“L’altro Hotel”, un disco di Michele Di Stefano di Fabio Acca

Michele Di Stefano - Surplace Radio - sound performance & record launch di “L’altro Hotel” (LP XONG collection - dischi d'artista XX19, Xing 2025) Raum, Bologna, 8.10.2025. Foto di Luca Ghedini, courtesy Xing

Saranno almeno tre anni che, ostinatamente, mi incaponisco sull’idea di assegnare il Premio Ubu – l’Oscar del teatro italiano – per la categoria “miglior progetto speciale” a una collezione di dischi in vinile. E ogni volta, puntuale, il mio appello cade nel vuoto, accompagnato perlopiù da un silenzio imbarazzato dei colleghi critici e studiosi e da un’antologia di sopraccigli variamente inarcati, come a dire: «ma cosa c’entra una collana di dischi in vinile con il teatro, o con la danza contemporanea?».

In realtà, nell’era bulimica dell’ascolto “liquido”, il disco in vinile non va assolutamente banalizzato, magari come l’equivalente materiale e un po’ polveroso di uno streaming algoritmico. Piuttosto, va inquadrato come un oggetto culturale complesso, che può mettere contemporaneamente in gioco parole, suoni, immagini, gesti e, in sintesi, una forma ritualizzata e temporizzata di presenza. Nel momento in cui lo sfili dalla busta, ne osservi la copertina e l’artwork, lo afferri ai bordi, lo appoggi sul piatto del giradischi e abbassi la puntina sui solchi, stai già compiendo una piccola coreografia domestica che organizza il tuo spazio, il tuo tempo e la tua attenzione. È dentro questo teatrino dell’ascolto e dell’immaginazione, accompagnato dal corpo, che il vinile si fa interessante da un punto di vista performativo, non tanto come semplice supporto, ma come scena minima su cui riscrivere l’esistente in termini di relazioni tra suoni, figure, immagini, testi e forme di presenza.

I cosiddetti “dischi d’artista”, poi, spingono questa intuizione fino alle estreme conseguenze. Già nel secolo scorso, una certa genealogia di artisti visivi, performer, musicisti diversamente eccentrici ha usato il disco in vinile non per documentare un lavoro già fatto altrove, ma come opera in sé. Scultura sonora, dispositivo concettuale, frammento di performance, talvolta vero e proprio happening portatile, il disco si identifica nel suono solo parzialmente, in quanto una delle componenti di un oggetto che tiene insieme tanti elementi. Non ultimo, un certo feticismo tipico ormai di diffusi godimenti collezionistici, a rivelare una sensualità estetica in cui le poetiche degli artisti si riconfigurano nello specifico formato del disco.

Quello per i dischi d’artista non è, peraltro, un interesse isolato. Per esempio, dal 28 giugno del 2024 la Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino ha acquisito, in forma di collezione permanente e con un gesto pressoché inedito nel panorama italiano, un corpus di 471 dischi d’artista, il cui nucleo centrale è stato raccolto nel corso degli anni da Giorgio Maffei. A questa base storica il museo ha scelto di aggiungere ulteriori titoli, secondo una chiara logica di progressivo accrescimento della raccolta. Il risultato è una collezione che offre uno spaccato particolarmente eloquente delle sperimentazioni artistiche in disco, dalle avanguardie storiche del Novecento fino alle ricerche più recenti, compresa la collezione da cui siamo qui partiti, la Xong Collection curata da Xing (che, ripeto, meriterebbe un prossimo Premio Ubu…).

