L’ultima mappatura delle presenze femminili sui palcoscenici italiani realizzata da Amleta, in collaborazione con l’Università degli studi di Brescia, analizza le percentuali di registe, drammaturghe, adattatrici e attrici nei Teatri Nazionali, nei TRIC (Teatri di Rilevante Interesse Culturale) e al Piccolo Teatro di Milano nel triennio 2020-2024. Lo studio restituisce l’immagine di un sistema teatrale ancora profondamente squilibrato: l’analisi grafica rivela che solo il 35,1% delle presenze è femminile, contro il 64,9% maschile. Sono numeri che raccontano la persistenza di una struttura produttiva e simbolica che continua a marginalizzare le donne dietro un “sipario di cristallo”. Non si tratta di un ritardo contingente, ma di un assetto che si riproduce nel tempo e che rende evidente l’urgenza di interventi sistemici capaci di invertire la rotta, ridefinendo accesso, rappresentazione e potere all’interno della scena teatrale contemporanea.
Nessun ambiente è impermeabile alle disparità di genere. È da questo posizionamento che si radica la mia lettura del libro di Luisa Merloni, Piccolo manuale di comicità femminista. Un testo che scardina i presupposti dell’arte comica, affermandola come “pratica costante, comunitaria, quotidiana, privata” (1), agita da sempre dalle donne, e ripensandola come esercizio imprescindibile di politica femminista. Nel farlo, Merloni tratteggia una propria genealogia, fatta di affetti familiari e amicizie, e intreccia la sua riflessione con il pensiero di attiviste, filosofe e scrittrici femministe, come Carla Lonzi, Judith Butler, Rosi Braidotti, Luce Irigaray, bell hooks, voci che hanno scardinato narrazioni dominanti e messo in discussione la società costruita, normalizzata e spesso accettata come data.

Una delle traiettorie tracciate da Luisa Merloni riguarda la genesi e l’uso dello stereotipo. Se da un lato ne riconosce la funzione di linguaggio condiviso dell’arte comica, capace di attivare un’immediata complicità con il pubblico, dall’altro ne rovescia la prospettiva, riscrivendone le istruzioni d’uso più critico e consapevole. È in questo passaggio che emerge la figura di Santippe, archetipo fondativo di un immaginario che continua a sedimentarsi, quello della moglie rompiscatole. In questa prospettiva, comicità e femminismo producono attrito, scompiglio. In dialogo con la figura della femminista guastafeste teorizzata da Sara Ahmed, lo stereotipo viene assunto come alleato: uno strumento da abitare e deviare, per orientarsi nel contesto sociale e culturale e, al tempo stesso, incrinarlo dall’interno.

Il percorso che Luisa Merloni tratteggia in Piccolo manuale di comicità femminista non procede per capitoli isolati, ma per stratificazioni successive, come se ogni passaggio aprisse e preparasse il campo a quello successivo. Si parte dal sé personale dell’autrice, da una genealogia intima e affettiva – le “maestre” nonna Pia e zia Augusta – per mettere subito in discussione l’idea di talento come categoria neutra, smascherandone l’arbitrarietà, il potenziale discriminatorio, l’inclinazione/l’esclusione patriarcale.
Da qui lo sguardo si allarga e incontra lo stereotipo: non più semplice dispositivo comico, ma strumento ambivalente, capace tanto di generare riconoscimento immediato quanto di semplificare e irrigidire una realtà ben più complessa. Ma Luisa Merloni non si ferma alla decostruzione. Attraverso la maschera di Totò e la figura del clown, il discorso si sposta sul corpo e sul travestimento, chiamando in causa Judith Butler e la sua riflessione sul genere come performance: la comicità diventa allora uno spazio di slittamento, in cui identità e ruoli possono essere esibiti, deformati, sovvertiti.
È però nel ritorno al personale che il percorso trova una delle sue intensità maggiori. La madre diventa musa e misura, origine e confronto, mentre l’esperienza diretta della scena – dal primo testo firmato come autrice, Farsi fuori, alla pratica in contesti fortemente politici come il Teatro Valle occupato – restituisce una comicità che si fa corpo, biografia, attraversamento. In questo tracciato si innestano le personagge di Franca Valeri e l’eredità di Carla Lonzi, presenze che non chiudono il discorso ma lo rilanciano, aprendolo al presente e al futuro.
Ne emerge un’idea di comicità che non è mai neutra né innocua, ma situata, consapevole, capace di muoversi tra esperienza individuale e dimensione collettiva. Luisa Merloni ci consegna un’arte comica che, partendo dal personale, arriva a essere megafono.
Nota
1) Luisa Merloni, Piccolo manuale di comicità femminista, Einaudi, Torino, 2026, p. 10.
Luisa Merloni, Piccolo manuale di comicità femminista, Einaudi, Torino, 2026, pp. 160, euro 16,50.