Cronache nuoresi. Iben Nagel Rasmussen: training, figure, coralli di Emanuela Bauco

Foto di Francesco Galli

Una rassegna che attraversa Roma, Nuoro e Torino, mettendo in relazione la voce antica e ancora viva di Grazia Deledda con la drammaturgia del presente. È Drammaturgie del Destino. Le donne fra scritture della scena e della vita (per approfondire, drammatugiedeldestino), un percorso ideato e diretto da Chiara Crupi e prodotto da IL Mutamento Zona Castalia con il contributo del MIC. Liminateatri, media partner dell’iniziativa, accompagna e racconta questo viaggio fatto di incontri, spettacoli e memorie.

Dopo la tappa inaugurale di Roma al Teatro Basilica, (si veda l’articolo di Letizia Bernazza Ana Woolf e Sandra Pasini: due grandi attrici al Basilica di Roma) la rassegna è approdata in Sardegna. Le giornate nuoresi sono iniziate il 12 ottobre presso l’Auditorium della Biblioteca Sebastiano Satta con la mattinata di studio e riflessione aperta alla cittadinanza e alle giovani generazioni intitolata Deledda: scrittura, autodeterminazione, scena. L’incontro ha aperto il percorso esplorando come si passi dalla pagina alla scena e come la scrittura possa diventare uno spazio di autodeterminazione e materia viva. Al centro dell’incontro, diretto da Marco Moledda (Fondazione Sardegna Teatro), la proiezione del documentario su Grazia Deledda Non ti uccisero a colpo di spillo. Tra i relatori figurano Natascia Demurtas (vicesindaca, assessora alla Cultura), Roberto Puggioni (docente dell’Università di Cagliari), la drammaturga Paola Atzeni, la direttrice artistica del progetto Chiara Crupi. In città, il progetto gode del patrocinio dell’Amministrazione Comunale, si pone in dialogo con il progetto Cuore bisogna avere, null’altro (di cui il Comune di Nuoro è capofila) e conta sulla collaborazione di Sardegna Teatro, I.S.R.E., Fondazione Sebastiano Satta, MAN e ISTASAC.

Nella stessa giornata del 12 ottobre, alle ore 18.30 sempre alla Biblioteca Sebastiano Satta, si è tenuta la proiezione del documentario Il Training e le Figure di Chiara Crupi. L’opera ha permesso al pubblico di addentrarsi nella ricerca artistica, pedagogica e nel lavoro dell’attrice e regista danese Iben Nagel Rasmussen, focalizzandosi sull’autodeterminazione, sulla disciplina e sul training quotidiano ereditato dall’Odin Teatret con Eugenio Barba e dall’esperienza con Grotowski. A seguire, si è tenuto un dialogo tra Chiara Crupi e Marco Moledda.

Foto di Francesco Galli

Il percorso è poi proseguito il 13 ottobre al Teatro Eliseo di Nuoro (TEN) con la messa in scena dello spettacolo I coralli della memoria, di e con Iben Nagel Rasmussen. Sorretto da uno splendido e impeccabile lavoro organizzativo – guidato con grande sensibilità da Marco Moledda nel connettere il progetto con le istanze del territorio –, il secondo appuntamento nuorese ha visto l’attrice accogliere gli spettatori direttamente sul palcoscenico. La disposizione delle sedie in un cerchio ristretto di soli sessanta posti ha instaurato una dimensione di rara intimità. La tappa nuorese proseguirà il 2 novembre al TEN (Teatro Eliseo di Nuoro) con Laura Curino e lo spettacolo La diva della scala.

