La sfida più difficile nel mettere in scena un’opera in versi è rendere accessibile il senso senza tralasciare la metrica. Trasmettere pensieri, sottotesti e intenzioni mantenendo la musicalità di assonanze e consonanze.
Sfida che si complica ulteriormente se l’opera in questione è una tragedia settecentesca dalla lingua impervia come quella di Vittorio Alfieri.
Se la commedia infatti (mal) sopporta il cantilenante rimare per provocare il sorriso, la tragedia non concede nulla alla litania, pena il crollo della tensione drammatica.

Questa considerazione ha trovato ulteriore conferma di fronte alla recente visione di Mirra, tragedia di Alfieri messa in scena al Teatro Gobetti di Torino per la regia di Giovanni Ortoleva che a proposito ha parlato di “un testo esplosivo nascosto nel nostro patrimonio”.
Tant’è che lo ha affrontato senza lasciarsi intimorire dal monumento che proprio a Torino lo ha preceduto e ha fatto bene: fu infatti Luca Ronconi durante il suo mandato di direttore dello Stabile a dirigere una memorabile versione di Mirra investendo sull’allora giovanissima Galatea Ranzi.
Ricordo la sua voce tarata sulle false corde, una consegna che mi parve ai limiti del sadismo – di quel sadismo che solo i geni si possono permettere, ma sempre sadismo mi parve – ricordo il nome del padre, Ciniro, pronunciato con un conato strozzato in gola, infausta rivelazione estorta con innocenza. E ricordo la sensazione di cupezza e meraviglia che mi restò addosso.
Non molto diversa da quella che ho provato di fronte a questa Mirra firmata da un regista che allora non era ancora nato.
Il lavoro di Ortoleva è viscerale, nel senso che del tabù dell’amore incestuoso coglie e sviluppa la portata simbolica dopo averla ben rivoltata per merito di una squadra di interpreti eccezionali, capaci di incarnare la lingua e farla risuonare di senso: anche laddove le parole si perdono, grazie a un sapiente uso di tempi, ritmi, colori, arrivano chiari gli stati d’animo, i caratteri, il dispiegarsi delle relazioni.
È vero che l’incesto è l’ultimo tabù, ma anche per questo gode di una immunità per la coscienza, sgravata dal peso di una inverosimile colpa: quello che grava invece è il conflitto tra la passione innocente e la brutalità della legge morale, tra il pacifico accordo con la ragione e la bellicosa lotta contro i sentimenti scorretti.
Conflitto che in questa tragedia prende la forma di ribellione al destino di fronte al quale siamo impotenti. Come dire incolpevoli, succubi, portatori sani di una colpa ontologica che non dipende da noi, e tuttavia ci distrugge.

Mirra è soprattutto un affondo nella natura autodistruttiva delle passioni umane quando non sono conformi, ma anche un j’accuse della conformità dirimente: è la tragedia nel dramma borghese, la deflagrazione della famiglia e delle sue regole certe.
Una famiglia che la bellissima scena di Federico Biancalani sistema in una casetta dalle pareti di “carta velina”, dove tutto succede, si consuma, si nasconde, si nega, sotto gli occhi inermi di chi osserva, non visto.
Finché la verità non griderà così forte che anche i muri si faranno da parte, scoperchiando la stanza adibita al convivio, perché tutti, finalmente, la possano ascoltare.

Mirra
di Vittorio Alfieri
adattamento e regia di Giovanni Ortoleva
con Marco Cacciola, Monica Demuru, Marco Divsic, Mariangela Granelli, Lorena Nacchia
scene Federico Biancalani,
costumi Aurora Damanti,
light designer Massimo Galardini
musiche e sound design Pietro Guarracino in collaborazione con Davide Martiello
assistente alla regia Caterina Rossi
produzione Teatro Metastasio di Prato, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale.
Teatro Gobetti, Torino, fino al 1° marzo 2026.