Teatri di Vetro: un “Presidio” di cura e di responsabilità Intervista a Roberta Nicolai di Letizia Bernazza

Roberta Nicolai

Teatri di Vetro, dopo diciannove anni di costante attività e ricerca sotto lo sguardo attento della sua ideatrice e direttrice artistica Roberta Nicolai, ha in questo 2025 una “fisionomia” particolare.

Dopo aver subito da parte delle Commissioni incaricate dal Ministero della Cultura (MIC) di valutare le domande di accesso ai finanziamenti del Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo (FNSV) e di non essere ammesso a usufruire del contributo ministeriale (un punteggio beffardo di 8,5 quello ottenuto da TDV contro i 29 del precedente triennio malgrado, ad esempio, un incremento di spettatori pari al 38% sempre tenendo presente il triennio passato), il festival ha dovuto necessariamente virare verso una nuova rotta. Nuova ma, a ben guardare, in assoluta continuità con la linea programmatica di una ricerca orientata, come dichiara la stessa Nicolai, alla «(…) comprensione profonda delle istanze artistiche e dei percorsi di vita degli artisti. Delle loro possibili risonanze con la società».

Oscillazioni – un progetto curatoriale all’interno di TDV che ha sempre riflettuto sui processi creativi e sulla complessità dei linguaggi del contemporaneo, aprendosi alla relazione tra artisti e alla condivisione con il pubblico – sarà Presidio nelle giornate dal 16 al 18 dicembre al Teatro India di Roma.

«Mai come quest’anno, l’atto di comporre di Presidio mi sospinge verso l’origine», afferma Nicolai, «Un passo in avanti. Per ritornare là da dove siamo venuti». Così, per tre giorni, non ci saranno “opere concluse” piuttosto “tracce di ricerca”, materiali di lavoro di artisti e artiste che abiteranno gli spazi dell’India per rendere tangibile il non-finito e palpabile la vitalità che deriva dall’aprirsi alla pluralità di forme narrative e scritture sceniche ibride, disomogenee e, proprio per questo, più potenti per «innescare visioni, scambi linguistici, semantici, culturali».

Fabiana Iacozzilli e Linda Dalisi con Oltre_dall’altra parte della montagna, presentano mappe, registrazioni intorno al loro spettacolo Oltre; Andrea Cosentino con il suo Esercizi comici di depensamento comunitario propone un happening-conferenza sul ruolo, il senso e la forma dell’Intelligenza Artificiali; Tamara Bartolini e Michele Baronio ci conducono ad attraversare il corpo poetico e artistico della poetessa persiana Forugh Farrokhzād con Una finestra. E ancora, Paola Bianchi (EX è un’indagine sulla memoria corporea e le immagini che hanno segnato il suo percorso artistico); Alessandra Cristiani (Tracce_ Geynest under gore ci racconta il suo lavoro nato dalle rovine di guerra di Sarajevo; Operabianco (Analisi della bellezza è la condivisione di ricerca coreografica di possibili incroci tra Barocco e minimalismo). Tra gli altri artisti e artiste citiamo, poi, Lucia Guarino, Celia/Macera, Stefano Murgia, Simona Lobefaro e Lorenzo Giansante, Carullo/Minasi e Irida Gjergji e Michael Incarbone.

Sul “19° anno” di Teatri di Vetro, il nostro dialogo con Roberta Nicolai.

“Oltre. Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande”, di Fabiana Iacozzilli. Foto di Gianluca Pantaleo

Quest’anno Teatri di Vetro è un “presidio di pratiche e di pensiero”. Che cosa vuol dire per te “presidio”? Ha anche un’accezione di difesa?

Teatri di Vetro è sempre stato un presidio di pratiche e di pensiero. Oggi questa natura si rende più evidente. Presidio, per me, significa innanzitutto cura e responsabilità: uno spazio che accoglie e genera processi li accompagna e li documenta. È laboratorio aperto, officina di creazione, terreno di sperimentazione dove pratiche artistiche e riflessioni teoriche si intrecciano.
Presidio è anche un atto politico: difendere la ricerca artistica in un contesto che tende a cancellarla, rivendicare il tempo lungo della creazione contro la velocità produttiva, aprire varchi di pensiero per affrontare la complessità.

Anni fa, l’editoriale di TDV si intitolava Il castello errante: l’immagine di Miyazaki trasformava l’ammasso di ferraglia in teatro e il demone Calcifer, che lo fa avanzare, in ricerca. Senza ricerca il teatro crolla. La ricerca non è un settore: è il motore. Senza di essa resta solo l’involucro morto. Teatri di Vetro è nato come risposta a questa urgenza. E gli ultimi dieci anni hanno significato una progressiva radicalizzazione di questa prospettiva. Il punto centrale non è stato contrapporre il processo al prodotto. Tutto ciò che accade nella complessità della creazione scenica contemporanea è processo. E processo è anche lo spettacolo: mai mera esecuzione, ma evento che accade tra scena e sala, tra artisti e spettatori. Il processo è l’unica dimensione del teatro.
In questa prospettiva è nato Oscillazioni. Un tentativo decennale di indagare la creazione e tentare quell’operazione complessa di perimetrare la ricerca. Oscillazioni ha guardato a forme estetiche in dialogo con arti visive, cinema, filosofia, ad artisti intenti a sviluppare autonomia di pensiero e pratiche in ascolto del presente. Generazioni che vivono una relazione ambivalente con il sistema produttivo: condizionate dalla velocità dei debutti, ma intente a rivendicare lentezza e profondità, traghettando domande tra formati e progettualità pluriennali, assumendo il rischio dell’ossessione. A questi artisti ho offerto supporto e creato uno spazio che accogliesse le domande, rivendicando la sacralità del tempo condiviso. Ho visto nascere meraviglie. È questa complessità di elementi e relazioni ciò che, oggi, posso nominare con la parola “ricerca”. Ed è questo il campo da presidiare.

