La gratitudine è virale sulla metro di New York Intervista a Benny Cruz di Patrizia Vitrugno

Foto di Kirill Simakov

Benny Cruz ama New York. La sua relazione con la Grande Mela è profonda, intima, complessa («I have an affair with the City» è solito affermare). Conosciuto sui social come “Your Local Benny”, Cruz è nato in Svezia ma la sua anima è sempre stata profondamente legata alla cultura pop americana. Ha lottato per affermare la sua arte e proprio quando credeva che non ce l’avrebbe fatta, New York è stata la sua luce. Oggi, la sua The Gratitude Series (Serie della Gratitudine), realizzata dipingendo sulle mappe della metropolitana frasi emozionali che esplorano i temi dell’identità, dell’appartenenza e della connessione umana e che hanno come filo conduttore la sua gratitudine per questa città, è un fenomeno di culto e simbolo di rinascita.

Quando hai capito che l’arte sarebbe stata il centro della tua vita?

Ho sempre voluto fare l’artista, fin da bambino. All’inizio però, come spesso accade, ti ritrovi a studiare tutt’altro. Nel mio caso è stata la meccanica, una materia che odiavo. Non amo le auto – certo, mi piacciono le Porsche, le Ferrari, oppure la DeLorean di Ritorno al futuro o la Koenigsegg – ma a parte questo non ero interessato al settore automobilistico. Fortunatamente, ho avuto l’opportunità di fare un apprendistato con un artista più anziano. Era diretto e amichevole ed è stato lui a insegnarmi il mestiere, dandomi la motivazione che mi serviva. È grazie a quel tempo, a quel processo lento di apprendimento, che sono riuscito a sbloccare la mia vena artistica.

Foto di Kirill Simakov

Nella tua vita hai vissuto un periodo di crisi profonda, un meltdown lo definisci. Cosa lo ha scatenato e in che modo lo hai superato?

È stato un momento di crollo emotivo durato un paio d’anni. Sentivo che la mia arte non andava da nessuna parte, soprattutto perché realizzavo pittura figurativa per compiacere gli altri. È stato lì che ho capito che non ce l’avrei fatta come artista e mi sentivo come se stessi vivendo in una scatola scura. La liberazione è stata tornare alle origini: ho ricominciato a usare il testo, come negli anni Novanta quando facevo “tag” e scrivevo il mio nome ovunque. Questa volta, però, avevo qualcosa di autentico da dire. Ho ricominciato per me stesso e, proprio in quel momento, ho notato che su Instagram stavo ottenendo un seguito e ho pensato che avrei potuto indirizzare la mia arte a New York, perché lì iniziavo ad avere un pubblico che acquistava le mie opere.

Foto di Kirill Simakov

Perché la mappa della metropolitana di New York è la tua “tela ideale”?

Ovunque si viva, si è esposti alla cultura pop americana: la musica, i film, l’arte. Abbiamo tutti le stesse immagini di New York; è quasi naturale avere un legame con la città. Io sento di aver sempre avuto una relazione a distanza con lei. Questo legame si è nutrito fin dall’infanzia con l’hip hop, la breakdance e i graffiti. Ma quando mi sono chiesto cosa fosse per me New York, è stato spontaneo rispondermi “la metropolitana” perché è il sistema nervoso della città: unisce tutte le persone, dai milionari al ragazzo che arriva in città per la prima volta. La mappa è un simbolo democratico perfetto per esprimere la mia riconoscenza ed è così che è nata The Gratitudine Series che non è stata creata per scopi commerciali. È stata la mia risposta emotiva quando ho realizzato che avevo un pubblico. Era come se qualcuno avesse aperto una finestra sul tetto della mia “scatola scura” facendo entrare il sole. Le emozioni sono state enormi e quindi ho voluto esprimere la mia gratitudine a quanti mi avevano permesso di vedere la luce con la frase «New York, I have so much to thank you for» («New York, ho così tanto per cui ringraziarti») e da qui è partito tutto. Spero che tutti coloro che si identificano con il mio messaggio possano sentire l’amore e la possibilità di una rinascita nella loro vita.

Foto di John Johnson

È possibile ammirare la tua arte anche in altri “spazi” della città come, per esempio, su un camion fermo sulla quattordicesima strada.

Cerco sempre visibilità e credo sia importante avere un occhio diverso quando guardi qualcosa per questo io riesco a vedere opportunità lì dove altri vedono la quotidianità. In questo caso ho visto un camion anonimo, ho negoziato il prezzo con l’autista che ha chiesto il permesso al proprietario e ho dipinto la frase «New York is the end of your past and place of rebirth» («New York è la fine del tuo passato e il luogo della rinascita»). Quel camion è diventato virale, visto da milioni di persone su TikTok e Instagram. Inoltre, credo che anche la condivisione sui social media sia un modo per la gente di identificarsi con quell’arte: la sentono, risuona con loro, e c’è molto amore anche in questo.

Foto di John Johnson

I social media, in particolare Instagram, hanno poi cambiato il tuo approccio all’arte? Ora li consideri parte del processo creativo, puro marketing o solo un modo per condividere i tuoi lavori?

Sono uno strumento incredibilmente potente che amplifica la connessione umana. Vedo Instagram come una finestra per rendere la mia arte accessibile. Non è solo marketing ma un mezzo per trovare collaborazioni (con artisti e brand) e, soprattutto, il pubblico giusto. Se utilizzato bene, è un acceleratore, sia che tu voglia fare arte, che uscire con qualcuno, che trovare un nuovo lavoro.

Quali sono state le sfide più grandi che hai affrontato in questo percorso newyorkese?

Io credo che la sfida sia principalmente mentale. New York è complessa. È un enorme investimento e comporta sacrifici ma quando sai che è la cosa giusta, devi dare tutto te stesso. Non si tratta solo di dipingere una frase in un minuto e mezzo. È tutto il lavoro costante e organico che c’è dietro. La concorrenza c’è, ma se avessi ascoltato chi non credeva in me, sarei rimasto bloccato. Bisogna andare all in e credere ciecamente in quello che si fa perché nessuno lo farà per te.

Foto di Moises De Pena

Oltre a New York, ci sono altre influenze, come persone o artisti, che hanno avuto un impatto significativo sul tuo lavoro e sulla tua trasformazione personale?

Assolutamente. La band Mothermary è una grande fonte di ispirazione perché le gemelle che l’hanno fondata hanno completamente trasformato la loro vita trasferendosi dal Montana a New York. Per me incarnano lo stesso senso di rinascita che ho provato nella Grande Mela e continuano a svolgere un ruolo significativo nella mia trasformazione personale. Mentre continuo a conoscere me stesso e a navigare tra New York, Los Angeles, la Florida e oltre, la musica delle Mothermary sembra la colonna sonora del mio viaggio. Le loro esibizioni dal vivo sono vere opere d’arte, così come la loro musica. La loro energia mi ricorda che la trasformazione è un percorso inarrestabile.

Quali sono i tuoi progetti futuri e che posto ha l’Italia?

Ho appena inaugurato una mostra a Los Angeles. Inoltre, c’è un forte interesse per l’Italia e insieme ad altri artisti stiamo lavorando per portare i miei lavori a Milano. Sapere che il pubblico italiano mi ama e sostiene la mia arte è una grande motivazione.

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