Ci ha regalato capolavori indiscussi del teatro contemporaneo che hanno affondato lo sguardo sui legami familiari più controversi, sulle sofferenze sociali più subdole, sull’emarginazione più scandalosa e le perdite, le nostalgie più violente. Basti ricordare titoli come Carnezzeria, mPalermu, Cani di bancata, Vita mia, Le sorelle Macaluso, Bestie di scena. Spettacoli di un vasto repertorio all’interno del quale, senza riduttive distinzioni di genere, Emma Dante ha saputo costruire uno stile personalissimo, un modo di abitare la scena poetico e insieme viscerale, visionario e al contempo concreto. È soprattutto nella grafia fisica e scenica di quel senso del “rovesciamento” grottesco – il comico che si fa tragico e viceversa – cui la regista siciliana ci ha abituati da sempre che va rintracciata la forza di una lingua espressiva capace di “irretire” e di “dire”, al di là delle semplici parole. E se ciò vale per le produzioni con marcature più nettamente drammatiche, tanto più tale maestria nell’accostamento dei contrari risulta efficace laddove Dante affronta la farsa o materiali di ascendenza favolistica.

Nel caso poi di Re Chicchinella, libero adattamento di una novella tratta da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile con cui il Teatro Argentina di Roma ha inaugurato la sua nuova stagione, il grottesco vibra di un respiro che potremmo definire “fisiologico”, visto che già l’opera di partenza ne è innervata in modo sostanziale: anche nota come Pentamerone (esplicito richiamo a Boccaccio) e publicata tra il 1634 e il 1636, la raccolta dell’autore secentesco assembla, infatti, cinquanta fiabe popolari della tradizione partenopea riscritte in un dialetto barocco “degradato” dove il linguaggio aulico cede volentieri il passo a scurrilità oscene e i riferimenti alla prosa e alla poesia “alte” vengono interpolati con chiare allusioni alla Commedia dell’Arte o alle invenzioni buffonesche di Rabelais (solo per fare qualche esempio). Ne deriva un affresco, già di per sé teatralissimo, dei vizi e vezzi umani più vari; una galleria di mostruosità, storture e contraddizioni emblematica – ahinoi – ieri come oggi.
E proprio attualissima e disarmante ci appare la disavventura del povero sovrano, vittima dell’avidità che lo circonda e lo pervade, al centro dei fatti di questo fortunato lavoro, di cui la regista cura anche la drammaturgia, gli elementi scenici e i costumi, e che chiude, dopo La scortecata e Pupo di zucchero, la sua trilogia dedicata a Basile. «Re Chicchinella» – spiega la stessa Dante – «racconta la storia di un re malato, solo e senza più speranze, circondato da una famiglia anaffettiva e glaciale che ha un solo scopo, ricevere un uovo d’oro al giorno. L’animale vive e si nutre, divorando lentamente le viscere del re, fino a quando non si scopre che per il mondo il re e la gallina sono la stessa cosa. Dopo tredici giorni d’inedia, Re Carlo III d’Angiò, re di Sicilia e di Napoli, principe di Giugliano, conte d’Orleans, visconte d’Avignon e di Forcalquier, principe di Portici Bellavista, re d’Albania, principe di Valenzia e re titolare di Costantinopoli, entra nella sua nuova esistenza e, appollaiato sul trono, riceve il plauso di tutta la Corte».

