seduzione di alzarsi sulle punte, presenti nella prima parte, si sciolgono nella seconda in una maggiore astrattezza, lasciando allo spettatore il desiderio di veder dedicati, a questa ricerca, spazi più ampi, poiché quella che poteva sembrare una ricerca su uno specifico oggetto (sia pure sotto forma di correlativo oggettivo, o di metafora, il micelio) raggiunge in pochi minuti la forza di una ricerca sul movimento tout court, sul linguaggio.
È sempre qui, davanti alla limonaia, che Saverio Cona, “catalizzatore”, come si autodefinisce, e alchimista di Nutida, propone, in sostituzione di Ashes di Francesco Paolino, un altro lavoro partorito dal progetto Calimala, ma datato 2025. Sotto la supervisione artistica di Sveva Berti, si è chiesto a giovani coreografi e coreografe di costruire un proprio pezzo su una partitura musicale composta per l’occasione. Quest’anno erano musiche di DOMBRE (il vicentino Ettore Pernigotti), l’anno scorso di Studio Batsumi. E proprio su un pezzo del duo con base a Londra, si replica a distanza di un anno Misshapen di Sara Ariotti.

Se il lavoro di Girolami per Misia Sarti prevedeva una sovrapposizione completa tra motore del gesto e corpo agente, qui Ariotti, anche interprete del suo solo, sin dall’ingresso in scena opera una chirurgica recisione dei due. Con lo sguardo imperturbabile di un Keaton, più stupito che arreso all’imponderabile, si presenta in scena già nel mezzo di una piccola catastrofe: è in piedi, faccia al pubblico, e i pantaloni della tuta sono mal rincalzati, come al risveglio da un sonno arruffato, le pendono da un lato, sono destinati piano piano a scivolare a terra. Così il resto della performance è agito in mutande – mutande domestiche, sia chiaro, né “di scena”, cioè attutite da neutralità, né dotate di un qualche segno erotico.

Foto di Giorgia Morena

Sopra un tessuto musicale tiepido ma scarno quanto a strumentazione, accordi di chitarra che ricordano il tardo, sperso Syd Barrett degli ultimi barlumi, o le peregrinazioni di un giovane Vincent Gallo, poi un riarso battito house, il movimento può mostrarsi totalizzante nel senso del coinvolgimento completo, ora a spirale, ora sgraziatamente convergente, ingobbito, incurvato nell’intero organismo, statico, sghembo, incastrato. Ma il corpo-oggetto posseduto da queste linee sa anche segmentarsi in sezioni contraddittorie, lasciando arti e porzioni di sé renitenti a una logica purchessia. In balia di una musica che li coinvolge in improvvise, anche brevissime aderenze letterali, che sanno di moti pavloviani (e qui è evidente come Ariotti colga appieno lo stimolo del progetto Calimala), lo sguardo della performer si posa su quegli elementi profughi, un braccio che s’impenna, una mano che si infila nel triangolo di un ginocchio e si apre a raggera, e ne è stupefatto, come se gli si mostrassero per la prima volta. Come se prendessero a esistere, per ventura, in quel frangente.

L’estraneità e l’alienazione sono puntuali come nei lavori di Greta Francolini, che pure scava alla ricerca dell’oggettivazione, dell’allontanamento del corpo dal sé in una cinica provocazione sulla scomparsa – ma qui il tono è ironico, stralunato, ed è il suo comparire al soggetto, oltre che a noi, a essere lampante.
A volte, a partire da questo deserto della volontà, l’esito raggiunge, con rapidissime impennate, il tragico: il soggetto che si trova sradicato dal corpo che agisce suo malgrado prova il dolore di essere. O, di fronte a un movimento che non si può evitare, la Ariotti personaggio è talmente colpita che finisce per sfiorare un dolcissimo ridicolo, come quando non può sottrarsi a un tango da ballare in ginocchio, che le arrossa le ginocchia e le fa un po’ male.

NUTIDA – Nuovə Danzatorə, festival internazionale di danza contemporanea ideato da Stazione Utopia, Giardino del Pomario del Castello dell’Acciaiolo, Scandicci (FI), fino al 10 luglio 2026.

I lavori di cui si parla nell’articolo sono stati visti nella giornata del 3 luglio 2026.

Per tutte le informazioni sulla programmazione del festival, si consulti il sito: https://www.stazioneutopia.com/nutida

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