Sabato 21 febbraio 2026, presso lo Spazio Rossellini a Roma, è andato in scena Diario di un pazzo, adattamento teatrale tratto dal celebre racconto di Nikolaj Gogol’.
Il funzionario Aksentij Ivanovič Popriščin, interpretato da Francesco Meoni (che dello spettacolo cura anche la regia), ha accompagnato nel suo viaggio lo sguardo stupito ed emozionato dei tanti spettatori presenti in sala.
Come racconta l’attore, l’idea di realizzare la messa in scena nasce della visione di Flavio Bucci più di vent’anni fa: «Quando vidi questo monologo, tragico, comico, ironico, ne rimasi ammaliato. Dissi a me stesso che mi sarebbe piaciuto raccontare una storia così potente».
Il fisico minuto, la schiena curva, la parrucca chiara che l’interprete sistema spesso con evidenza, suscitano fin dall’inizio empatia e commozione. «Dalla seconda pagina di copione», ci dice Francesco Meoni, «compare la difficoltà del protagonista di avere una mente ordinata e regolare» e, noi spettatori, sentiamo di essere in bilico tra follia e verità. La voce, dolce e vibrante dell’attore, fa anch’essa da ponte per provare un’autentica tenerezza nei confronti del personaggio creato dallo scrittore e drammaturgo russo.
Gogol’ ha vissuto l’esperienza di fare il funzionario con la stessa carica di Aksentij Ivanovič. Dunque, è evidente l’affetto con cui ne narra le vicende. Francesco Meoni racconta: «Non possiamo che amare queste figure. Mi colpisce una frase de Il cappotto che spiega il motivo stesso per cui ho dedicato la mia attenzione a quest’uomo: “Scomparve, un essere che nessuno difendeva, che non interessava a nessuno, e non aveva attirato neppure l’attenzione del naturalista”».
Come potremmo, in un contesto sociale sempre più difficile, essere davvero ascoltati, valorizzati e non resi strumento di un sistema incapace di riconoscere ogni singola vita? Francesco Meoni ci fa vivere, con la sua arte, il percorso disperato di un uomo che, sentendosi negare la dignità, sceglie la via della fuga dalla realtà.
Quando Aksentij Ivanovič decide di essere Ferdinando VIII siamo tutti più felici. L’attore raddrizza la schiena e avviene dal vivo la riscossa sociale. Sembra possibile uscire dal buio, dire basta a tanta mancanza di rispetto e disumanità. L’ombrello che lo proteggeva dalla pioggia, forse dalla stessa società, e creava, ritagliando lo spazio con la sua forma, una piccola scena dentro la grande scena, in un gioco di scatole cinesi, ora si ribalta.

Tutto si ribalta, il funzionario diventa Re. L’ombrello diventa corona e scettro. Lo spazio coperto dal mantello diventa reggia. Aksentij Ivanovič-Francesco Meoni non è più curvo, non balbetta, non è neanche troppo catturato dalla fragilità dell’amore. Si ribella al sistema. A firmare le carte non ci va più, non va più a temperare le penne d’oca, anche se gli riusciva bene, non va più a sentire i commenti dei colleghi.
Quest’atto incoraggia chi guarda a intraprendere la strada della dignità, a realizzare azioni audaci che riportino a una dimensione di rispetto della vita. L’interprete cuce in scena il mantello, che suggella, come le piume del pavone, un aspetto nuovo e unico: valorizza l’io ferito che diventa capace di tirarsi su da solo. Il manto indossato, tirato via dalla scena che ricopriva, danza nello spazio e, dopo pochi attimi, si sente battere forte alla porta. I suoni sono amplificati. L’esaltazione si perde nella paura di una forza che sta per invadere il “rifugio”. Ad un tratto, come fanno i bambini, l’attore si nasconde sotto la stoffa dell’enorme telo colorato e dice che non c’è per nessuno. Immagini di fragilità e dolcezza che rendono grande l’interpretazione, molto vicina al teatro orientale. Un piccolo uomo diventa immenso attraverso la poesia nata dal dolore e gioca con piccoli e semplici oggetti. Ciò che cattura è la sua purezza infantile rafforzata dalle scene costruite da Meoni e dalla soavità della sua voce. Neanche chiusi in casa sotto il mantello fatto con le proprie mani, si può sfuggire a un sistema e al ruolo che esso impone.