Michele Di Stefano, “L’altro Hotel”, LP cover (Xong collection XX19, Xing 2025). Foto di Soundohm

Ogni uscita della collezione Xong consiste in un vinile rigorosamente a tiratura limitata e numerata, accompagnata da una cura maniacale per artwork, design, materiali e dettagli. Sono perciò oggetti che rifiutano la definizione depotenziata di “prodotto” discografico, se non cromaticamente, per il bianco ostinato del vinile che funziona come sorta di ideale pagina su cui ogni artista, di volta in volta coinvolto, “incide” la propria partitura. In questo contesto arriva L’altro Hotel di Michele Di Stefano, diciannovesima uscita a chiusura della collana, dopo aver accolto artisti di diversa estrazione e provenienza ma accomunati da un’attitudine radicale alla sperimentazione – da Kinkaleri a Romeo Castellucci, da Silvia Costa a Cesare Pietrousti, solo per fare qualche nome (è in cantiere un cofanetto che raccoglierà tutte le uscite, quindi date un’occhiata all’intera collezione su www.xing.it/xong).

Il disco di Di Stefano si presenta anomalo persino per gli standard già originali del progetto. Alla base c’è una vasta collezione di frammenti sonori grezzi, sporchi, registrati in giro per il mondo dall’artista in presa diretta, con gusto tra il punk e il low-fi. Appunti, schegge di conversazioni, rumori ambientali, piccoli squarci di vita quotidiana raccolti tra Tunisi e i traghetti Grimaldi Lines, il Marais parigino, la Reserva Nacional Tambopata in Perù, i tram di Roma, i fiumi del Botswana. Materiale diaristico, privato, “inutile”, che in L’altro Hotel viene convertito in una serie di brani di “musica situata”, che però, a dispetto della puntualità di esperienza da cui traggono origine, non rendono un luogo o una situazione immediatamente riconoscibile, piuttosto ne intercettano lo sfasamento, quasi provenissero da una dimensione laterale all’esperienza evocata.

Il tutto è incorniciato come se si trattasse del palinsesto di un programma radiofonico. Di Stefano è anche lo speaker che introduce i brani secondo i codici del giornalismo musicale, con titoli, nomi di band e artisti, aneddoti sulla genesi del pezzo, dettagli tecnici sulla registrazione, affondi etnomusicologici. Solo che qui la linea tra realtà e invenzione è costantemente sabotata, sfocata. Quello che ascoltiamo è la fuga, consapevole e calcolata, dal field recording e dalle storie di viaggio, verso un territorio in cui le fake news sonore sono talmente ben costruite da risultare, insieme, credibilissime e totalmente implausibili.

Michele Di Stefano, “L’altro Hotel”, LP A side (Xong collection XX19, Xing 2025)

Non è la prima volta che Di Stefano si confronta con il formato radiofonico. In piena pandemia, nel 2020, fu tra gli ideatori e i protagonisti di Radio India, il palinsesto nato dal progetto Oceano Indiano del Teatro di Roma in cui compagnie, artisti, curatori e critici della scena italiana si prestavano, tra le altre cose, a un gioco analogo di spaesamenti identitari, con formati ibridi, playlist narrative, interviste, montaggi sonori. In quel contesto Di Stefano, per esempio, alternava la pratica della selezione musicale alla conversazione d’autore. Memorabile il dialogo-intervista con Silvia Fanti, curatrice di Xing, che di fatto anticipava in quell’occasione, tra il serio e il faceto, molte caratteristiche di un suo fantomatico disco che oggi, se fosse stato realizzato, potrebbe tranquillamente comparire come ghost della collezione Xong. L’altro Hotel sembra, dunque, riattivare quella esperienza, ma spostandola su un piano ancora più inclinato, dove il formato radiofonico è al servizio di un racconto sonoro in-credibile, condensato nello spazio di un LP.

La domanda, a questo punto, viene naturale. Che cosa succede quando un artista come Di Stefano, che ha costruito prevalentemente la propria ricerca artistica intorno al corpo, al movimento, alla danza – in tutte le esplorazioni singolari con o senza la compagnia mk – decide di appropriarsi di un formato così apparentemente incorporeo come quello del disco? L’altro Hotel è la risposta a questa domanda. Di Stefano non tradisce la questione del corpo, ma la sposta. La sua voce alimenta la percezione di altri corpi che scivolano, deviano; l’ascolto viene coreografato come una sequenza di avvicinamenti e allontanamenti dal soggetto stesso di ciascun pezzo; il paesaggio sonoro è trattato in modo analogo a quanto accade in alcune sue creazioni coreografiche, come spazio “scopico”, in cui si muovono, invisibili, performer immaginari.

