Spunti da Dark Matters, festival d’inverno alla Lavanderia a Vapore di Paolo Ruffini

Foto di Andrea Macchia

Torino o per meglio dire Collegno ha questo posto straordinario ch’è la Lavanderia a Vapore (vale ricordarlo, un Centro di Residenza coreografica), centro di ricerca nel senso più pieno, espanso e non retorico, dove artisti e tante altre figure non schedulate dall’arbitrio dei ruoli (spesso di potere) trovano il proprio orizzonte di riferimento, hanno spazio e vi si riconoscono scompaginando il senso stesso del pensare o attraversare esperienze d’arte. E proviamo anche soltanto un momento a immaginare quale approccio possa rivelarsi più “salvifico” per il pubblico, un approccio profondo (quasi un arcano), che si tratti di un fatto scenico o di letture, di azioni dove il gesto è funzione catartica o di appropriazione di uno spazio (di “elezione”) dove il proprio archivio emozionale (o il «sistema degli affetti» citando il claim di questa stagione 2026 di Lavanderia a Vapore) è rivelatore di impostazioni soggettive e allo stesso tempo collettive da condividere; ebbene quale approccio ci permetterebbe di scorgere la soglia di un territorio senza più confini (mentre si continuano a costruire muri e barriere)? La soglia come metafora di uno stare rivolti verso un oltre trasformante del proprio corpo, del proprio linguaggio, senza lasciarsi alle spalle la bruciante questione dell’identità, nei suoi limiti dell’intelligibilità culturale, direbbe Judith Butler. Ecco, ci sono tornato alla Lavanderia a Vapore.

Terza edizione, quella invernale, di un festival (realizzato in collaborazione con Black History Month Torino e Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, con il sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo e il supporto della Fondazione Nuovi Mecenati) cadenzato per stagioni nel fiorire e nello svaporare di residenze e loro narrazioni. Anzi, quella di Dark Matters sembrerebbe proprio una insistenza di narrazione dove, come ci dice il filosofo Byung-Chul Han, «in quest’epoca post-narrativa segnata da una crescente esperienza della contingenza, i modelli narrativi non sviluppano alcun potere di coesione. I racconti rendono possibile l’emergere di una comunità. Lo storytelling, di contro, dà forma solo a una community, che è la versione mercificata della comunità. La community è composta da consumatori (1); la narrazione diviene allora quasi un atto di rivolta, sì, penso proprio a uno stare in rivolta a fronte della mercificazione dei rapporti, compresi quelli mediati dall’arte. A proposito: Dark Matters è il titolo di questa edizione invernale del festival, come sempre guidato con coraggio e lungimiranza da Chiara Organtini che sceglie di non inabissarsi nell’ovvio e nelle relative sole restituzioni “spettacolari” dei progetti coinvolti.

Dal 13 al 15 febbraio scorsi, un fine settimana immersivo, pieno e tanto articolato sui segni non rilucenti né appariscenti delle pratiche, piuttosto decisamente un festival occupato a coltivare un alveo di partecipazione intima, per certi versi immersiva, tra spazio, performance e pubblico in quell’idea di «darkness», per citare la stessa Organtini, di una esperienza vissuta anche nella sua possibilità sensoriale e non riferita, tornando a re-indagare aspetti dell’umano non annoverati nell’unica fede di cui siamo eredi (soprattutto in Occidente), ovvero quel certo illuminismo della ragione e nella sua «incrollabile presunzione di superiorità». Lo scrive con precisione sorprendente Stefania Consigliere: «Cosa succede, però, se l’unica conoscenza vera porta dritti al disastro planetario? Se il sapere diventa paralisi esistenziale» (2)?

Posizionamento dello sguardo: in prima persona. Credo sia ormai il tempo di lasciarsi alle spalle ogni forma autoreferenziale di un ruolo (se mai ancora avesse senso parlare del ruolo del critico), suvvia un piccolo sforzo di abbandono del giudizio che tanto ci ha confortato e tanto ci ha consolato, per lasciarci invece finalmente ondeggiare nel mare di pensieri, memorie di immagini o di scritture, persino personali, e perdere quella zavorra novecentesca che ostinatamente si pensa abbia un valore, come per certo ancora ha in quel magma di ritualità borghesi che abbisognano di cerimonie (a volte anche in contesti dove, su diciamolo, sono davvero inutili), lasciare insomma che il ruolo ci abbandoni rimasto così graniticamente attaccato all’ego per fin troppo tempo. L’“io” preme perché «sulla propria personalità si è sempre all’oscuro. C’è bisogno degli altri per conoscere se stessi» (3).

