Dracula, un mito contemporaneo di Alessandra Bernocco

Foto di Andrea Macchia

Del Teatro Astra di Torino conservavo il ricordo di uno spazio molto affascinante, ma contenuto. Ricordavo bene la platea a gradinata e le pareti di cemento che non nascondono gli spuntoni di ferro delle travature. Sapevo anche che Andrea De Rosa per questo Dracula scritto da Fabrizio Sinisi con Federica Rosellini nel ruolo del titolo, aveva stravolto e reinventato lo spazio. Ma non immaginavo la sensazione di enormità che ho provato entrando nella sala subito dopo avere percorso lo stretto corridoio in cui abbiamo assistito al prologo.

Foto di Andrea Macchia

In ampiezza e anche in altezza, poiché è stato eliminato persino il controsoffitto, la sala pare una di quelle strutture postindustriali riadattate per accogliere contenuti di volta in volta differenti. Un grande contenitore ospitale, un po’ come lo era stato il Lingotto con Gli ultimi giorni dell’umanità messo in scena da Luca Ronconi, così, visto che ci troviamo a Torino.
Mostre, concerti, spettacoli site specific, come in questo caso, appunto.
Il site specific: quell’invenzione che si pensa sia frutto di sperimentazione ma a volte è ripiego d’emergenza alla chiusura dei teatri. Strade, garage, capannoni, persino location improvvisate in appartamenti dedicati e hall di alberghi. Di site specific ne abbiamo viste di tutte.
Invece qui siamo proprio in un teatro, appositamente riallestito, che dopo il 30 novembre tornerà come prima. Una scelta vera e propria, tutt’altro che un’emergenza. Scelta ambiziosa, ma premiata da un gran bel risultato, quindi sarebbe il caso di non perdere l’occasione.

Foto di Andrea Macchia

L’idea è ricreare le atmosfere gotiche del romanzo di Bram Stoker a cui Sinisi si è liberamente ispirato, la dislocazione del tempo e dello spazio, lo spaesamento. Un senso di spaesamento, infatti, arriva in modo molto forte non soltanto dal sovvertimento degli spazi, ma dalle scene, anch’esse firmate da De Rosa insieme a Luca Giovagnoli, dalle luci (Pasquale Mari) fredde, livide, oppure spettrali, che filtrano come cunicoli nell’oscurità, dai suoni metallici, subliminali, gli ululati di cui non si coglie immediatamente la fonte (sound designer G.U.P. Alcaro).
Ma spaesamento è anche passare dallo stato di (quasi) claustrofobia del corridoio, fermi e in piedi, a un altrove che è invece generatore di (quasi) agorafobia.
Succede dopo che Jonathan Harker (Michele Eburnea) ovvero l’avvocato incaricato di gestire una questione immobiliare col conte Dracula, racconta con dovizia di dettagli e in modo abbastanza fedele all’originale di Stoker, della sua permanenza al castello: a noi, che attendiamo di defluire nella grande sala, e alla moglie Mina, per via epistolare.
Insomma, un attore un po’ Caronte che nei panni di un inviato speciale in Transilvania, ci introduce al castello.

Foto di Andrea Macchia

Un luogo non solo fisico ma della mente, dove si dice che non ci sono specchi, le porte sono chiuse a chiave e non c’è via di uscita. Ed è di nuovo claustrofobia.
Però dalla graticcia arriva il rumore del mare, un mare in tempesta, tuoni, lampi, un uomo che annaspa (il Renfield di Marco Divsic) e parla di altri uomini scomparsi dalla nave.
Ma prima ancora di trovare posto su una gradinata laterale, disposta in lunghezza, veniamo intercettati da tre tavoli autoptici, proprio di fronte, a poche spanne di distanza. Non esiste quarta parete, siamo anche noi dentro il castello.
Nel tavolo centrale c’è un corpo indistinto di donna, di cui non scorgiamo il volto, ma il bianco predomina, asettico, glaciale.
Sopra di lei pende un enorme cuore altrettanto glaciale, e un reticolato di tubi, vene e arterie che non irrorano sangue. Non ancora. Geme, grida, sogna, è tormentata dagli incubi, muove gambe e bacino come una partoriente. È Mina (Chiara Ferrara), la moglie di Jonathan, colei che il conte Dracula crede essere la reincarnazione della donna amata uccisa quattrocento anni prima.

Foto di Andrea Macchia

Il vampiro che si era annunciato attraverso i vetri di una finestra che sfiora il soffitto, ombra sinistra dai contorni indefiniti che incombeva a distanza, ora perseguita e spaventa: un candelabro in mano e la camminata frenetica, sempre più iroso. In cerca dell’“unica cosa viva in mezzo a questa morte”.
Nosferatu è il non-morto, colui che non può morire ma che non riesce a vivere poiché per farlo si deve nutrire del sangue altrui condannando le vittime alla sua stessa sorte.
L’incarnazione del male, dunque, l’identificazione della vita come necessità del male, come dannazione.
E ora la domanda che questa riproposizione del mito ci pone è quanto noi individui moderni siamo dannati.
Quanto desideriamo sfuggire alla morte e come agisce nella nostra vita la rimozione di essa.
E allora il discorso da mitico e leggendario si fa esistenziale. Persino quotidiano: esistentivo, direbbero i filosofi esistenzialisti. Così strettamente legato ai nuovi ritrovati mirati a prolungare la vita, promettendo miracoli ed eterna giovinezza.
Quanto ne siamo schiavi e sedotti?
Dracula rappresenta la nostra hybris di vita, laddove la vita pretende di sconfiggere definitivamente la morte, la nostra stessa morte, oltre la rimozione della morte altrui.
Perché la questione non è tanto socio- antropologica, e meno ancora metafisica, ma è profondamente legata al desiderio individuale di protrarre incondizionatamente la vita.

Foto di Andrea Macchia

La voce della ragione rappresentata dal medico non attecchisce e quando entra in campo il dottor Van Helsing di Michelangelo Dalisi, si ha proprio l’impressione di una giustapposizione di mondi che non fanno contatto. La recitazione stessa è modulata su registri diversi, che si parlano ma non si comprendono.
In questo senso il mito resiste all’usura del tempo, resiste come archetipo tragico, di volta in volta incarnato nel nostro presente.
Sempre più umanizzato, vicino a noi, prossimo e insieme inquietante, pericoloso, seduttivo.
E Federica Rosellini e Chiara Ferrara, magnifiche entrambe, con quel bacio prima dell’alba, delicato e sanguinante, non cruento, sono commuoventi.

Foto di Andrea Macchia

Dracula

liberamente ispirato al romanzo di Bram Stoker
testo Fabrizio Sinisi
regia Andrea De Rosa
con Michelangelo Dalisi / Marco Cacciola, Marco Divsic, Michele Eburnea, Chiara Ferrara, Federica Rosellini
scene Andrea De Rosa, Luca Giovagnoli
luci Pasquale Mari
suono G.U.P. Alcaro
costumi Graziella Pepe
assistente alla regia Marco Corsucci
produzione TPE – Teatro Piemonte Europa.

Teatro Astra, Torino, fino al 30 novembre 2025.

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