Che rapporto esiste tra la purezza morale e la grandezza artistica? Un mostro può produrre bellezza, o l’arte è sempre contaminata da chi la genera? E fino a che punto un’opera può farsi testimone della violenza di chi l’ha creata? Aprendan del fuego, che ha debuttato in prima nazionale e internazionale in Italia lo scorso 11 novembre al Nuovo Teatro Ateneo, è la nuova creazione del Colectivo Pierre Menard e porta in scena un’inchiesta etico-politica sulla figura controversa di Carlos Lehman, vissuto negli anni della dittatura civico-militare in Cile.
Il collettivo cileno, denunciando le zone d’ombra del regime dittatoriale di Pinochet, affronta questioni strettamente contemporanee: indaga il confine fra realtà e inganno, la costruzione del “mostro” come giustificativo di azioni violente, la possibilità di vivere e agire eticamente nel presente. Per la regia di Ítalo Gallardo e la drammaturgia di Tomás Henríquez, Aprendan del fuego nasce dall’urgenza di confrontarsi con la storia, la memoria e le tracce residue di una figura quasi del tutto rimossa, perché scomoda. La forma scelta è quella del teatro documentario: un monito di denuncia, un’interrogazione sistematica delle fonti, dei documenti d’archivio, dei testimoni, montati insieme al reportage per immagini, ai paesaggi sonori creati dal vivo da Roberto Collío, alle installazioni audiovisive di Patricio Poblete e alla voce dell’inchiesta di Heidrun Breier.

Il progetto scenico nasce dalla volontà di investigare l’immaginazione letteraria di Roberto Bolaño, scrittore, poeta e saggista cileno. Da un lato La letteratura nazista in America, un’antologia enciclopedica di scrittori di estrema destra, totalmente inventanti dall’autore; dall’altro Stella distante, un romanzo breve che amplia e approfondisce uno dei profili di poeti apocrifi contenuti nel compendio precedente, quello di Carlos Lehman. L’indagine drammaturgico-documentaria del Colectivo Pierre Menard su questi due testi, unita alla testimonianza del pittore cileno Jaime Rivera, esiliato a Barcellona circa cinquant’anni fa, mette in luce la parzialità e la storicità dei documenti e dei miti che si vengono a creare, entrambi punti di riferimento nella costruzione di una memoria collettiva. Cosa significa? Aprendan del fuego si struttura come un quadro scenico, un artificio che funge da cornice: non c’è l’ambizione di ricostruire la realtà, ma di mettere in discussione la storia ufficiale e di provocare il pubblico sulla figura enigmatica di Carlos Lehman. In questa ricostruzione transmediale – fra cinema, arte performativa e teatro documento –, si incastonano i materiali d’archivio, che portano con sé l’autorevolezza necessaria per raccontare la storia, sospendendo ogni convenzione dettata dal naturalismo scenico.

La realizzazione scenica di Aprendan del fuego è costruita su un intreccio di proiezioni, movimenti di macchina da presa, tappeti sonori e visioni multiple che convivono in uno spazio reale destinato a trasformarsi in spazio virtuale di ricerca e di indagine. L’uso di immagini, diapositive e testimonianze-video, genera un continuo montaggio di piani visivi: i punti di vista si sovrappongono, si spostano, si mescolano, confondendo ciò che appartiene alla realtà storica e ciò che vive nell’immaginario mitico. La dimensione virtuale, quella della testimonianza filmata, assume così il valore di documento storico, cui il pubblico attribuisce un’autorevolezza di verità.
Heidrun Breier in questo è magica: alterna la voce immedesimata di attrice alla voce lucida dell’indagine storica, lasciando affiorare nel contempo ansie e pensieri personali. Prima, la definizione del quadro storico: Carlos Lehman era un ufficiale dell’aeronautica militare cilena che, nutrendo una grande passione per l’arte e la poesia, riuscì a infiltrarsi nel sottobosco della sinistra militante. Poi, il lavoro di ricerca per ricostruire ciò che la storia ufficiale ha rimosso e per raccogliere la testimonianza del pittore Jaime Rivera, traferitosi a Barcellona nel 1974, anno del suo esilio. Figura chiave dell’intera indagine, le sue parole risuonano più volte in scena: è stata l’unica persona ad aver avuto un contatto diretto con Carlos Lehman, suo allievo alla Scuola di Belle Arti in Cile negli anni Settanta, e testimone della mostra in Calle Seminario, dove si è trovato di fronte all’orrore della sua arte. Corpi di donne irriconoscibili, violati, spogliati dell’intimità e privati della vita. Questo è il nucleo attorno a cui ruota tutta la drammaturgia e la scena di Aprendan del fuego. Alla fine, ci si sente travolte/i. Il confine è labile: fino a che punto si può definire arte e quando è necessario parlare di femminicidio – parola che in scena viene ignorata, per sostituirla con omicidio. Una scelta che pare intenzionale, forse per restituire la distanza storica del contesto (1) o per denunciare, attraverso l’assenza, la persistenza di una cancellazione sistematica.

La tensione in sala era molta. Il pubblico era coinvolto, si sentiva parte delle contraddizioni e della caoticità della storia che prendeva forma sul palco. Non esiste più un punto di vista rassicurante, né la pretesa di una sintesi compiuta. Salta la convinzione che l’artista possa guardare la realtà da una distanza critica e restituirla in modo neutro. Aprendan del fuego consegna, infatti, la complessità di una realtà che resiste a ogni tentativo di riduzione o di ordine.
Nel romanzo di Roberto Bolaño, Carlos Lehman compare con il cognome di Wieder, che in tedesco significa “di nuovo”. Come se tutto ciò che si crede sepolto fosse destinato a tornare. Forse è questo il cuore di Aprendan del fuego: non offrire una risposta chiusa, ma costringere a riconoscere il ritorno, la persistenza, il riemergere. Il fuoco continua a riproporsi, sta al pubblico decidere se ignorarlo o imparare finalmente a guardarlo.
Nota
1) Nel 1976, Diana E. H. Russell, femminista e attivista sudafricana, introdusse il concetto di femicide per descrivere “l’uccisione di una donna in quanto tale da parte di un uomo”.
Aprendan del fuego – (del Colectivo Pierre Menard)
liberamente ispirato ai testi di Roberto Bolaño
regia Ítalo Gallardo
drammaturgia Tomás Henríquez
con Heidrun Breier
paesaggi sonori dal vivo Roberto Collío
installazioni audiovisive Patricio Poblete
luci Francisco Herrera
coproduzione Colectivo Pierre Menard ed Espacio Checoslovaquia
in collaborazione con IILA
con il sostegno di PAV.
Nuovo Teatro Ateneo, Roma, prima italiana e debutto internazionale in Italia, 11 novembre 2025.