“Israel & Mohamed” al Romaeuropa Festival di Paolo Ruffini

Foto di Laurent Philippe

Possiamo dire che le esperienze della danza contemporanea stiano da tempo depotenziando il linguaggio stesso della danza, così da scardinare quell’idea di un’arte della rappresentazione asservita al potere, dalla fisicità ovviamente binaria e costruita da immaginari stereotipati?
Se intendessimo la danza, quanto altre sperimentazioni nell’arte, uno strumento oggi capace di ripensare al rapporto tra chi crea e chi fruisce, tra atto liberato dagli ammennicoli della tradizione alla ricerca di un gesto prossimale agli spettatori e alle spettatrici, alla ricerca di una consonanza di sguardi, dunque, che responsabilizzi, anzi “disorienti” sia chi guarda e sia chi agisce, allora sì, potremmo considerare la danza come un sistema di prassi e intenzioni portatore di tracciati di realtà in quel campo definitivamente emancipato della performance, dove si cerca di decostruire gerarchie affrancandoci dalla competizione e dal mero consumo. Forse è per questo che la danza, nelle sue tante articolazioni asimmetriche, sembra oggi impegnata a recuperare nel racconto di sé porzioni personali, soggettive degli e delle interpreti, mettendo in gioco quella zona di confine della propria biografia che travalica la forma, in una sorta di processo dove non è mai chiaro quanto sia figlio di un nocumentary scenico lì a verbalizzare il corpo, o a raccontarne l’azione, quasi una proposizione liberata dal controllo dal codice del movimento come da quello della parola, qualcos’altro insomma dalla parola agìta e dal movimento detto ma che li comprende entrambi.

Così anche il potente spettacolo Israel & Mohamed di Israel Galván e Mohamed El Khatib, presentato al Romaeuropa Festival lo scorso 11 novembre, lavoro “artigianalmente” strutturato e impreziosito dalla capacità dei due autori-performer di sapersi raccontare con una notevole dose di autoironia, si muove nel solco di questa rifrazione di una danza “parlata”, mossa, resa ingombro della memoria dove al centro c’è per tutti e due gli interpreti l’irrisolta questione con i rispettivi padri.

Foto di Laurent Philippe

Uno spazio scenico essenziale benché carico di materie che evidentemente rimandano alle loro storie, due baldacchini veri e propri posti quasi lateralmente come per lasciare la centralità della scena al loro dialogo, una sorta di teatrino dei ricordi con tanto di foto dei genitori ancora giovani, oggetti, reliquats de mémoires, fanno da cassa di risonanza tra ciò che accade e viene raccontato e l’eco di questo “presepe” di un tempo arcaicizzato.
Uno, Israel Galván, marchiato a fuoco (si fa per dire) dal flamenco, giocoliere del gesto che si fa macramè della tradizione rivisitandone i significati del zapateado (quella accelerazione di colpi ritmici con i piedi), della capacità di far danzare le braccia e il sapersi perdere nei giri su sé stesso, un virtuoso ribelle che reinventa la struttura ritmica e che armonizza tutti i movimenti. L’altro, Mohamed El Khatib, è un regista che perfeziona il teatro nella sua archiviazione documentale, e la scena come accumulo di percezioni e rammemorazioni dentro una poetica rigorosamente asciutta e vera che diventa magicamente dolente. Ognuno alla scoperta di uno spazio ulteriore del passato e di come questo abbia ancora un potere sull’oggi, un oggi liberato ma ch’è risuonante delle mancanze e dei non detto con quei padri così simili, comunque autoritari nelle differenze, nel desiderio di forgiare i due ragazzi su strade non scelte.
Lo spagnolo e il francese si ritrovano in questa bolla che acuisce l’incontro, ne esalta la fisicità su temi per entrambi cruciali, a partire dal rapporto con la tradizione (appunto), introiettandone il segno profondo che assorbe la morale e l’etica in un personalissimo concetto di famiglia. Prontamente disattendendo le aspettative dei padri.

Foto di Laurent Philippe

I padri, allora. Questo archetipo che disegna in Occidente come nell’Islam i desideri dei più giovani. Interessante nel connubio artistico tra Galván e El Khatib è la sovrapposizione di piani, danzato, raccontato, immagini filmate da un archivio privato e registrazioni che innescano possibili linee di fuga; al limite dell’improvvisazione, è questo un teatro jazz, potremmo dire, in cui tutto accade davvero, realmente, mentre si moltiplicano i micro-interventi recitati, di interlocuzione con lo spettatore lì ad accennare e a contraddire subito dopo una frase, un passaggio, mentre la stanza documentale si fa Storia (e moschea), con svisate e disarmonie perfettamente funzionali, assoli e “giochi” a due simili a un concerto, è anzi un concerto così tanto brechtiano, uno che ne sapeva della scomposizione della tradizione e del fraseggio musicale.

Ci guida sapientemente Giulia Caminito nelle biografie dei due autori-performer quando scrive nel programma di sala: «uno ex studente di sociologia e scienze della regione della Loira, votato al calcio e al teatro, l’altro ballerino sivigliano di flamenco, figlio di ballerini, che avrebbe voluto moltissimo diventare calciatore»; desideri interrotti, nelle parole di padri increduli di fronte alle scelte dei propri figli, un teatro difficile oppure una danza stravagante, qui la vita si organizza in parabole esperienziali tra libri, ciabatte e trofei dagli altarini che configurano una “allucinante” anche pop smisuratezza delle identità.

Lavoro intenso con due figure in perfetto e magnetico equilibrio dialettico.

Foto di Laurent Philippe

Israel & Mohamed

concezione e interpretazione Mohamed El Khatib e Israel Galván
scenografia e luci, collaborazione artistica Fred Hocké
sound design, collaborazione tecnica Pedro León
direzione tecnica Pedro León e Fred Hocké
video Zacharie Dutertre e Emmanuel Manzano
costumi Micol Notarianni
costruzione scenica Pierre Paillès e Géraldine Bessac
direzione di produzione Rosario Gallardo e Gil Paon
produzione Zirlib / Israel Galván Company
coproduzione Festival d’Avignon, Romaeuropa Festival, Théâtre de la Ville (Paris),
Le Grand T – Théâtre de Loire-Atlantique (Nantes), TNB – Théâtre Nationale de Bretagne (Rennes),
TnBa – Théâtre National Bordeaux Aquitaine, Le Volcan – Scène nationale du Havre,
TANDEM – Scène national Arras-Douai, Théâtre Garonne (Toulouse), MC2 – Maison de la Culture de Grenoble, Scène national de l’Essonne (Évry), Teatro della Pergola (Firenze), La Halle aux Grains – Scène national de Blois.

Romaeuropa Festival, Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, Roma, prima nazionale, 11 e 12 novembre 2025.

Prossime date:
Théâtre National Wallonie-Bruxelles, Bruxelles, dal 26 al 30 novembre 2025.
Festival d’Automne, Théâtre de la Ville, Parigi, dal 10 al 20 dicembre 2025.
Théâtre National de Bretagne (TNB), Rennes, dal 10 al 14 febbraio 2026.

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