Del resto, Di Stefano ci ha abituati a un’azione d’artista e di curatore capace di attraversare simultaneamente, senza irrigidirsi in posizioni ideologiche, le zone di confine in cui i formati evaporano e gli schemi disciplinari, anche da un punto di vista degli inquadramenti istituzionali, diventano porosi. Dai festival internazionali alle piattaforme indipendenti, dalle istituzioni museali alle residenze più marginali, il suo lavoro insiste da anni sui bordi, dove le arti circolano come sostanze miste. Non stupisce, quindi, che egli sia interessato ad abitare anche lo spazio del vinile – oggetto insieme retrò e contemporaneo – per trasformarlo in un altro tassello di questa sua geografia indisciplinata.

Michele Di Stefano, card originale per collector’s edition “L’altro Hotel” LP (Xong collection XX19, Xing 2025). Courtesy the artist and Xing

L’effetto d’insieme del disco è straniante, simile a quello generato da certe fotografie di UFO scattate negli anni Settanta: immagini sgranate che, per un attimo, sembrano documentare davvero un avvistamento, prima di rivelare il trucco, o forse no. L’altro Hotel sta lì, su quel crinale. I luoghi sono reali, le coordinate geografiche esatte, i materiali d’ascolto autentici. Ma intorno a questi frammenti si costruisce una mitologia sonora che fa pensare a certi racconti di Woody Allen, quando popola i suoi scenari con improbabili stati della Repubblica di Bananas e di nomi tanto indicibili quanto realistici. Così le “hit” degli inesistenti Marina Lee Orghad, Jonathan Evelos, Musafer Missaui o Brian Zeno (e qui, se credi anche a Brian, stai messo veramente male…) funzionano insieme come parodia affettuosa dell’industria musicale globale e come esercizio serissimo di world-building.

C’è un piacere dichiaratamente iperbolico nel modo in cui il disco elenca artisti, titoli, retroscena, generi inventati. O anche il riflesso di quel bizzarro appagamento ambient che ci porta ad ascoltare, in maniera più o meno clandestina, cosa sta ascoltando in macchina il tipo di turno fermo al semaforo. Tuttavia, dietro l’ironia si intravede una riflessione precisa sul nostro rapporto con il viaggio, l’altrove, l’esotico. Di Stefano gioca così con la forma più “balossa” di turismo esperienziale, ma ne smonta contemporaneamente i codici, li porta al punto di saturazione, per poi restituirci una foschia narrativa, come nuvola di possibilità in cui diventa difficile distinguere del tutto ciò che abbiamo realmente vissuto da ciò che abbiamo solo immaginato.

Infine, c’è l’oggetto. Il vinile bianco, la tiratura limitata di 150 copie, le venti esclusive collector’s edition con le foto-cartoline pseudo-esotiche realizzate da Di Stefano, corredate da note e appunti originali. È come se il disco, dopo aver messo in scena un’intera geografia sonora, ci offrisse un “altro hotel” in cui soggiornare, quello concreto dell’oggetto che teniamo in mano, con le sue superfici da toccare, mettere sul piatto del giradischi quante volte vogliamo e poi archiviare. Qui la performatività non riguarda solo ciò che esce dalle casse, ma anche il modo in cui l’LP si colloca in una collezione, su uno scaffale, in una storia personale di ascolti.

Se poi tutta questa faccenda della performatività a un certo punto vi sembra un po’ troppo, c’è sempre il piano B, cioè incorniciare la copertina come opera d’arte contemporanea, che fa comunque la sua figura.

Michele Di Stefano, ritratto. Foto di Luca Ghedini, courtesy Xing

 

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