LIBERTEATRI > Una preziosa schiera di interventi sull’opera-vita di Enzo Moscato di Giorgio Taffon

Foto di Daniela Capalbo

Nella collana “tessere” dell’editore napoletano Cronopio, curato da Claudio Affinito, Antonia Lezza, Matteo Palumbo, Maurizio Zanardi, è uscito a metà dell’anno che si è appena concluso, un volume davvero prezioso dedicato al grande Enzo Moscato: Le scritture del Grande Infante. Sull’opera-vita di Enzo Moscato.
Il libro era stato preceduto da un’altra pubblicazione riguardante il poliedrico illustre artista napoletano, dal titolo Tradizione, Tradimento, Tradinvenzione. Sull’opera di Enzo Moscato Sala Assoli, 30 gennaio 2023, a cura di Antonia Lezza, Edizioni Libreria Dante & Descartes, Napoli, 2024: tale volumetto, facente parte dei Quaderni dell’Associazione Centro studi sul Teatro Napoletano Meridionale ed Europeo, riporta gli interventi di una giornata di studio dedicata al nostro autore, nel teatro gestito da Moscato stesso a Napoli, nel gennaio 2023:  oltre al sottoscritto, parteciparono Antonia Lezza, Simona Scattina, Pasquale Scialò, Laura Sicignano, Igina Di Napoli.

Posso certamente affermare che il secondo più recente dei due contributi allarga, organizza e pone delle basi sicure, culturalmente parlando, di una ricostruzione del cammino artistico di Moscato, ora che non è più fisicamente tra noi. In entrambi i libri si può notare che, per alcuni dei partecipanti alle pubblicazioni, è assai valso l’essere stato non solo collaboratore di Enzo, ma anche amico, sodale di avventure creative di spessore molto alto ed esemplare. Desidero orientare il lettore interessato al libro dell’editore Cronopio innanzi tutto spiegando il perché del titolo, in particolare quel «del Grande Infante»: il complemento di specificazione rinvia ad Antonio Neiwiller, un compagno di gioventù di Enzo, attore, regista, scomparso prematuramente e che, per la sua visionarietà geniale e rara, per l’ambiente culturale napoletano,  per la sua diretta umanità spesso utopica, Moscato definì un «grande infante», a cui affidarsi, rivolgersi per un qualsiasi aiuto progettuale, come si trova scritto nell’articolo moscatiano Il passo furtivo del Grande Clandestino (per Antonio Neiwiller), apparso in “Polytropon Magazine”, il 9 marzo 2019. E benissimo hanno fatto i curatori del volume ad attribuire reciprocamente, e appropriatamente, quella definizione, nel titolo, ad Enzo Moscato.

Per offrire un minimo orientamento di lettura a chi ne fosse interessato, riporto i titoli dei sei contributi racchiusi nel volume: Matteo Palumbo, Conservare, ritornare, riscrivere, ricordare; Antonia Lezza, Neapolis: lingua, carne, suono. Appunti sulla tradinvenzione; Maurizio Zanardi, Testi di godimento; Gerardo Guccini, Moscato/Artaud: indagini su un dittico nascosto; Antonio Latella, Lettere a Te; infine, il volume si chiude con quattro Scritture inedite dello stesso Moscato: Autodafé Primo (ovvero ‘Beckettiana’); Intorno a ciò che si dice Impossibile (davvero una fondamentale, imperdibile ricapitolazione delle concezioni moscatiane, sulla vita, la cultura, l’arte, il teatro); e Ricerche. Bibliografia minima e note.
Non nascondo il perché del taglio che qui sto dando al libro in oggetto, un’impostazione tipica rispetto a quelle pubblicazioni su cui si finisce per dire più di quel che hanno scritto gli autori, col rischio di annoiare, magari travisare i concetti, o demotivare colui che s’approccia alla lettura. Allora cerco, in estrema sintesi, di limitarmi a indicare il nucleo centrale di ogni intervento compreso nel volume. A partire dalla Premessa di Maurizio Zanardi, del quale riporto un’illuminante scheggia concettuale: «Per la sua capacità di combinare i significanti di varie lingue, la scrittura di Moscato andava segnalata e ringraziata come una scrittura cosmica liberatrice, in risonanza con la spazialità porosa di Napoli».