Lo spettacolo racconta il tentativo di reagire ad un ordine costituito ormai malato. Un tentativo che, però, fallisce perché la dignità e il valore delle persone, il rispetto della diversità, non sono aderenti alla società di Gogol’ così come del resto alla nostra.
La scena si stringe, il manicomio lo crea nuovamente l’attore con le sue mani: tira giù pannelli bianchi per una saletta gelida dove il centro è la struttura di un letto bianco. La recitazione fluida dei primi quadri, che fa pensare al teatro giapponese, allo scivolare dei piedi sul legno del teatro Nō, si muta ora in rigidità di un corpo trattenuto. Gradualmente voce e corpo vengono bloccati e spogliati della regalità. Ancora prevale la poesia, la Luna e la Terra si incontrano, sulla Luna ci abitano solo i nasi. Ma Ferdinando VIII sente la delicatezza di “quegli organi” e propone la protezione della Luna dove hanno dimora. Coerente con la sensibilità poetica del personaggio appare proiettata sulla scena un’immagine della Luna. Siamo avvolti in una nuova atmosfera legata al sogno e, per un attimo, ci rilassiamo, usciamo volentieri dall’incubo della realtà.
Un nuovo colpo del bastone ci sveglia. Aksentij Ivanovič, colpito sulla schiena, cerca seriamente di capire cosa accade. Le bastonate non sono più accolte come un lecito rituale di iniziazione, l’usanza cavalleresca che aveva attribuito alla corte di Spagna ora viene giudicata stupida, insensata. Il bastone fa male e il nostro Re protesta: «Non ne posso più».
Nel grido disperato del finale il suono delle parole diventa anche poco decifrabile e finalmente viene chiesto aiuto: «Mamma, salva il tuo povero figlio. Versa una lacrima sulla sua testolina malata… non c’è posto per lui in questo mondo».

Siamo nella realtà. Impossibile sfuggirle. Francesco Meoni esprime la crudeltà del reale legando i suoi polsi con delle funi che lo trattengono, nudo davanti al mondo, nudo davanti alla vita. La stanza della tortura si apre ad un pubblico attonito.
Chiedo all’autore dello spettacolo che succede in lui durante queste scene e mi confessa: «Io sono un tutt’uno con Aksentij Ivanovič. Lui giustifica sempre tutto perché vive una follia lucida. Non lo stanno portando in manicomio ma in Spagna. Fino all’ultimo traduce in atti positivi la violenza del manicomio. Si domanda: “Perché il cancelliere mi ha spinto?” E trova spiegazioni plausibili. Provo una grande empatia, provo con lui a cercare il dolore interiore, il dolore fisico. Racconto questa storia senza pelle. È la nudità di un attore che si mette al servizio di tanta sofferenza e lo fa con onestà. Mi hanno riferito che qualcuno del pubblico, ad un certo punto, voleva salire sul palco a coprire Aksentij Ivanovič per accudirlo, per salvarlo. Quando racconto questa storia sono completamente immerso nel personaggio e metto a servizio tutto il dolore che sento».
Il corpo, la voce e il cuore di Francesco Meoni si mettono a disposizione per mostrare l’aggravarsi dello stato sociale che vede sempre più persone schiacciate da un potere alienante, un potere che non permettere di riconoscere il valore della vita. «Ciascuno di noi», dichiara l’attore, «è un mondo unico capace di desiderare. Aksentij Ivanovič ha bisogno di essere visto e la mia storia personale, piena di dolore e frustrazione di un artista che non trova riconoscimento, è il materiale umano che mi permette di raccontare e vivere una vicenda come la sua».
Ci auguriamo che questo spettacolo, tanto attuale nei contenuti e tanto condivisibile dal pubblico anche per la sua ironia, trovi presto teatri adeguati, teatri in grado di accogliere la poesia dell’autore russo e l’arte di Francesco Meoni, al momento unico produttore di questo magnifico Diario di un pazzo.
Diario di un pazzo
tratto dal racconto di Nikolaj Gogol’
scritto, diretto e interpretato da Francesco Meoni
direzione tecnica e sound design Umberto Fiore
aiuto regia Tommaso Garrè
disegno luci Giuseppe Filipponio
musiche Francesco Meoni e Umberto Fiore
scene Marta Montevecchi
tecnico Nicola De Santis.
Lo spettacolo è stato visto allo Spazio Rossellini di Roma il 21 febbraio 2026.