Costruzione impeccabile, lavoro di cesello, scene oleografiche che restano impresse, accordi cromatici, coreografie che regolano i corpi, le mani e finanche le bocche, respiri che fendono l’aria e fanno rumore, sincronizzati come corde di un solo strumento, come sibili di un solo animale.
Per gli attori, tutti, una prova eccellente e faticosissima.
Eppure. Perché de Le Baccanti dirette da Theodoros Terzopoulos, la tragedia che ha inaugurato il 18 giugno 2026 la nona edizione del Pompeii Theatrum Mundi, mi viene da dire che inscena un dionisiaco piuttosto apollineo.
Lo scardinamento delle relazioni è come ricomposto in immagini plastiche, in gesti non già educati ma conformi e precisi, in battute scandite e toni puliti, cristallini.
Certamente si tratta di una scelta ponderata: rimettere la tensione drammatica alla potenza intrinseca della scrittura di Euripide nella bellissima traduzione di Edoardo Sanguineti, preservare le parole senza incrinarle, lasciandole essere nella loro nudità disarmata, senza violenza, tenendo fuori le viscere.
Porgerle, semplicemente, attraverso una partitura ordinatissima, inviolabile, che non lascia intuire possibilità di rottura, dove non c’è spazio per l’imponderabile, per trattenere il respiro in quello stato di apnea che nello spettatore sempre precede la catarsi.

Ricorrendo anche a controscene accessorie come le due figure vestite di bianco che si adoperano in una sorta di pantomima estetizzante (concordo con chi vi ha ravvisato la gestualità di Bob Wilson) mentre il Corifeo (Paolo Musio), immobile, pronuncia ininterrotto parole indecifrabili.
Oppure, e con maggior persuasione, avvalendosi di scene significative che anticipano l’ingresso di personaggi apicali. Succede quando il Male coryphaeus (di nuovo Musio, irriconoscibile) avanza carponi come un primitivo, la risata grassa e minacciosa, un attimo prima dell’entrata in scena di Agave, un’ Alvia Reale perturbata sì ma già emancipata dal suo esser Baccante, quasi regale, sensuale, sul capo la testa del figlio da lei stessa sbranato, che ancora crede un leone.
Anche qui la regia rinuncia al grido straziato dell’agnizione che resta invece compresso come un conato soffocato in gola e investe sull’espressività dell’attrice, sulla carnalità piena di echi e di enigmi, sulla lentezza della presa di coscienza, sul dialogo quasi intimo tra Agave e Cadmo (Enzo Vetrano) che piano piano suggerisce e rivela.

Rimangono comunque questi due i momenti in cui la temperatura è più alta, insieme al resoconto del secondo messaggero (Rocco Ancarola) quando riferisce con parole che sono visioni nitide e sensoriali, il terrore di Penteo e la sua misera implorazione.
Il resto ubbidisce a una poetica razionale che esclude deliberatamente la compromissione emotiva e confida nella perizia e nella generosità di una compagnia che non si risparmia a cominciare dal coro delle Baccanti, attrici e attori impegnati in uno sforzo fisico encomiabile, tipo simulare forti tremori recitando proni.
Così il Penteo di Marco Cacciola, ridicolo e ridicolizzato come la diffidenza e il potere che rappresenta, la sua sfida al Dio con provocazione e strafottenza, la falcata espressionista che questa volta mi ha ricordato Nekrosius, irrigidito da una corazza nera che lo rende ulteriormente caricaturale, appositamente difforme dal figlio indifeso di fronte alla madre Baccante.
E così il Cadmo di Enzo Vetrano, in scena fin dall’inizio disteso in una teca un po’ trono un po’ catafalco, colui che consegnerà ad Agave i brani del figlio raccolti in un sacco di plastica nero a risvegliare brutti ricordi di un passato recente, così il Tiresia di Stefano Randisi, che ben risponde a quello che il regista scrive nelle note di regia, ovvero che la conoscenza è consapevolezza, e così lo stesso Dioniso di Roberto Latini, il Dio travestito da straniero, il semidio miscreduto che arriva da lontano e sembra instillare la follia con i lumi della ragione. Dioniso, il Dio del vino e dell’ebbrezza, la rottura delle barriere sociali, dei vincoli familiari, lo scardinamento dell’ordine costituito, qui è un uomo che vuole essere accolto, forse accolto ancora più che creduto, e ogni tanto cede a una specie di danza, ma molto composta, stilizzata, sottile. Divincolando il busto e le membra, con stile.

La lettura di Terzopoulos si spiega anche considerando che è la settima volta che affronta questa tragedia di cui firma anche adattamento, scene, luci e costumi e lo fa in modo coerente, sulla base di presupposti che hanno ragioni nel suo percorso. Per questo mi pare importante citare senza tagli la nota che accompagna il programma di sala: «È di estrema importanza proporre Baccanti in questo momento, laddove Dioniso incarna l’archetipo del rifugiato, partito da Timolos tremila anni fa, ha viaggiato nelle zone di guerra del Medio Oriente, per finire, oggi, nel mar Mediterraneo, sulle coste di Creta o Lampedusa. Il suo tragitto ci ricorda che l’arte del teatro è un viaggio infinito, percorso da persone in fuga, in continua trasformazione, che il Male si può mascherare da Merito e viceversa, e che l’enigma della morte racchiude una prospettiva di vita; ci ricorda che la Parola è Terra, che la Conoscenza è Consapevolezza, la Passione è la sua Negazione e l’Armonia è la sua Contraddizione».

Le Baccanti
di Euripide
traduzione Edoardo Sanguineti
regia, adattamento, scene, luci e costumi Theodoros Terzopoulos
con Roberto Latini, Alvia Reale, Enzo Vetrano, Stefano Randisi, Marco Cacciola, Paolo Musio, Gemma Carbone, Giulio Germano Cervi, Rocco Ancarola
coro (in o.a.) Francesco Cafiero, Bianca Cavallotti, Brigida Cesareo Riccardo Dell’Era, Davide Giabbani, Federico Girelli, Bianca Mangelli, Marica Nicolai, Nicoletta Nobile, Giorgio Ronco, Matteo Sangalli, Magdalena Soldati
musiche originali Panagiotis Velianitis
regista assistente e collaboratore alla drammaturgia Savvas Stroumpos
assistente alla regia Stravos Papadopoulos
assistente alla drammaturgia Michalis Traitsis
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Attis Theatre Company.
Pompeii Theatrum Mundi, Nona Edizione, Teatro Grande, Pompei (NA), dal 18 giugno al 12 luglio 2026.
Pompeii Theatrum Mundi è un progetto del Teatro di Napoli – Teatro Nazionale e del Parco Archeologico di Pompei.
Le Baccanti è stato visto il 18 giugno 2026.
Lo spettacolo inaugurerà la seconda edizione del Teatro Ostia Antica Festival il 25 giugno, replica il 26 e sarà in tournée nella stagione 2026 – 2027 come segue:
Teatro Storchi, Modena, dal 22 al 25 ottobre 2026.
Teatro Carignano, Torino, dal 9 al 14 marzo 2027.
Teatro della Pergola, Firenze, dal 2 al 4 aprile 2027.
Arena del Sole, Bologna, dall’ 8 all’ 11 aprile 2027.