Giunto alla sua quarta edizione, si tiene nei prossimi giorni all’Aquila, negli spazi del restaurato Palazzo Benedetti, il festival di danza contemporanea Human Dance, ideato e diretto da Francesca La Cava, direttrice artistica del Gruppo e-Motion. Nelle otto giornate di attività si alterneranno spettacoli, performance e laboratori. Il tema di quest’anno, che torna a rafforzare il nome della rassegna, è proprio “l’umano” e la “possibilità di costruire relazioni attraverso il corpo e l’arte”.
Human Dance IV è un progetto realizzato grazie ai fondi Restart del Comune dell’Aquila, L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026, con il sostegno del Ministero della Cultura (MIC) e della Regione Abruzzo.
A Francesca La Cava poniamo alcune domande sulla direzione che prende Human Dance negli anni, sul suo lavoro di curatela e sul contesto in cui le attività si riversano.

Il programma del festival si rivela subito coerente nel costante richiamo alle nuove generazioni, al tema della condivisione e dell’avvicinamento di esse alla danza contemporanea, ma anche nell’attenzione al corpo come campo attorno a cui tessere il dialogo. Mi sembra che anche l’urgenza di un’analisi del presente sia centrale in diverse delle esperienze proposte.
Quali strumenti ha la danza e il tema del corpo per interpretare i nostri tempi?
Il corpo offre strumenti unici e straordinariamente potenti per interpretare la complessità del nostro tempo. È sempre stato così!
Oggi più che mai, in un’epoca pervasa dalla digitalizzazione che sposta e frammenta la nostra attenzione, il corpo ci riconnette con il presente, permette di manifestarci, è il nostro strumento di resistenza culturale, politica e sociale.
Il corpo risponde alla materializzazione digitale attraverso il concetto di corpo-archivio: il corpo raccoglie, ricorda, elabora e sedimenta le innumerevoli esperienze della vita aprendo i sensi non solo di chi danza ma anche di chi guarda.
La danza diventa così uno strumento universale di inclusione e di educazione, capace di superare le barriere linguistiche e i pregiudizi culturali.
Per lo spettatore, assistere a una performance dal vivo, diventa una forma di meditazione alla quale partecipa insieme agli artisti.
È interessante che all’interno del programma vi sia sempre uno spazio per laboratori aperti e gratuiti, quest’anno uno con Teatrabile ed Eugenio Incarnati, l’altro proprio con il Gruppo e-Motion. Mi sembra che sia un versante per te irrinunciabile. Che ruolo ha nella tua idea di festival?
La formazione dei danzatori, dei performer e del pubblico è il pilastro di qualsiasi azione artistica si decida di intraprendere.
Human Dance nasce come contenitore aperto alla formazione della comunità con l’intento di promuovere la coesione sociale e la diffusione della cultura contemporanea attraverso l’esperienza corporea. L’obiettivo principale è trasformare il corpo in uno strumento di ascolto — verso sé stessi e verso la comunità̀ — utilizzando il movimento come linguaggio universale per superare barriere generazionali e sociali.
I laboratori non sono solo un evento artistico, ma un esperimento di coabitazione sociale.
La partecipazione alle performance diventa l’atto pratico in cui la democrazia prende forma: corpi diversi che occupano lo spazio pubblico, uniti da un ritmo comune ma portatori della propria unicità̀ animale e umana.

La serata del 18 ha il titolo Giovani autori e autrici e presenta al pubblico quattro lavori di artisti e artiste sui trent’anni, alcuni dei quali hanno anche, nel loro percorso, incrociato la traiettoria di e-Motion: Cage di Claudia Gentili, Eco di silenzio di Cassandra Bianco e Antonella Albanese, Four / Now loading di Manolo Perazzi e Just a solo di Antonio Taurino.
Cosa ti ha conquistata di questi lavori?
La maggior parte dei giovani autori presenti in Human Dance ha incrociato e continua a incrociare il percorso del Gruppo e-motion: Manolo Perazzi ha lavorato con la compagnia per circa 10 anni, Claudia Gentili si è formata con me muovendo i suoi primi passi proprio con il Gruppo e-motion, Cassandra Bianco e Antonella Albanese le ho incrociate più volte in questi anni e sono rimasta colpita dalla loro collaborazione co-autoriale, Antonio Taurino è danzatore e autore della compagnia.
Un lavoro mi conquista quando ne riconosco l’autenticità, quando esce l’unicità della ricerca personale non omologabile ad altre performance e leggo nel corpo del performer l’urgenza di raccontarsi. Mi ha colpito l’uso del corpo distintivo, la capacità di costruire partiture fisiche organiche, necessarie e aperte alle sorprese: il corpo ci regala ogni giorno la possibilità di sorprenderci. Mi piace vedere la materia in continua trasformazione.
Parlaci un po’ di Human Dance in termini diacronici: com’è cambiato nelle sue quattro edizioni, cosa è maturato, cos’hai capito delle dinamiche di un festival e del suo pubblico, cosa non rifaresti?
Human Dance non nasce come Festival ma come evento che racchiude più attività artistiche che includono principalmente la formazione della comunità.
In questi anni abbiamo compreso l’importanza di occupare luoghi altri rispetto ai teatri: palazzi storici che sono tornati a vivere, parchi, luoghi che la gente vuole tornare ad abitare.
Abbiamo abbandonato gli spazi teatrali e avviato collaborazioni con altre associazioni, come Teatrabile, che si occupano di formazione artistica a 360°. La collaborazione ha attivato nuove traiettorie. È bello viaggiare insieme!

Essere ideatrice e curatrice di una rassegna è un’attività che ha in sé, come l’essere artista in proprio, una innegabile carica performativa. La curatrice, in qualche modo, agisce come artista, costruisce un paesaggio che prima non c’era. Riconosci questa qualità? Cosa dell’artista Francesca La Cava trapassa nel pensiero che ordisce Human Dance?
Human Dance è un dispositivo per “abitare” i luoghi per avvicinare all’arte della danza tutte le generazioni attraverso una formazione continua dei partecipanti che vengono coinvolti a qualsiasi età nel processo creativo.
Per me curare Human Dance a L’Aquila significa “costruire un paesaggio che prima non c’era”, continuare a rimanere fedele alla mia visione: fondere il movimento corporeo con tematiche profonde e sociologiche, esplorare l’umanità e la società contemporanea, trasformare il palco in un luogo di riflessione, incentrare la ricerca sull’autenticità e sulla centralità dell’identità artistica.
Lo spettatore è invitato a una partecipazione viscerale, dove il ritmo del respiro e la matericità del gesto diventano il ponte per un’esperienza estetica che passa prima da una comprensione “animale” e biologica del movimento e poi dal pensiero.
L’obiettivo è quello di conferire alle creazioni, ai laboratori e agli altri differenti format, una qualità distintiva.
Spero che, grazie alle performance che presentiamo a Human Dance, i corpi ridefiniscano i confini dello spazio pubblico trasformando le stanze del Palazzo Benedetti in spazi di aggregazione pervasi da significato, luoghi dove si valorizza il respiro e l’ascolto profondo.