Andrea Cosentino in “Trash Test”. Foto di Luca Del Pia

Mi ha colpito molto la dicitura “19° anno”, che ha sostituito quella di “XIX edizione”. Qual è il significato?

Non è solo uno scivolamento grafico, ma un segnale voluto. Dire “19° anno” significa sottolineare la continuità di un percorso: Teatri di Vetro non è una sequenza di edizioni isolate, ma un progetto che anno dopo anno ha riprocessato la propria architettura, costantemente aperto a trasformazioni.

Allo stesso tempo, questa scelta indica una discontinuità necessaria dopo gli eventi di luglio. Non è la XIX edizione perché nulla è più come prima. C’è anche il senso di una mancanza: quell’anno che ti porta ai venti, al ventennale, a un traguardo che già sa di festa. L’intento è sottolineare che questo percorso ha diciannove anni, ma la sua storia è fratturata. E porteremo con noi questa frattura.
Se mai riusciremo a ricomporre il vaso rotto, lo faremo come nel kintsugi: con una cicatrice dorata che non nasconde la ferita, ma la trasforma in valore. E se il vaso resterà infranto, da quei frammenti nascerà altro. Perché ogni rottura può anche diventare un’apertura, un varco verso nuove forme.

Il cuore del presidio del 19° anno sarà al Teatro India con gli artisti e le artiste di Oscillazioni. La frase finale della presentazione di TDV della XVIII edizione recitava così: «Ed è lì, dalla “parte che manca” che nasce il teatro».
Che cosa è mancato nel 2025? E che cosa, tuttavia, ha fatto nascere il teatro?

Nel 2025 è mancata la stabilità garantita dal finanziamento ministeriale. La bocciatura del MIC ha tentato di cancellare vent’anni di vita artistica, gettando ombre pesanti sul futuro. Non è facile spiegare cosa significhi ritrovarsi, da un giorno all’altro, senza gambe per camminare: il MIC rappresentava oltre il 50% del nostro budget, e il suo azzeramento ha messo in discussione ogni altro contributo.

Il paradosso è che il 2024 era stato un anno straordinario: bandi vinti, progetti realizzati (.MOV, CIRC@, DIARIO, PLAY), Teatri di Vetro in sicurezza dentro bienni e trienni di finanziamento, pubblico in crescita del 38% nel triennio. Poi, improvvisamente, il disastro. Nonostante la gestione limpida, i risultati artistici, la comunità che si allargava. Questo fa riflettere: ha senso affidare il lavoro di una vita, le competenze, le relazioni, il destino di chi lavora, agli umori di bandi e relative commissioni?

Quello che stiamo facendo oggi è extra-ordinario e irripetibile. È la risposta alla bocciatura violenta e ingiusta ma non è una strada che si può percorrere due volte. Lo so io e lo sanno gli artisti. Questa consapevolezza genera una postura e ci obbliga a vivere questo tempo con un grado altissimo di intensità, come già accaduto a Tuscania per Trasmissioni e a Ostia per Composizioni.

Forugh Farrokhzād

 

Che tipo di risposta hai avuto dalle artiste e dagli artisti coinvolti?

La risposta è stata coraggiosa. Le artiste e gli artisti hanno accettato l’azzardo di smontare e decostruire le proprie composizioni, di condividere materiali di lavoro, nuclei performativi, tracce di ricerca. Hanno scelto la trasparenza, l’intimità, la relazione. Questo per me è il segno più forte: la disponibilità a esporsi, a trasformare il processo in dispositivo di pensiero, a fare del teatro un luogo di dialogo radicale. E, nonostante il lavoro supplementare che questa operatività comporta, hanno accettato condizioni economiche estremamente limitate.

Trasmissioni, poi Composizioni: è lì che è cominciato il Presidio. Due zone che negli anni si sono rivelate ricche e generative, e che oggi mostrano la loro natura più preziosa. Nell’editoriale di agosto scrivevo: «Andare nella direzione opposta, radicalizzare la proposta». La prospettiva è rispondere alla bocciatura non con la resistenza o riducendo il festival, ma facendo esplodere la libertà della ricerca. L’ho scritto, e poi è accaduto. Tutte le proposte artistiche che hanno attraversato queste sezioni sono state espressione di radicalità totale. Si è aperto un nuovo spazio di libertà, un alto grado di esposizione. Così quello che è accaduto a Tuscania e poi a Ostia ha avuto il sapore di un inizio. Certo, sappiamo che potrebbe essere la fine, l’ultimo atto di Teatri di Vetro. Ma a viverlo, sembra un inizio.