Che si tratti di una farsa amara e priva di catarsi, lo si capisce sin dall’incipit: nel buio profondo della scena si stagliano i corpi degli interpreti coperti dalla maschera zoomorfa di una gallina (ci tornano alla memoria le maschere canine di Cani di bancata); ai loro piedi un’ampia gonna nera di tulle si muove a scatti nervosi e imprevedibili. Il re è appollaiato là sotto e, quando ne esce, si mostra a ventre nudo, quasi incatenato in una postura di sofferenza innaturale che continuamente lo eleva e lo abbassa, facendolo contorcere come un burattino senza equilibrio. Ancora una volta Carmine Maringola ci offre una prova fisica e interpretativa tout court davvero eccezionale: il suo re sfortunato e affamato porta incisi nel corpo i segni di quella trasformazione/trasmutazione che lo attende e già solo la plasticità con cui l’attore muove l’addome, gonfiandolo e sgonfiandolo a seconda delle situazioni, merita un plauso particolare.
La regalità scomposta cui lo ha ridotto lo sciagurato volatile che vive nel suo stomaco entra poi in relazione con tutti gli altri personaggi della vicenda. Ecco il disgraziato re trovare una rilassatezza morbida e serena nelle scene con i due servitori (i bravi Davide e Simone Mazzella) che, disegnati come una sorta di Zanni premurosi e pragmatici, cercano di alleviare le sue sofferenze lavandolo e accudendolo. Eccolo affidarsi alle intrusioni intime e dolorose di medici ciarlatani che tanto piacerebbero a Molière. Eccolo, ancora, contorcersi e guerreggiare con lo spazio quando discute con l’arcigna moglie (Annamaria Palomba) o quando ha a che fare con le smancerie ruffiane della giovane figlia (Angelica Bifano). Intorno a lui un coro gallinesco di dame dai fianchi larghi e i costumi in stile Bluebelle del Lido che ballano, si muovono sculettando, blaterano in francese, bevono il tè sedute, appaiono e scompaiono quasi fossero galline stupide di un pollaio dove si vive a scrocco e si aspetta l’uovo d’oro quotidiano.

Per il re, insomma, nessuno ha vero interesse, vero amore. E in questa dis-umanità raggelante lui si lascia morire di fame, digiuna, si indebolisce sempre più. Solo la pantagruelica danza del banchetto – altro momento molto riuscito del lavoro – gli stuzzica l’appetito e lo induce al rito tragicomico di quel petit déjeuner che tutti salutano con avida morbosità, sperando nell’ennesima secrezione dorata.
Ma di secrezione fatale si tratta. Mentre risuona la splendida aria Lascia ch’io pianga di Händel, il sovrano nudo si butta a terra e muore da solo. Ancora buio. Poi una croce luminosa e un cerchio di inginocchiatoi circondano il defunto; l’atmosfera ora è mesta, compassata (l’intero passaggio ricorda alcuni attimi di Vita mia), il nero domina scena e costumi. Il dramma, però, ancora una volta fa la sua giravolta e trasforma la morte in una nuova nascita. Arriva Passacaglia di Battiato a ricordarci che «(…) La gente è crudele / E spesso infedele / Nessun si vergogna / di dire menzogna (…)» e che questa favola qui parla dei re di ogni tempo, degli uomini e le donne di ogni tempo. Possiamo riderci su o uscire da teatro malinconici. Fatto sta che le cose stanno così e che Emma Dante – attesa al Piccolo di Milano nei prossimi giorni con la nuova produzione L’angelo del focolare sul tema dei femminicidi – sa raccontarci ancora una volta tanto di noi.
Re Chicchinella
libero adattamento da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile
scritto e diretto da Emma Dante
con Angelica Bifano, Viola Carinci, Davide Celona, Roberto Galbo, Enrico Lodovisi,
Yannick Lomboto, Carmine Maringola, Davide Mazzella, Simone Mazzella, Annamaria Palomba,
Samuel Salamone, Stephanie Taillandier, Marta Zollet
elementi scenici e costumi Emma Dante
luci Cristian Zucaro
assistente ai costumi Sabrina Vicari
coproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, Carnezzeria, Célestins Théâtre de Lyon, Châteauvallon-Liberté Scène Nationale, Cité du Théâtre – Domaine d’O – Montpellier / Printemps des Comédiens.
Il video, il cui link è riportato nell’articolo, è stato realizzato da Ufficio Produzione Video Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
riprese Alessia Donnini, Stefano Teodori, Daniele Bellini
montaggio Alessia Donnini.
Teatro Argentina, Roma, fino al 9 novembre 2025.