Era estate e non poteva essere altrimenti di Carolina Germini

Foto di Stefano Cioffi

Ci sono esperienze da cui non si torna indietro, che ti segnano per sempre. Lo stesso vale per alcuni libri e scrittori: dopo averli letti, ti chiedi come hai potuto farne a meno fino a quel momento.
È quello che ho pensato alla fine di Dentro, raccolta di racconti e anche libro d’esordio con Giulio Einaudi editore di Sandro Bonvissuto.
Leggere Bonvissuto è un po’ come salire su una giostra. Finisce che dopo il primo giro ci prendi gusto e quando arriva il momento di scendere faresti di tutto per farne subito un altro. E questa sensazione che si vive, leggendo un autore tanto complesso quanto limpido e immediato, si moltiplica a dismisura assistendo al reading di Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta, uno dei racconti contenuti nella stessa raccolta.
Il successo di questo lavoro, che viene riproposto per il terzo anno consecutivo dal Teatro di Roma e che è in scena in questi giorni fino al 9 novembre al Teatro India, è il risultato di una combinazione perfetta, quasi alchemica: quella tra la profondità abissale delle parole di Bonvissuto e l’ironia e la leggerezza irresistibile dell’attore Valerio Aprea.

Foto di Stefano Cioffi

Quando le luci si accendono e Aprea comincia a leggere, dobbiamo avere subito chiara una cosa: siamo in estate. È questa l’unica dimensione temporale e spaziale a cui siamo chiamati e dove, per la durata della lettura, dobbiamo addentrarci per poter cogliere tutta l’essenza di questo racconto. Era estate e non poteva essere altrimenti è l’unico comandamento da seguire, perché è la stagione per eccellenza – come scrive Ennio Flaiano: «tanto bella che le altre le girano attorno. L’autunno la ricorda, l’inverno la invoca, la primavera la invidia e tenta puerilmente di guastarla».

Il racconto di Bonvissuto parte da un’immagine che sembra quasi rimandare a queste parole, quando scrive che «Non succede mai niente d’interessante d’inverno» perché l’inverno «mortifica la vita». Al contrario, i giorni d’estate hanno la potenza di trasformarsi in ricordi. La potenza – termine che incontriamo all’inizio di questo racconto – ritornerà più avanti. Potenza, intesa in senso aristotelico, come possibilità che ha una cosa di trasformarsi in qualcos’altro. Ed è solo uno dei numerosi esempi di come la narrazione di Bonvissuto sia intrinsecamente impregnata di filosofia antica ed esistenzialismo insieme.

La riflessione sul tempo domina, infatti, tutta la trama e si infila nelle crepe del racconto, portando con sé una luce e una sostanza del tutto nuove ma allo stesso tempo vicine alla quotidianità dell’esperienza vissuta.

Se, come ripetuto spesso in queste pagine, il tempo trascorre in modo inesorabile e contro il tempo non abbiamo nessun potere, è altrettanto vero che ci sono eventi che ne interrompono il flusso, che creano una frattura nella quotidianità, come se la vita riuscisse a inondare il tempo, a essere addirittura più forte. È quello che capita al protagonista del racconto, un bambino che viene escluso da un giro con gli amici per una ragione tanto vera quanto umiliante: non sa andare in bicicletta. È questo l’inizio del dramma che vive e che viviamo con lui attraverso la meravigliosa mimesi di Aprea: una gestualità che incanta e che ci porta sulla strada sterrata da cui il bambino vede i suoi amici allontanarsi.

Questa scottatura, per dirla alla Dolores Prato, è però l’inizio di una crescita, ciò che prepara la strada a quel passaggio che sarà necessario per saltare la buca dell’infanzia e accedere a un mondo nuovo. Al di là di quella delusione, c’è il desiderio di diventare diversi, di trasformare appunto la potenza in atto. È qui che la figura del padre si inserisce, rivelandosi indispensabile per compiere questa metamorfosi.

È proprio lo scambio tra padre e figlio a dare origine, in piena estate, a quell’evento in grado di scardinare la linearità del tempo e a crearne, magicamente uno nuovo. È la stessa tensione che si avverte in alcuni passaggi de L’isola di Arturo di Elsa Morante e, in particolare, nell’episodio in cui il padre perde l’orologio in acqua e il figlio fa di tutto per recuperarlo. Anche qui sentiamo quel disperato bisogno di essere visti, di esistere agli occhi di una figura tanto imponente quanto accecante.

In una corsa sempre più veloce, come se Aprea avesse anche lui metaforicamente imparato ad andare in bicicletta nel corso della lettura, a mano a mano che si arriva alla fine, il ritmo diventa serrato, i gesti si fanno più netti e incisivi, tutto accelera, la tensione accumulata si sprigiona e abbiamo finalmente la sensazione di poterci liberare anche noi, almeno per un momento, del peso del tempo.

Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta

di Sandro Bonvissuto
con Valerio Aprea
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale.

Teatro India, Roma, fino al 9 novembre 2025.

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