Iben Nagel Rasmussen è una delle figure più significative del teatro di ricerca del Novecento. La sua avventura artistica è strettamente legata all’Odin Teatret, il gruppo nato a Oslo nel 1964 dalla visione di Eugenio Barba e trasferitosi due anni dopo in Danimarca, a Holstebro. Rasmussen è entrata a farne parte nel 1966, condividendone il percorso per oltre cinquant’anni. Al tempo stesso, mossa da un forte desiderio di ricerca personale e da una naturale inclinazione alla pedagogia, ha sentito l’esigenza di esprimersi anche al di fuori del gruppo originario. Farfa (1983): un laboratorio e progetto formativo internazionale attraverso il quale ha condiviso la propria esperienza e formato allievi d’eccezione, tra cui Pippo Delbono, César Brie e Pepe Robledo. Il Ponte dei Venti / Vindenes Bro: un secondo gruppo di ricerca internazionale, nato nel 1989, la cui attività e sperimentazione proseguono ancora oggi. Fin dal 1979, con lo scritto Le mute del passato, Rasmussen ha iniziato a interrogarsi sulle relazioni profonde tra la propria esperienza personale, l’identità femminile e il mestiere dell’attrice. Nel suo percorso, il corpo diventa un vero e proprio archivio vivente, dove figure e sequenze di spettacoli passati non rimangono immobili, ma riaffiorano e trovano nuove forme. Questo processo emerge con forza in diverse tappe e opere centrali. Gli spettacoli biografici e il volume Il cavallo cieco (Bulzoni, 2006), attraverso lavori come Itsi Bitsi (1991) – dedicato al musicista beat Eik Skaløe, – e Il libro di Ester (2006) – incentrato sulla madre, la scrittrice Ester Nagel –, Rasmussen rielabora la propria storia personale e artistica. Questi testi sono poi confluiti nel volume Il cavallo cieco, nato dal dialogo con Eugenio Barba. Più che una semplice cronaca dell’Odin Teatret, il libro mette a confronto due memorie vive: quella dell’attrice e quella del regista, in un incontro in cui i ricordi si completano, differiscono o si correggono a vicenda. Il documentario Alla ricerca del corpo trasparente: un’opera speculare al libro, incentrata sul dialogo con Eugenio Barba riguardo al training fisico, alla pedagogia e all’apprendistato dell’attore.

Foto di Francesco Galli

I personaggi costruiti da Iben Nagel Rasmussen nel corso del suo percorso non appartengono a una singola storia, ma viaggiano di opera in opera. Funzionano come le maschere e i canovacci della Commedia dell’Arte: matrici autonome che il montaggio scenico combina ogni volta in un racconto differente. È una trama di ritorni e trasformazioni continue: Kattrin la muta, attraversa Le ceneri di Brecht e Ode al progresso, fino alla Kattrin di Itsi Bitsi. Il Trickster, l’energia irriverente di The Million, riaffiora con la sua forza dirompente in Ode al progresso e riappare tra le pieghe di Itsi Bitsi, Lo Sciamano, la figura totemica nata in Come! And the Day Will Be Ours, migra anch’esso nell’universo di Itsi Bitsi, portandovi la sua qualità rituale e vocale. Insieme a loro Kaspar, il Poeta/Dostoevskij e le altre presenze che hanno segnato la sua storia non restano confinati nel passato.

Rasmussen racconta la fine di Tebe nel tempo della febbre gialla, l’ultimo spettacolo realizzato con l’ensemble storico dell’Odin Teatret. Tra le figure incarnate dagli attori, lei era il fantasma di Edipo: cieco, errante nel mondo delle tenebre, capace di risvegliare i morti e ricondurli a combattere, amare, discutere, tessere intrighi. Dopo la sua conclusione Iben ha cominciato a sentire sussurri e mormorii. Erano in tanti i suoi personaggi desiderosi di uscire, di accompagnarla nel paesaggio sfocato in cui sembravano dormire.

Ne I coralli della memoria, Rasmussen sposta l’attenzione su una domanda essenziale e radicale: che cosa accade ai personaggi e alle figure di una vita quando lo spettacolo finisce, e dove restano una volta usciti dalla scena? Iben li riporta tutti in rassegna nello stesso luogo: un popolo di figure che riaffiora semplicemente attraverso un gesto o un’intonazione, mostrandosi per quello che è — una geografia viva di corpi, suoni e visioni che continua a scorrere nel presente. Lo spettacolo si apre con il suono registrato delle onde e della risacca.

Foto di Francesco Galli

L’ambiente è concepito come un fondale marino o un “subacqueo” dove giacciono i coralli. Oltre alle maschere, lo spazio minimo è disseminato di piccoli oggetti/involucri rimasti dai vecchi spettacoli dell’Odin Teatret: costumi piegati, stoffe, valigie o relitti teatrali che l’attrice “riaccende”. Non è un palco, ma una stanza, un perimetro ristretto in cui le sedie del pubblico sono a ridosso dell’attrice.

Le figure riemergono non come personaggi, ma come “voci sepolte” o fantasmi che chiedono di non essere dimenticati. La scena diventa lo spazio fugace in cui possono tornare a farsi presenza attraverso il corpo – trasparente di Iben. Il corallo cresce lentamente, sotto la superficie, attraverso una sedimentazione paziente.

Anche il lavoro dell’attore si compie in questo modo: ciò che è stato vissuto si deposita senza restare identico a sé stesso. Quando torna alla luce, il corpo-memoria porta i segni del tempo, le trasformazioni del corpo, la distanza che separa l’attore di oggi da quello che era. Ne I coralli della memoria i personaggi non tornano per ripetere gli spettacoli da cui provengono. Affiorano come presenze mutate, frammenti di una vita teatrale che il corpo ha custodito senza poterle trattenere.

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