La violenza: il tema è di questi tempi, di giorno in giorno più insistente. Non la violenza come impulso arcano, personale e intimo, generatore di orrori da cronaca o di piccoli fatti osceni, bensì come strategia politica, sistema di comunicazione interpersonale, bandiera dei gruppi e vera lingua dei popoli. Con l’animo umano entra in dialogo, sì, ma passando dall’esterno, con la forza di un’aggressione alla carne.
Il duo di coreografi-danzatori diviso tra Italia e Germania composto da Ginevra Panzetti ed Enrico Ticconi ha nel suo DNA alcuni dati solidi sin dai primi lavori: l’attento studio, preliminare alla messa a terra, da cui discende il rigore del pensiero e della scrittura drammaturgici; l’attenzione alla composizione scenica e al gesto, sempre misurato e personale, che soprattutto in questo si collega alla tradizione più classica della danza; il riferimento esplicito sia al mondo dell’arte figurativa che a quello della performatività, in accordo con molte esperienze castellucciane – i due, romani di origine, hanno un passato nella Stòa cesenate.
A Romaeuropa Festival si dà l’ultima creazione, nella quale il duo si ritira per la prima volta interamente dietro le quinte e lascia spazio alle sei danzatrici della zagabrese Studio Contemporary Dance Company. All’Arme è il titolo.

L’ingresso in scena è già inquietante: le danzatrici entrano dalla platea e dalle quinte nel buio, impugnando torce dalla luce fredda, e con fare poliziesco esplorano, frugano lo spazio, come alla ricerca di qualcosa, in una sorta di preliminare perquisitorio. Una volta appurata l’assenza di minacce il lavoro entra nel vivo. E sono gli elementi della luce e della musica ad accompagnare senza interruzioni lo sviluppo drammaturgico: luci sempre mosse, intelligenti ed emotivamente coinvolgenti, mai versate a distogliere dallo sviluppo sul palco, e una traccia sonora continua, anch’essa in perenne mutamento sopra l’ostinato di un tempo in due (ora prodotto da una sorta di battimenti tra due frequenze vicine, ora da percussioni, ora da bassi, ora versato nella melodia del brano, ora su rumori concreti, acciottolii, frustate), trasfigurazione sonora del passo marziale di una parata o di un esercito in bellicosa marcia.
È proprio questo il centro oggettivo e di pensiero del lavoro. La progressione aggressiva.
Esso ordina coreografie para-militari, sulla cui inflessibilità si aprono ferite: più volte, per tutta la durata del lavoro, una danzatrice si scioglie dal rigore del passo in due e tocca terra, si accascia in una sua umanità dolente, richiamando le altre ad assisterla: ecco le si slaccia la casacca militare, e sembrerebbe un “lasciatela respirare” (è particolarmente evidente l’abitudine dei coreografi di inserire anche i volti nella partitura coreografica), ma da lì sotto emerge un bianco di cotone accecante, quel candore soffocato dal tetro panno oscuro dell’uniforme.
In quello che, poi, appare come una preparazione al finale ma che è, invece, un momento acmeico utile al passaggio verso la seconda e più breve parte del lavoro, vediamo i corpi annegati nella sirena di una luce d’emergenza insistente, nella quale gli arti si disarticolano, le unità degli organismi sembrano perdere ogni ordine e unisono, appaiono ingovernabili per le loro stesse abitatrici, nel racconto di una convulsione da panico. A questa nuova configurazione si associa uno spazio di riflessione diverso: quel ritmo a due diviene ora, rimodulato anche nella base sonora, habitat per un rave, per un delirio jodel, per un tip-tap su anfibi di gomma, per un allegro pogrom, per cui a turno, una coppia di danzatrici è atterrata al centro di un circolo, da cui provengono feroci calci di tacco.

Come al solito, per Panzetti/Ticconi, i materiali disposti in scena non suggeriscono meramente una tesi. Mettono sul piatto invece, in una forma che non disdegna la consequenzialità, ma non l’impone nemmeno, una pluralità di temi, tra cui spunta il macro-argomento dello stato di allarme, a cui allude il titolo, ma anche quello dell’organizzazione sociale quale adombramento tout court della violenza, quasi come se a ogni assembramento sottostesse una suggestione, un brivido paramilitare, di difesa o di attacco addirittura.
Ma se la razionalità dell’esposizione dei materiali ordina, come si è detto, il dettato di All’Arme, e lo dispone come spazio di riflessione asciutta sulle questioni portate in campo, ciò che colpisce di più è come questo rigore sia egualmente disposto a scaldarsi con il consapevole ricorso alla vulnerabilità dell’apparato uditivo, della percettività della pelle, degli occhi; come immediatamente riesca, senza difficoltà, a sollevare l’epidermide in brividi di partecipazione intima, di disagio, di terrore.

All’Arme
coreografia di Ginevra Panzetti / Enrico Ticconi
danzatrici Martina Tomić, Ida Jolić/Ema Crnić, Viktoria Bubalo, Marta Krešić, Filipa Bavčević, Nastasja Štefanić-Kralj
costumi Tina Spahija
musica Hrvoje Nikšić
luci Tomislav Maglečić
produttore Ivan Mrdjen
visuals Tihomir Filipec
prodotto da Studio za suvremeni ples (SSP) – Studio Contemporary Dance Company
sostegno finanziario di Ministero della Cultura e dei Media della Repubblica di Croazia, Città di Zagabria, Zaklada Kultura nova, Istituto Italiano di Cultura Zagabria.
Romaeuropa Festival, Teatro Vascello, Roma, prima nazionale, 4 e 5 novembre 2025.
Prossima data:
Performing Democracy Festival, Friburgo (Germania), 11 maggio 2026.