Analisi di profonda conoscenza linguistica letteraria e filosofica è quella di Matteo Palumbo nel suo Conservare, ritornare, riscrivere, ricordare, che riferendosi anche ad uno degli ultimi scritti autobiografici moscatiani, Autobiografia del sangue, uscito nel 2020, e ricordando i testi di Partitura, ed Embargos, tra gli altri, inserisce nel solco tracciato da un Kafka, e poi da Derrida, da Deleuze, una concezione del Nostro di una napoletanità «di specie  trascendentale, la quale implica somiglianza e differenza, prossimità e distanza», che, devo aggiungere, vanno a orientare decisamente anche stile, lessico, sintassi di una lingua di assoluta invenzione.

Antonia Lezza con Neapolis: lingua, carne, suono. Appunti sulla tradinvenzione, mette ulteriormente a fuoco uno dei criteri mitopoietici moscatiani, con una definizione, quasi crasi, in cui si ricollegano l’un l’altra, la “tradizione”, il “tradimento”, l’“invenzione”. Notevolissima e precisa è la capacità della studiosa, dopo anni di incontri di studio ed insegnamento assieme al grande drammaturgo, di saper individuare dove e come Moscato vada oltre quello che nelle poetiche e stilistiche di scrittori e drammaturghi è facile rinvenire. La magistrale abilità del nostro autore/attore, ci spiega Antonia Lezza, è quella di far sì che quando nella sua scrittura abbandona un punto iniziale “trasmesso”, ciò che viene testualmente abbandonato, decostruito, sottratto a canoniche regole stereotipate, affievolisce la sua eco, per lasciare il campo, la vista e l’udito a nuovi frutti drammatici, letterari (anche musicali e canzonettistici).

Enzo Moscato. Foto tratta dalla pagina Facebook della Compagnia Teatrale Enzo Moscato

Maurizio Zanardi, tra i primi fondatori della casa editrice Cronopio, curatore di diversi volumi importanti, col suo Testi di godimento, fa molto riferimento ad un Moscato filosofo, antropologo (si laureò in tali discipline, d’altra parte, iniziando l’attività di docenza). Prendendo anche spunto da certe intuizioni di Roland Barthes, Zanardi sottolinea quanto la scrittura di Moscato diventi diretta testimonianza culturale e personale di rifiuto della supina accettazione, ad esempio, di un “padre” quale fu Eduardo De Filippo: da ciò l’accettazione di uno stato culturale e di pensiero ed esistenziale in una sorta di orfananza. E giustamente Zanardi ricorda le parole di Neiwiller rivolte molti anni fa a Bartolucci, il critico e teorico della scrittura scenica, con le quali sottolineava che Moscato era come nella vita «dimesso e feroce, dimesso e feroce…».
Gerardo Guccini, gran conoscitore e studioso della drammaturgia italiana e non, col suo Moscato/Artaud: indagini su un dittico nascosto, analizza da par suo, anche teoricamente, il rapporto tra Moscato e Artaud, con una intermediazione di Leo de Berardinis. Mettendo quindi in parallelo il Moscato di Lingua, Soffio, Corpo, con l’Artaud di La Conferenza al Vieux Colombier. Vita vissuta di Artaud l’Imbecille, su cui ha lavorato il drammaturgo napoletano selezionando, traducendo, riassemblando e adattando. La stessa lingua moscatiana, sui vari input artaudiani, è stata da lui incorporata, resa fisicamente immaginabile e realizzabile.
Infine va ricordato e sottolineato, di Antonio Latella, tra i più validi registi italiani, e non, una sorta di carteggio immaginario con Enzo, un amico ormai definitivamente assente, ma presentificato dalle parole gentili, affettuose, emozionanti dell’amico Antonio: «Sai Enzo, la cosa che più mi innervosisce è quando ti definiscono autore Napoletano (…) per me non è così, caro Enzo, tu sei uno dei più grandi autori della seconda metà del Novecento italiano, ma aggiungo, sei uno dei più grandi autori del teatro occidentale, perché il tuo non è stato solo uno scrivere per il teatro, ma è stato un donare al teatro una nuova lingua».

Enzo Moscato. Foto tratta dalla pagina Facebook della Compagnia Teatrale Enzo Moscato

Le scritture del Grande Infante. Sull’opera-vita di Enzo Moscato, a cura di Claudio Affinito, Antonia Lezza, Matteo Palumbo, Maurizio Zanardi, con scritti di Guccini, Latella, Lezza, Moscato, Palumbo, Zanardi, Cronopio Edizioni, Napoli, 2025, pp. 195, euro 18,00.

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