Questa fame incredibile: “EaT – Enogastronomia a Teatro” di Carolina Germini

Foto di Pier Paolo Metelli

Quel genio di Mattia Torre, con l’ironia e l’intelligenza che lo hanno sempre contraddistinto, in un monologo intitolato Gola, ha raccontato così l’essenza e lo spirito del nostro popolo: «Che pure moltissimi altri hanno vissuta la realtà della guerra, eppure questa fame incredibile non era mai venuta a nessuno, mai si è saputo di un paese che per decenni dopo la guerra avesse ancora questa fame incredibile che abbiamo noi». Quest’ingordigia, questo piacere di abbuffarsi fino a sentirsi male, ha senza dubbio qualcosa di grottesco. Ma nelle parole di Torre non c’è solo questo: c’è anche e soprattutto il pieno godimento e la bellezza dello stare insieme a tavola.
Ed è proprio attorno alla celebrazione di questo rituale che ha preso vita a Spoleto, dal 4 al 7 dicembre, il festival EaT – Enogastronomia a Teatro, giunto quest’anno alla sua quarta edizione. Organizzato da Anna Setteposte, di Anna7Poste Eventi&Comunicazione Srl, in collaborazione con il Comune di Spoleto, si conferma come un appuntamento unico nel panorama nazionale per la sua capacità di fondere i linguaggi della scena con la cultura del cibo.

L’edizione di quest’anno ha proposto un programma estremamente ricco: degustazioni sensoriali, concerti, talk e performance. Numerosi appuntamenti hanno animato i teatri storici della città, tra cui il più antico, il Teatro Caio Melisso. In particolare, ho scelto di soffermarmi su due lavori che hanno saputo incarnare l’essenza del cibo come rito collettivo così come evocato da Torre.

Foto di Pier Paolo Metelli

La mia avventura inizia alla Fattoria sociale, nella località di Protte. Qui ci aspetta, come ti aspetta una madre o una nonna, l’attrice Mariella Fabbris con il suo Cibo angelico (andato in scena il 6 dicembre). Quando arriviamo, la troviamo già con indosso un grembiule rosso, pronta all’azione: preparare degli gnocchi per i suoi ospiti. È attorno ad un ingrediente, quindi, che ruota il suo da fare: le patate vengono citate così spesso tanto che a un certo punto un bambino dal pubblico dice: «Ma perché parliamo sempre di patate? Un esempio di come la Fabbris sia magicamente riuscita a creare attorno a sé un’atmosfera viva e familiare».

A ispirare questo lavoro è stato un incontro fondamentale: quello con lo scrittore Antonio Tabucchi, conosciuto un giorno in una libreria di Torino. È a lui in persona che l’attrice domanda il permesso di mettere in scena un suo racconto intitolato I volatili del Beato Angelico. Mentre ci addentriamo nell’atmosfera fiabesca di questa storia, la Fabbris continua a impastare, ipnotizzandoci così due volte: attraverso la sua capacità di racconto e attraverso la manualità dei suoi gesti. Cibo angelico ha il potere di una madeleine proustiana: riesce a far riaffiorare i ricordi d’infanzia più lontani e a far rivivere sensazioni antiche, dimenticate, sommerse.

Foto di Pier Paolo Metelli

Il cibo come esperienza di memoria sensoriale ritorna anche in un altro lavoro: La ultima vez, cena clandestina di Gabriella Salvaterra, che dal 1999 fa parte della compagnia Teatro de Los Sentidos, progetto nato per desiderio dell’antropologo e drammaturgo colombiano Enrique Vargas e che ha trovato il suo spazio e la sua dimensione a Barcellona.

La memoria, la percezione, e la stimolazione dei sensi sono il cuore pulsante di La ultima vez. Come teorizzato da Erika Fischer-Lichte con la sua “estetica del performativo”, qui l’opera trascende il concetto tradizionale di rappresentazione teatrale: la compresenza corporea di attori e spettatori rende il pubblico non un semplice osservatore, ma un partecipante attivo e persino co-creatore di un rito sensoriale.
Veniamo bendati. Siamo, quindi, seduti a una tavola che non vediamo. Non sappiamo chi ci siede vicino. Ma sentiamo la presenza degli altri. Il loro respiro. Il rumore che fanno quando masticano o quando bevono. Il suono tintinnante delle posate che toccano il piatto. L’esperienza del gusto è così potenziata al massimo.

Foto di Pier Paolo Metelli

Nel buio e nel silenzio di questa “cena clandestina”, ci viene consegnata una scatola piena di oggetti e ci viene chiesto, nell’estrarli, di pensare alle ultime volte della nostra vita. Sì, perché è proprio da questa idea che nasce La ultima vez: ricordiamo benissimo le prime volte ma facciamo fatica a risalire ai dettagli delle ultime. Attraverso tale esperienza siamo chiamati a farlo e a far emergere i ricordi più nascosti. Mentre frughiamo nel buio della scatola e in quello della nostra mente, ci rendiamo conto che quegli oggetti — una chiave, un pettine, un piccolo frammento di stoffa — non parlano solo a noi. In questo spazio sospeso, accade qualcosa di magico: sebbene ciascuno stia lavorando sui propri frammenti di vita, sui propri lutti o sui propri addii, si avverte con chiarezza che il processo di memoria è, in realtà, collettivo. Le nostre “ultime volte” si intrecciano a quelle dei vicini sconosciuti, trasformando un’indagine intima in un rito pubblico di guarigione.

Foto di Pier Paolo Metelli

EaT – Enogastronomia a Teatro

evento organizzato da Anna Setteposte – Anna7Poste Eventi&Comunicazione Srl
in collaborazione con il Comune di Spoleto
supportato da Fondazione Cassa di Risparmio di Spoleto e Monini S.p.A.

Spoleto, dal 4 al 7 dicembre 2025.

Le messinscene Cibo angelico e La ultima vez, cena clandestina, di cui parliamo nell’articolo sono stati visti rispettivamente il 6 dicembre alla Fattoria Sociale di Protte (Spoleto) e il 7 dicembre al Teatro Caio Melisso (Spoleto).

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