Affrontare una commedia di Eduardo De Filippo suscita sempre, nel regista che la mette in scena e negli attori che la interpretano, un misto di timore ed emozione.
Sabato, domenica e lunedì, scritta e rappresentata nel 1959, appartiene alla raccolta Cantata dei giorni dispari: testi nati dalla consapevolezza sociale maturata durante e dopo la Seconda guerra mondiale. Opere che, con sguardo disincantato, raccontano conflitti familiari, solitudine e miserie morali, mentre la comicità sgorga spesso dai drammi umani.
La vicenda si svolge nell’arco di tre giorni nella casa della famiglia Priore, dove convivono tre generazioni: il capofamiglia Peppino e la moglie Rosa; due dei loro tre figli, Rocco e Giulianella; il padre di Rosa, Antonio Piscopo; e Raffaele, fratello di Peppino.

È sabato pomeriggio e Rosa sta preparando il suo famoso ragù, destinato a essere servito durante il tradizionale pranzo domenicale, rito che riunisce tutta la famiglia e alcuni invitati.
La domenica arrivano, oltre ai residenti, il terzo figlio Roberto con la moglie Maria Carolina; Amelia (zia Memè), sorella di Peppino e Raffaele, vedova piuttosto libera nei rapporti affettivi; suo figlio Attilio, ragazzo complessato e problematico; Federico, amico di Rocco e fidanzato di Giulianella; e infine i coniugi Ianniello, Luigi ed Elena, vicini di casa.
Durante il pranzo Peppino si mostra insofferente, scontroso e irritato. Resta in disparte e digiuna, infastidito dalla presenza degli Ianniello, un tempo amici stretti della famiglia. Sul finire del banchetto la tensione esplode: Peppino accusa la moglie e il vicino di avere una tresca. A seguito di un violento litigio, Rosa sviene per lo shock e, quasi colpita da un ictus, viene immediatamente soccorsa.
Dopo una notte insonne trascorsa vegliandola, l’alba del lunedì porta una chiarificazione grazie all’intervento della più giovane della famiglia, Giulianella. È lei a pronunciare una delle frasi chiave dell’intera commedia (ripresa poi da Peppino nel finale): «Ma perché non vi dite le cose non appena succedono? State insieme da tanti anni e non avete saputo raggiungere un’intimità che vi permetta di dire pane al pane e vino al vino, l’uno con l’altra? (…) Mi sono scocciata di sentire sempre le stesse cose: vi raccontate i sogni che fate, le malattie che credete di avere e “tu non vuoi mangiare questo e io voglio mangiare quello”».
Il confronto sincero che segue permette ai due coniugi di ritrovarsi, scoprendo un nuovo punto di contatto fatto più di gesti quotidiani che di parole: azioni capaci di esprimere concretamente l’affetto reciproco.

Il testo eduardiano presenta numerosi richiami alla tradizione teatrale italiana e napoletana: dalla narrazione delle compagnie organizzate per “ruoli” alla presenza scenica di Pulcinella, omaggio diretto ad Antonio Petito. Al tempo stesso propone tematiche sociali e culturali innovative per gli anni Sessanta. Particolarmente efficace è la riflessione sulla comunicazione intergenerazionale: incisivi i rapporti tra Rocco e il nonno Antonio Piscopo, così come quello tra la riflessiva Giulianella e il focoso padre. Non meno significativa è la figura della “libera” zia Memè, che anticipa l’emancipazione femminile rispondendo a Federico, fidanzato di Giulianella, quando questi sostiene di dover pensare lui all’avvenire della ragazza: «(…) Allora vi dovete sposare una donna che non pensa o che finge di non pensare (…). Il cellofan non è stato inventato per avvolgere le mogli e metterle sedute sui divani. Per fortuna o per disgrazia, l’epoca delle sovrastrutture convenzionali è finita». Eppure, questa donna apparentemente moderna finisce per contraddirsi nei fatti, soffocando il figlio Attilio.
Non meno rilevante è l’analisi delle dinamiche affettive legate al cibo, primo elemento di vita e veicolo diretto di attenzione emotiva. Il percorso parallelo della narrazione tripartita — preparazione, cottura e consumo del pezzo di carne di annecchia destinato al ragù — viene accostato al digiuno o all’appetito dei vari componenti della famiglia, in particolare di Peppino. Il suo orgoglio ferito si traduce in un rifiuto ostinato del cibo: una barricata emotiva innalzata contro la compagna, a cui nega la soddisfazione di vedere apprezzato il proprio impegno domestico.