L’oscurità di Dark Matters, pertanto, è un coacervo di sottili tessiture, segni ricorrenti e grafie irriverenti in quelle progettualità che sembrano prepararci al ripensare un’arte mai assecondata alla forma logica, ma invece sbilanciata persino nell’incompiuto di un universo (sembrerebbe) parallelo alla vita. Prendo spunto da un lucidissimo articolo di Naomi Klein utile a tradurci con quale tratto, con quale afflato sia possibile oggi ripensare gesti comunitari che possano connetterci di nuovo tra persone, gesti surreali e a loro modo estremi: «(…) Nel cabaret gli artisti facevano festa; al piano di sopra, Breton, insieme a figure come Robert Desnos e Paul Eluard, organizzava rituali e giochi, tra cui “sedute del sonno”: pisolini di gruppo per catturare lo spazio allucinatorio e liminale tra il sonno e la veglia (…). La ribellione a un mondo dell’arte corrotto era parte di una rivolta più vasta contro il continente che si credeva portabandiera del “progresso” e della “civiltà”, ma riduceva le città in macerie e trasformava i giovani in assassini di massa» (4).

Questa edizione alla Lavanderia a Vapore, in continuità con le precedenti, mi sembra trovi sponda proprio nel rovesciamento di prospettiva descritto da Naomi Klein nel suo articolo, lì a cercare di superare per quanto possibile l’accumulo di rovine di cui parlava Walter Benjamin, strascico di un Novecento mai veramente finito, addirittura ostinato nel rilanciare orrore su orrore.

Foto di Andrea Macchia

Liquid Blue Walk lavoro di Christopher Serebour e Jija Sohn incide direttamente sul senso che vuole avere il festival nella sua ricorrenza ormai annuale, la nerezza, l’oscurità, il nascondimento, la perdita di certezze e, per inciso, la cecità. Il nero è quello spazio interstiziale che non si esaurisce in ciò che lo sguardo può scoprire, del nero «bisognerebbe allora dire che non è contrario della luce ma il supporto di “una luce altra rispetto alla luce”» (5), una diversa incursione della percezione permettendoci una ulteriore versione del buio. Siamo calati dentro un lavoro percettivo e ne diveniamo in qualche modo protagonisti ignari. Liquid Blue Walk ti prende per mano, siamo in gruppo e bendati in una camminata notturna al parco della Certosa, apparentemente guidati, seppure diviene man mano sempre più evidente che spesso ci ritroviamo lì soli, cercando un contatto, una presenza alla quale affidarci, un punto di riferimento; ci muoviamo lentamente nel rumore dei nostri stessi passi tra il fogliame e i cespugli del parco, a volte qualcuno ci guida per un piccolo tratto, altre siamo in balia di noi stessi in una moltitudine di solitudini, un tempo sospeso condiviso da altre persone di cui percepiamo la presenza, una condizione di vera cecità e di stordimento abbandonico, ma il tutto si tiene grazie alla cura di Aristide Rontini e di Erica Pianalto (e di alcuni studenti e studentesse coinvolte nel progetto), i quali con levità orientano il nostro disorientamento e noi ci affidiamo. Qualche sibilo vocale, un’eco di un violoncello, raggiungiamo un’area avvertendo che quello sarà un porto sicuro, una destinazione rituale, l’approdo finale. Ero immerso in quella cecità e pensavo al Teatro del Lemming, persino a certi lavori di drammaturgia sensoriale di Enrique Vargas, nulla di più fuorviante. Qui, tra chi ha ideato la performance c’è una persona cieca.

Foto di Andrea Macchia

E così, quasi a traghettarne il senso, anche l’Archivio liquido di Eugenia Coscarella e Kadri Sirel torna (in quanto progetto residenziale di lunga permanenza presente in questi anni) a ridisegnare uno stare e condividere nel buio di pratiche emozionali dove i corpi ravvicinati e raccolti del pubblico si spingono a cercare un vocabolario condiviso, cifrario di una parcellizzazione pronto alla sua ricomposizione comunitaria di chi in quel mistero accennato, rivelato, guardato, investe la propria parte di sé.

Quasi un’apertura verso l’ignoto come per Enrico Malatesa (autore sempre poco affine ai temi scontati della “dissonanza” nella composizione), che col suo gruppo di musici concreti (Lucia Fontana, Marta Magini, Alex Paniz), intende scovare tra le sospensioni percettive dei suoni ancestrali tutte quelle materie transitorie e irrisolte. Circolo del sorgere e del dissolversi è un concerto-archivio di udibilità dissolta, fatta di superfici ruvide e levigatezze impreviste, dove gli interventi dei musici sembrano danzare una danza geometrica mentre la concretezza dell’operare sugli “strumenti” misura la crescente tensione anche qui di una opacità arcana, nella convivenza di un linguaggio ampio che, come abbiamo imparato a condividere, è un linguaggio di genere.

