“Miracolo a Milano”: dal film alla scena di Alessandra Bernocco

Foto di Masiar Pasquali

Quante cose si possono dire e scrivere di Giulia Lazzarini. Mi viene sempre in mente quella volta in cui lei stessa raccontò che Giorgio Strehler, durante le prove de La tempesta, la dimenticava in graticcia, appesa a mezz’aria, e quando era di nuovo il suo turno diceva “Tiratemi giù la Giulia”.
Eh sì, tanto era lieve ed evanescente. Tanto era Ariel. L’Ariel più Ariel che si sia mai potuto vedere. Anche dovendosi accontentare della ripresa video, per ragioni anagrafiche.
Volare, Giulia Lazzarini, ha sempre volato.
E continua a volare anche adesso, mentre sfiora il palcoscenico con quei passettini a una spanna da terra, tirata su dalla voce, che è un prodigio di equilibrismi.

Non poteva che essere lei la Lolotta di Miracolo a Milano, lo spettacolo diretto da Claudio Longhi ispirato al film di Vittorio De Sica tratto dal romanzo Totò il buono di Cesare Zavattini al Piccolo di Milano, Teatro Strehler, fino a domani 2 aprile, replica straordinaria.

Foto di Masiar Pasquali

La donna che innaffiando il suo orto sente il pianto di un neonato abbandonato sotto un cavolo e ne diviene madre e angelo, custode sempre, in vita e in morte. Colei che donerà alla creatura, battezzata Totò (nel ruolo un ottimo Lino Guanciale), la colomba magica per realizzare ogni suo desiderio.
Nonostante gli ostacoli da superare, le prove alla Propp che tutte le favole prevedono, Totò il buono avrà la meglio sui cattivi e avrà modo di aiutare i buoni, compresi i poveri ladruncoli dal cuore d’oro che gli rubano la valigia in piazza della Scala, e poi gli offrono rifugio sotto il tetto di lamiera in una baraccopoli di periferia.
Una storia lineare, stilizzata, dai sentimenti incontaminati, una favola, appunto, dove ci sono i prepotenti e gli ingenui, gli sfruttatori e gli sfruttati, i molto ricchi quasi ladri e i miserabili senza colpa.
Che naturalmente avranno la meglio e potranno finalmente volare a cavallo di una scopa in un “luogo dove buongiorno vuole davvero dire buongiorno”.
Nel mezzo, la vita e la vita anche nelle favole fa sentire le sue asperità.

Foto di Masiar Pasquali

Siamo nel dopoguerra e già si parla di speculazione edilizia, di cambiali e rudimenti di marketing, di retate e sgomberi di povera gente per costruire palazzi, si fanno statistiche dei senza casa, gli orfanotrofi sono pieni di tanti Totò rimasti senza famiglia, la lavatrice è un sogno, le tavole languono e la carne la si vede soltanto a Natale. Ma l’alimentazione è l’“argomento del giorno” annunciato per radio e dalla radio arriva la prima edizione del Festival di Sanremo. Nilla Pizzi, Grazie dei fiori.
La stampa già si rivela nel suo meschino cinismo e domanda ai poveri “cosa si prova a essere così poveri”.
Perché la distinzione è sempre la stessa: non tra buoni e cattivi ma tra poveri e ricchi e “i poveri danno fastidio, disturbano, sono matti”. Ma se sono poveri che hanno visto la guerra gli può bastare che “la guerra non torni”.

Foto di Masiar Pasquali

Questo è un po’ il clima di Miracolo a Milano, il realismo magico tra brutti ricordi, sogni, fatica, delusioni e illusioni e, a farsi strada tra l’arroganza di pochi, la mesta volontà di riscatto di molti.
Quella che oggi è venuta a mancare, cedendo il posto alla realtà senza nessuna magia, alla rabbia, alla rassegnazione.
Nuovi poveri, nuovi senzatetto, quotidiana fatica a sbarcare il lunario. Difficile raccontare la favola dei nostri giorni.
Per questo lo spettacolo prodotto dal Piccolo Teatro dove settant’anni fa Giorgio Strehler fece L’opera da tre soldi di Brecht, suona come una meditata scelta politica.
E il sold out per ventinove repliche più una, ne è la risposta.

Foto di Masiar Pasquali

La trasposizione teatrale, curata da Paolo Di Paolo con il contributo di Lino Guanciale e Corrado Rovida, rispetta sostanzialmente la sequenza del film e la messa in scena è dichiaratamente debitrice della scuola ronconiana. Forse è lo spettacolo firmato da Longhi in cui più si avverte l’imprinting del Maestro, un imprinting risolto e metabolizzato, magari citato, ma molto evidente.
Il ricorso quasi costante alla terza persona; le scene che sfruttano sapientemente la profondità del palcoscenico; il largo uso di velatini; i praticabili mobili con plurime funzioni che ricreano distanze, prospettive, lassi di tempo; gli elementi di arredo telecomandati e quel carro funebre in miniatura che mi ha ricordato il tempio in scala posto sul proscenio della Fedra di Racine (un ricordo impertinente ma irresistibile).
E su tutto l’espressionismo di alcuni personaggi – i due medici che fuoriescono dagli armadi della stanza da letto di Lolotta a inizio spettacolo, l’uomo pollo che spunta fuori per contraddire le statistiche sull’alimentazione, la speaker radiofonica e, a tratti, possibili allusioni alle figure kantoriane. Personaggi la cui cifra antinaturalistica racconta bene la differenza tra il mondo nuovo e quello che brulica in una città che non ha ancora guarito le vecchie ferite.

Foto di Masiar Pasquali

E così fanno i costumi di Gianluca Sbicca che giocano con tinte neutre e sfruttano tutte le gradazioni del grigio, interrotto da qualche colore sgargiante, verde, rosso e il bianco di Lolotta, totale e incontaminato, dalle pantofole alla cuffietta da notte. Deliziosa.
Così le scene di Guia Buzzi plasmate dalle luci di Manuel Frenda, che contrappuntano i fotogrammi del film confidando qua e là in oleografici fermi immagine.
Uno spettacolo imponente, che molto vive di scene d’insieme possibili solo attingendo al copioso serbatoio di allievi attori della scuola del Piccolo, quarantasei per la precisione, accanto a uno zoccolo duro di interpreti fidati composto da Daniele Cavoni Felicioni, Michele Dell’Utri, Diana Manea, Mario Pirrello, Sara Putignano, Giulia Trivero. Quasi tutti chiamati alla non facile impresa di restituire il dialetto milanese che occupa grande parte della recitazione.

Foto di Masiar Pasquali

Miracolo a Milano

di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini
trasposizione teatrale Paolo Di Paolo
Dramaturg Lino Guanciale, Corrado Rovida
regia Claudio Longhi
con Giulia Lazzarini, Lino Guanciale
e con Daniele Cavone Felicioni, Michele Dell’Utri, Diana Manea, Mario Pirrello, Sara Putignano, Giulia Trivero
e con le allieve e gli allievi del corso “Luca Ronconi” della Scuola di Teatro “Luca Ronconi”
scene Guia Buzzi
costumi Gianluca Sbicca
luci Manuel Frenda
visual design Riccardo Frati
assistente alla drammaturgia Davide Gasparro
assistenti alla regia Davide Gasparro e Giulia Sangiorgio
assistente costumista Marta Solari
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa.

Teatro Strehler, Piccolo Teatro Milano, Milano, fino al 2 aprile 2026.

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