Premessa: questo Amleto l’ho visto prevenuta. Una classe di liceali quindicenni usciti entusiasti dal loro primo spettacolo mi aveva ragguagliata. Con dovizia di dettagli. Voce degli attori, scene, colori e contrasti di colori, arredi minimali e oggetti massimali, quelli che da soli fanno la differenza. E poi i costumi, le facce, il trucco. Ma nessuno, nemmeno loro, si sarebbe aspettato una tragedia in versione clownerie.
Tale è questo Amleto diretto da Leonardo Lidi, tradotto e adattato da Diego Pleuteri, che il 6 ottobre ha inaugurato al Teatro Carignano la settantesima stagione dello Stabile torinese.
Nella tragedia si entra a gamba tesa. Amleto (Mario Pirrello), ci si para davanti come un clown bianco, un po’ rozzo e sgraziato, che ci osserva da una sorta di trampolino malfermo che dal palcoscenico si allunga verso la platea. Ci chiede di stare ai patti, di accogliere la convenzione, di crederci. Lo fa guardandoci dritto negli occhi, in pochi secondi di assoluto silenzio. Prima ancora di informarci di quel che già conosciamo – la madre fedifraga, lo zio assassino e insomma la tragica storia della loro famiglia – ci comunica, muto, che se vogliamo ancora una volta ascoltare la favola nera del principe di Danimarca, dobbiamo liberarci dal peso della storia, dalla gloria eterna di un monumento incrollabile, dalle eco di interpretazioni che inevitabilmente risuonano.

Dagli spettri, direbbe il regista. Presenze ingombranti che si intromettono tra noi e i nuovi fantasmi che invece si affacciano con rinnovate promesse, con visioni inedite tenute nascoste dietro la maschera, prima di rivelarsi alla fine nella loro nudità disarmata, spogliati di abiti e di protezione.
Dire il falso per dire il vero. Fingere di fingere per raccontare la verità. La suprema cifra dell’ironia è anche la cifra della regia di Lidi, coerente con una poetica annunciata e ben definita in precedenti lavori. Qui ci viene incontro con l’arma bianca di un fool che si diverte a farci sentire tutti pagliacci, emanazioni del suo essere perennemente in bilico tra l’illusione che ci protegge e la ricerca di una sincerità di là da venire.
Nel teatro e attraverso il teatro, che in Amleto è la trappola per catturare la coscienza del re, ma per noi è il luogo in cui le illusioni sopravvivono alle false coscienze. In cui si resiste alla corruzione delle coscienze di re assassini e di re e di assassini, dei loro sodali travestiti da buoni, dentro e fuori girone.

Esse – re o non esse – re? L’incarnazione del dubbio non è soltanto metafora di una condizione esistenziale che uguaglia Amleto a un clochard in mutande esposto al pubblico ludibrio, ma è domanda sulla liceità del potere, sui danni e le ripercussioni del potere abusato, dell’autorità estorta senza autorevolezza, consegnato nelle mani di ladri e scellerati, sia pur dotati di scettro e corona o da sé incoronatisi.
Davvero, è incredibile accorgersi quanto i classici riescano ancora a farci girare le scatole, anche sotto strati di cerone o camuffando con parrucche e gorgiere eroi, antieroi, eroi aspiranti. Accattivanti o molesti oltre ogni naturalismo, i personaggi respirano tutti un gradino più su, senza nulla concedere a un’emotività stagionata e alle alte temperature di una tragedia di sangue: l’emotività è fatta salva ma è demandata alla poesia degli sguardi, delle relazioni minime tra fratello e sorella, di un bacio lieve a un simulacro animato, oppure a una canzone, a un meraviglioso pupazzo scortato da Orazio che ci chiede di credere sia il fantasma di Amleto, a una busta piena di giocattoli colorati, a un giro di chitarra sotto una nevicata molto strehleriana (gli spettri!).

Le convenzioni si rincorrono e più si rincorrono meno disdicono: catturano, ti tirano dentro il gioco sapiente di vestizioni e svestizioni, cambi costumi (Aurora Damanti), parrucche indossate a vista che in meno di un attimo trasformano Laerte e Orazio (Alfonso De Vreese e Christian La Rosa) in due irresistibili femminelli postmoderni, alias Rosencrantz e Guildenstern. Così quello stacchetto ilare come E sempre allegri bisogna stare che ci trasporta in anni in cui la satira aveva un senso, non superata dalla realtà, non stride con Dos gardenias o Love Is a Losing Game di Amy Winehouse cantate da Ofelia (Giuliana Vigogna) con grande dolcezza. Da parte sua Claudio (Nicola Pannelli), unico personaggio in rosso assassinio, sembra un jocker che butta via le battute consapevole di replicare ancora una volta la stessa scena già conosciuta, mentre Polonio (Rosario Lisma) ci avverte egli stesso di essere stato ucciso. «Mi ha ucciso». Credetemi. Credeteci. Dopotutto siamo attori.

E allora «trattateli bene gli attori perché sono l’essenza di un’epoca». Con questa battuta, offerta al pubblico chiamato a ripeterla in un responsorio tra il laico e il pagano, si rompe la quarta parete e veniamo inglobati nel circo di anime che ci hanno appena raccontato (e ancora ci stanno raccontando) di amori, vendette, duelli, tradimenti, incesti non consumati, sublimati in furibonde liti sui letti degli altri (nel ruolo di Gertrude Ilaria Falini), di morte e follia che inghiotte ma non purifica.
Se abbiamo accolto, veniamo accolti.
E quella scena bianca tutt’altro che neutra, firmata da Nicolas Bovey, sgombra di arredi, appena sormontata da due gradinate anch’esse bianche che simulano una cavea rovesciata, diventa sempre più familiare.
Gli attori sono parte di una compagnia rodata, quasi stabile eccetto qualche ciclica new entry molto ben integrata, alcuni impegnati in doppio ruolo. Oltre a De Vreese e La Rosa, Rosario Lisma riveste il ruolo di Polonio e del Becchino.

Amleto
di William Shakespeare
traduzione e adattamento Diego Pleuteri
regia Leonardo Lidi
con (in o.a.) Alfonso De Vreese, Ilaria Falini, Christian La Rosa, Rosario Lisma, Nicola Pannelli, Mario Pirrello, Giuliana Vigogna
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Aurora Damanti
suono Claudio Tortorici
cura movimenti scenici Riccardo Micheletti
puppets Damiano Augusto Zigrino e Silvia Fancelli
regista assistente Alba Porto
assistente regia Eleonora Bentivoglio
assistente scene Nathalie Deana
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale. Con il sostegno di Fondazione CRT.
Teatro Carignano, Torino, dal 6 al 26 ottobre 2025.