Foto di Andrea Macchia

Ma in Dark Matters, in quella sua ricognizione di una visibilità linguistica ampia ch’è dunque una visibilità sociale, le “rappresentazioni” sono infiniti tracciati di corpi culturali che accolgono altri punti di vista dentro l’idea di un parlare ampio, anche in questo caso, testimonianza di un pensare ampio, di un pensare sociale che si “riempie” di collaborazioni abbracciando scenari ultra-pop. È il caso di una scena innervata dalla moda, dal voguing, dalle collaborazioni con afrodiscendenti riversando nella “passarella” della Lavanderia soggettività che sfidano l’applauso con grande partecipazione del pubblico.
Fautrice ne è Lasseindra Lanvin (Ninja), vera “madre” delle ball culture figura di rilievo nelle ballroom community in Europa, ha costruito vere e proprie sfide di ballo esaltandone le diverse identità di genere, contribuendo a mantenere vivi i linguaggi delle sottoculture newyorkesi della Harlem degli anni Sessanta, nelle quali trovavano spazio di espressioni e di rivendicazione gay afroamericani, donne transgender, ispanici e più in generale drag. Dando in questo modo voce e corpo alle controculture queer.

Foto di Andrea Macchia

È anche il caso dell’installazione Dream Wide Awake detentrice di un potere di “guarigione” dove le persone oltre a trasformare lo spazio vanno a liberare un tempo decongestionato dall’urbanità contemporanea, quello al servizio delle accelerazioni del Capitale anzi, al contrario, ne governa la lentezza chiedendo a ogni astante di appropriarsi di quel tempo del sonno affiorante e perturbante e nel condividere l’intera notte assieme fino al mattino.

È il caso, finanche, dello studio di In The Name Of Darkness. Magic And Vulnerability di Michela Depetris, lavoro che ne sintetizza forse le congiunture apparentemente distanti tra ricognizione dello spazio e sogno, tra azione e “languore” dell’invisibile. Come non mai qui il potere della parola tanto caro a Vera Gheno si manifesta, innescando quel desiderio di immaginazione, di ricognizione di un altrove da sondare.
Distesi in una grande sala troviamo ciascuno una propria area e da qui osserviamo nel balugino di “sentori” visivi e piccole performance di interlocutori che si muovono strusciando a terra per aderire con cautela a una verticalità occasionale. Abbiamo cuffie che ci ricordano la possibilità, appunto, di un altrove e, come in The Tree Of Life di Terrence Malick, l’universo si trasforma in una scrittura fragile, sghemba, umbratile.

Foto di Andrea Macchia

Un punto imprescindibile di questa edizione di Dark Matters è stato assolutamente Toi, Moi, Tituba… dell’anglo-ruandese (ma di stanza a Marsiglia) Dorothée Munyaneza, straordinaria figura che si esprime con disinvoltura nel canto, nella coreografia e nella scrittura, lei danzatrice-performer, esaltandone tutte le parti “immateriali” riportandoci nella materialità, nella ferocia del reale. E di quella ferocia ne mantiene la memoria, ecco forse il suo è un discorso sulla memoria, memoria del corpo e di tutti i corpi abusati, la sua immanenza in dialogo con la sua verità terrigna, una straordinaria “messa in scena” delle ferite anche di coloro di cui si è cancellato il nome. Il suo lavoro per questo è documentale, un monumento alla smemoratezza, incarnandone il dolore e l’atto di resistenza. La sua bravura è fuori misura, la sua intensità è persino oltremodo commovente e quel corpo, quella voce è il riflesso di una eco amplificata, moltiplicata per tutte le vittime, donne vittime di guerre, abusi (dicevo), schiavitù di matrice coloniale.
Il lavoro segue le tracce filosofiche di Maryse Condé e di Elsa Dorlin, parola letteraria e parola femminista, ancora il potere delle parole, parola taumaturgica, insegnano a non lasciare nel non detto altre grandi tragedie che da Salem arrivano fino ai giorni nostri, che le si chiami streghe o altro è un dettaglio, medesima violenza. Sul corpo delle donne, sul corpo di tanti e tante, sul corpo come nell’anima. Lo spazio è un quadrato (più o meno) dove il pubblico è posizionato sui suoi tre lati; disseminato di barre Led è una spazio-foresta, luogo ancora una volta arcano, misterico, contiene, trattiene il respiro di quelle configurazioni coreografiche che Dorothée Munyaneza esegue nella misura di una eversione del gesto: colonialismo, superstizione, fratricidio, tutto gronda sangue e bellezza in questa restituzione d’arte, per noi nella gratitudine e nella riconoscenza del suo esserci e resistere.

Note
1) Byung-Chul Han, La crisi della narrazione. Informazione, politica e vita quotidiana, Einaudi, Torino, 2024, p. 8.
2) Stefania Consigliere, Favole del reincanto. Molteplicità, immaginario, rivoluzione, Derive Approdi, Bologna, 2020, p. 15.
3) Carl Gustav Jung, Jung parla. Interviste e incontri, Adelphi Edizioni, Milano, 1995, p. 220.
4) Naomi Klein, Surrealismo contro fascismo, “Internazionale”, Roma 6 febbraio 2026, n. 1651, anno 33, pp. 92 – 93.
5) Alain Badiou, Lo splendore del nero. Filosofia di un non-colore, Ponte alle Grazie, Milano 2017, p. 44.

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