Paola Bianchi in “EX”. Foto di Chiara Pavolucci

Quest’anno, cosa ti aspetti dal pubblico, la cui partecipazione è stata sempre numerosa nelle edizioni passate?

Numericamente, non so. Sui numeri abbiamo riflettuto molto in questi mesi. Quali sono i numeri che il Ministero ha cancellato? L’edizione 2025 di Teatri di Vetro avrebbe avuto: 46 spettacoli, 3 coproduzioni, 4 accordi di rete, 26 collaborazioni e convenzioni, 511 giornate lavorative tra artisti, tecnici, organizzatori e comunicatori. E considerando che il 2024 si era chiuso con 46 spettacoli, 450 giornate lavorative, 4 coproduzioni, 3 accordi di rete, 24 collaborazioni e 2.954 spettatori paganti, forse avremmo potuto raggiungere i 3.500 spettatori nel 2025. La Commissione avrebbe dovuto valutare la qualità artistica, ma lo ha fatto con in mano fogli Excel. Quale numero ha pesato? Forse il costo del biglietto. Sì, abbiamo sempre tenuto i biglietti bassi per includere pubblici fragili, soprattutto giovani.

Se è così – ma ovviamente non ne siamo sicuri – la risposta è chiara: quest’anno il Presidio sarà accessibile senza alcun costo per il pubblico. Perché la cultura non si misura al botteghino, tanto meno l’arte, meno che mai la ricerca. Per chi vorrà sostenerci, è attiva una campagna di raccolta fondi.

E per il pubblico, ho scritto un piccolo Manuale per spettatrici e spettatori, un kit di pensieri e posture:

«Prenditi cura del tuo sguardo: l’arte è un talento da coltivare non solo per chi la fa, anche per chi ne fruisce. Accogli la complessità: troverai tracce, diari e frammenti che raccontano il tempo lungo della creazione. Sospendi il giudizio, gesto sbrigativo e spesso ingannevole. Pulisci la tua tela da tutti i luoghi comuni che la affollano. Considera la tua presenza come un atto politico, un gesto che difende la libertà della ricerca e la tua libertà di decidere cosa vedere.

Porta con te tutta la tua curiosità e il tuo desiderio: entra negli spazi come in un laboratorio aperto, pronto al dialogo e allo scambio. Concediti tempo lento, perché il Presidio non si attraversa in fretta: ogni pratica è un invito a sostare, a seguire più momenti, a lasciarti sorprendere.

Ascolta il tuo corpo: gli artisti ti chiedono di guardare a volte da vicino, a volte da lontano, di cogliere un istante, o rallentare il battito. Alcune pratiche ti inviteranno a partecipare, non solo a osservare. Cerca le domande, non le risposte. Ascolta e prendi parola.

Portati a casa parole, immagini, frammenti, pensieri».

Quest’anno mi aspetto questo: non numeri, ma sguardi attenti, presenti, desiderio di condividere il rischio e la libertà della ricerca.

Alessandra Cristiani in “Geynest under gore”. Foto di Alessandro Banducci

Quale futuro immagini per TDV e per il teatro italiano?

Gli eventi di luglio hanno gettato un’ombra pesante sul futuro, non solo per Teatri di Vetro, che oggi non ha prospettive se non quella di una ricostruzione lenta e complessa, alla ricerca di nuovi finanziamenti. Una strada lunga, incerta. Ma la domanda è più ampia: cosa possiamo aspettarci da un sistema che, dopo la tempesta dei punteggi artistici, si è placato appena pubblicate le assegnazioni?

Per me, l’unico futuro possibile è quello che difende la ricerca e il tempo lungo della creazione. Un teatro che non si pieghi alle logiche produttive né alle retoriche dell’efficienza, che resti presidio: luogo di pensiero, di rischio, di pluralità, un agente controculturale, radicale, sovversivo.

I “quasi” vent’anni di Teatri di Vetro sono la storia di questa lotta.

“Trickster” di Operabianco. Foto di Margherita Masè

Teatri di Vetro – Presidio di pratiche e di pensiero
diciannovesimo anno

direzione artistica Roberta Nicolai

Teatro India, Roma, dal 16 al 18 dicembre 2025.

La programmazione di Teatri di Vetro – Presidio di pratiche e di pensiero sarà accessibile senza alcun costo per il pubblico.
Si consiglia la prenotazione scrivendo a promozione@triangoloscalenoteatro.it.
Il biglietto dovrà comunque essere ritirato, ma senza alcun pagamento.

Per tutte le informazioni sul programma rimandiamo al sito: Teatri di Vetro.

L’iniziativa è promossa e sostenuta da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura – Dipartimento Attività Culturali in collaborazione con Zètema Progetto Cultura e realizzata da Triangolo Scaleno Teatro in collaborazione con Teatro di Roma.

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