La commedia si configura come uno spaccato della società del tempo, in cui il microcosmo familiare diventa lente privilegiata per osservare ciò che era ritenuto “usuale” nelle case borghesi dell’epoca.
Il rapporto con la gelosia (palese nella coppia Peppino/Rosa, più sotterraneo in Federico/Giulianella), il cibo inteso come surrogato dell’empatia affettiva e le dinamiche intergenerazionali costruiscono un quadro novecentesco ben congegnato, che Luca De Fusco ricostruisce attraverso una lettura filologica intelligente e rispettosa. Il regista lascia che il racconto fluisca nel suo ritmo originario, firmando così una ripresa teatrale felice, che — partendo dal Teatro Argentina di Roma — attraverserà l’intera penisola fino alla primavera del 2026.
È un lavoro corale, classico, caratterizzato da una regia tradizionale, puntuale ed efficace, curata nei dettagli delle scene e delle controscene, al punto che i ritmi narrativi possono essere validamente accostati all’armonia recitativa di Eduardo, documentata nell’edizione radiofonica da lui registrata per la RAI negli anni Sessanta (mentre la ripresa televisiva coeva risulta purtroppo perduta).
La scenografia ambienta la storia in un unico locale composto da due porte laterali e sette finestre con balcone, che sembrano cingere l’intero spazio. Nel primo tempo l’ambiente è definito, a sinistra, da una cucina nello stile delle maioliche di Vietri e, a destra, dal tavolo da pranzo. Nel secondo e nel terzo tempo la cucina lascia spazio a un piccolo salotto, mentre il tavolo si amplia per accogliere i numerosi commensali. L’impianto visivo è funzionale e gradevole, coerente con il periodo storico rappresentato (scene e costumi di Marta Crisolini Malatesta). Gli effetti luce di Gigi Saccomandi, filtrando dalle sette finestre, scandiscono l’alternanza notte/giorno e gli stati emotivi dei protagonisti, soprattutto di Peppino.

Le interpretazioni di Rosa (Teresa Saponangelo) e Peppino (Claudio Di Palma) sono convincenti: gli attori restituiscono emozioni, tensioni e difficoltà comunicative di una coppia che si ama ma non sa esprimere i propri sentimenti se non attraverso azioni “materiali”, il cibo in primis. Alla replica cui ho assistito, la tensione fra i due appariva forse troppo evidente sin dalle prime battute, riducendo in parte l’effetto in “crescendo”.
Ottima anche la resa delle figure comiche di contorno: il nonno Antonio (Francesco Biscione); Raffaele (Paolo Cresta); Michele, fratello della cameriera Virginia (Domenico Moccia) e zia Memè (Anita Bartolucci), sguardo modernista e filosofico della commedia, accanto al figlio Attilio, macchietta non canora interpretata da Renato De Simone. Ben calibrata la risoluzione emotiva offerta da Giulianella (Mersila Sokoli) nella scena “esplicativa” menzionata in apertura.
Un plauso a tutti gli altri componenti del cast — Pasquale Aprile, Alessandro Balletta, Rossella De Martino, Antonio Elia, Maria Cristina Gionta, Gianluca Merolli, Alessandra Pacifico Griffini, Paolo Serra — che hanno reso compatto e coerente il lavoro proposto da De Fusco.
Una produzione che rende onore alla scrittura eduardiana, riproponendo con credibilità schemi e stili di un’Italia alla vigilia del boom economico. Un boom che accrebbe in modo repentino la capacità di spesa della popolazione, mentre il cambiamento sociale e culturale faticava a tenere il passo, restando per vari aspetti più arretrato del nuovo benessere materiale.
Nonostante la distanza temporale, gli echi del periodo storico, che fa da sfondo alla commedia, con la ritualità e le conflittualità legate al cibo, la fragilità delle relazioni e le incomprensioni intergenerazionali risuonano ancora con forza nel nostro presente.

Sabato, domenica e lunedì
commedia in tre atti di Eduardo De Filippo
regia Luca De Fusco
con Teresa Saponangelo e Claudio Di Palma
e con Pasquale Aprile, Alessandro Balletta, Anita Bartolucci, Francesco Biscione, Paolo Cresta, Rossella De Martino, Renato De Simone, Antonio Elia, Maria Cristina Gionta, Gianluca Merolli, Domenico Moccia, Alessandra Pacifico Griffini, Paolo Serra, Mersila Sokoli
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
luci Gigi Saccomandi
aiuto regia Lucia Rocco
prodotto da Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro Biondo di Palermo, LAC Lugano Arte e Cultura.
Teatro Argentina, Roma, fino al 4 gennaio 2026.
Di seguito, le date della tournée fino all’8 marzo:
Teatro Mario del Monaco, Treviso, dall’8 gennaio all’11 gennaio 2026
Teatro Comunale, Bolzano, dal 15 gennaio al 19 gennaio 2026
Teatro Sociale, Trento, dal 22 gennaio al 25 gennaio
Teatro Carignano, Torino, dal 27 gennaio all’8 febbraio 2026
Teatro della Pergola, Firenze, dall’11 febbraio al 19 febbraio 2026
Teatro Era, Pontedera, dal 21 febbraio al 22 febbraio 2026
Teatro Bellini, Napoli, dal 24 febbraio all’8 marzo 2026.
Per il calendario completo si rimanda al link:
www.teatrodiroma.net/spettacoli/stagione-2025-2026