«Amo la brutalità nelle cose». È una delle frasi-dinamite con cui Princess Isatu Hassan Bangura, artista afro-olandese, sodale di Milo Rau e artefice di visioni tutte sue, di fibra rituale, esordisce come direttrice junior – under 35 – del Teatro Nazionale di Genova. Siamo nel foyer del Sala Mercato, uno degli spazi dello Stabile genovese, per conoscere quest’artista trentenne che, c’è da giurarlo, farà a lungo parlare di sé. Le sue risa, le immagini che usa per raccontare la sua vita e la sua idea dell’arte scenica, l’idolatria del linguaggio corporeo («Sono molto fisica e come prima cosa interrogo sempre il corpo, che non mente mai») cadono come pietre nel lago placido della nostra scena teatrale. Di certo nessuno dei suoi colleghi avrebbe il coraggio di presentarsi alla stampa dicendo: «Amo la brutalità nelle cose». Ma lei sì. D’altro canto, nessuno dei suoi colleghi (per lo più drammaturghi o ricercatori: Diego Pleuteri allo Stabile di Torino, Alessandro Businaro allo Stabile del Veneto, Pier Lorenzo Pisano al Mercadante di Napoli, Francesca Di Fazio all’ERT Emilia-Romagna Teatro, Lea Di Giammattei a Roma) ha la sua storia. Nata nel 1996 in Sierra Leone, che con la sua famiglia ha dovuto abbandonare per via della guerra civile quando aveva solo tredici anni («Sono una sopravvissuta e devo molto alla mia cultura d’origine, da un punto di vista poetico e spirituale»), Princess si forma alla Toneelacademie di Maastricht, in Olanda: «Mi sento anche olandese, appartengo ad entrambe le culture, e di certo non amo essere identificata con il colore della mia pelle. Sono africana e sono europea».

In Italia, è arrivata prima con Milo Rau (Grief & Beauty), poi con le sue performance “afro-futuristiche” nel segno di Dioniso e Edipo (Great Apes of the West Coast, Romaeuropa Festival 2022 e Biennale Teatro 2025; Blinded by Sight, Biennale Teatro 2025). A Genova, c’è arrivata su suggerimento del critico Andrea Porcheddu, dramaturg del Teatro di Genova e consulente di Willem Dafoe alla Biennale Teatro di Venezia. Il regista Davide Livermore, che dello stabile ligure è direttore artistico, ha subito accolto quella proposta internazionale, in linea con la sua idea di teatro che non ragiona per logiche divisive: «L’autoreferenzialità è la morte del teatro. Per me, bisogna sempre aprirsi al nuovo, senza barriere mentali e senza pensare ai confini nazionali». Di fronte ad una affollata platea di giovani (gli allievi della Scuola di Teatro dello Stabile di Genova diretta da Elisabetta Pozzi), in dialogo con Andrea Porcheddu, la performer e poetessa ha dunque presentato se stessa, la sua visione delle cose: «Ci sono artisti che raccontano il mondo così com’è. Io appartengo all’altra categoria di artisti, che vogliono mostrare il mondo come potrebbe essere». E per fare un esempio sul funzionamento della sua immaginazione creativa, prende a prestito due figure tragiche: «Ho lavorato su Edipo (Blinded by Sight) perché mi interessava la dialettica vedere-non vedere. Edipo si rifiuta di vedere che la sua città sta bruciando. Quando viene a conoscere la verità su se stesso, si acceca. Se si chiudono gli occhi, si può vedere meglio, più a fondo. Questo gesto così brutale e insieme così poetico mi affascina. Ma prendiamo un altro personaggio della tragedia, Medea. Non ho idee precise su di lei, ma mi piacerebbe scatenare l’immaginazione. Perché non collocarla, per esempio, all’interno di un vulcano con le sembianze di un cane?».

Le immagini si inanellano a ritmo vertiginoso, mostrando una mentre creativa che ha in odio l’ipocrisia e tiene invece in massimo conto l’autenticità. «Il mondo sta bruciando attorno a noi. E molti artisti si sentono in dovere di dire qualcosa su questo mondo che brucia. Trovo questa posizione ipocrita. Perché non si può avere un’idea su tutto, non si può reagire ad ogni evento della storia contemporanea. Al contrario, bisogna fermarsi, ascoltare le proprie emozioni, quello che ha da dirci il corpo, che va svuotato prima di essere interpellato. Se faccio un errore, piango e faccio un passo indietro. Ma gli errori non sono mai errori, sono lezioni da cui si impara».

Potenza. Brutalità. Fragilità. Compassione. Sono le parole che guidano la ricerca fisica (prima ancora che mentale) di Princess Isatu Hassan Bangura, la “guerriera fragile”: «Non mi vergogno di avere questo colore della pelle né di essere donna. Se qualcuno ha qualcosa da dire, si faccia avanti, ma poi dovrà vedersela con me».
Energia allo stato puro, insomma. Che si riverserà su Genova. In forme che ci figuriamo molto poco innocue. «Intanto osservo, cerco di capire, sono una spugna che assorbe tutto. Ogni giorno, è il giorno giusto per creare qualcosa di nuovo».
