“La stanza di Julio Cortázar” “giocata” dal Gruppo della Creta di Arianna Morganti

Foto di Simone Galli

L’anno scorso hanno soffiato le prime dieci candeline di un teatro resistente, radicato nella città e nella comunità, capace di farsi laboratorio di conforto e di confronto. Quest’anno proseguono a modellarsi e a modellare, a cambiare forma senza tradire la propria identità, sconfinando i canonici scenari teatrali per approdare in una liminalità multiforme: spaziale, percettiva, relazionale. Sono la grande famiglia under35 del Gruppo della Creta: compagnia, impresa di produzione teatrale, spazio profondamente radicato nel territorio culturale romano e italiano, ma anche dispositivo mobile a seconda delle necessità. Il collettivo di artisti, organizzatori e tecnici che compone il Gruppo della Creta assomiglia a una costellazione di pratiche, relazioni e visioni, in cui la dimensione collettiva precede e sostiene quella estetica.

La loro ricerca si sviluppa lungo traiettorie diverse, accomunate da un principio fondativo: costruire un’arte accessibile, condivisa, basata su un’idea di fare comune e di amicizia. È da questa postura etica e pratica che nasce la necessità di prendersi cura di uno spazio scenico come presidio culturale, il TeatroBasilica. Come si legge nella loro presentazione: «Nel 2019 il Gruppo si assume la responsabilità di riabitare il TeatroBasilica di Roma, con il desiderio di trasformarlo in un luogo necessario nella mappa culturale della capitale». Una responsabilità che si riflette nelle scelte drammaturgiche e nella costruzione dei dispositivi performativi, orientati a ridefinire il rapporto con il pubblico in termini di prossimità e coinvolgimento.

Foto di Simone Galli

La creta è materia modellata dall’intelligenza umana, la stessa che può educare, allenare, ma anche essere sopraffatta dall’intelligenza artificiale. Un po’ come quella vecchia canzone “per fare l’albero ci vuole il seme”, ma con un finale distopico e corrotto, in cui il processo generativo, anziché svilupparsi in maniera lineare, si incrina e si moltiplica in direzioni imprevedibili.
È proprio a partire da questa tensione fra libero arbitrio e creazione tecnologica che nasce La stanza di Julio Cortázar, spettacolo interattivo che intreccia Rayuela, il romanzo da giocare di Julio Cortázar, e l’informatica di Alan Turing. La dimensione ludica e combinatoria della scrittura cortazariana incontra le origini del pensiero computazionale, dando vita a un dispositivo scenico che riflette sui meccanismi della scelta, delle gerarchie sociali e della responsabilità umana di fronte ai sistemi che essa stessa ha creato. Lo scorso anno Liminateatri.it ha seguito le tracce generative del progetto, rimando all’intervista di Letizia Bernazza ad Alessandro Di Murro, ideatore dello spettacolo, e a Tommaso Emiliani, drammaturgo.

La stanza di Julio Cortázar, che ha debuttato in prima nazionale il 27 e il 28 gennaio 2026 al TeatroBasilica, è un’esperienza immersiva articolata in turni di trenta minuti, destinata a gruppi ristretti di spettatori, dai sei ai nove. Accompagnati in sala da Shadi Romeo, la maschera che segna l’inizio di ogni turno, i partecipanti sono chiamati a collaborare per risolvere un “rompicapo teatrale sull’identità che indaga il rapporto tra l’uomo e l’intelligenza artificiale”: Jacopo Cinque e JackBOT, il suo doppio artificiale. Bruna Sdao è l’ingegnera, sostenitrice di una visione quasi tecnocratica della vita, che antepone lo sviluppo delle nuove tecnologie alla salvaguardia delle “povere vite” degli altri. All’interno del tempo dato, il pubblico dispone di sei domande, attraverso le quali non solo dovrà smascherare chi sia l’uomo e chi la macchina, ma viene anche investito della responsabilità ultima della scelta: decidere chi dei due debba vivere e chi debba essere eliminato.

Foto di Simone Galli

Il tempo ridotto entro cui si sviluppa l’esperienza performativa, con la sua concatenazione serrata di cause ed effetti, sembra rispecchiare l’orizzonte temporale imposto dalla società capitalistica contemporanea: una compressione dei tempi che non mira al miglioramento delle condizioni di vita, ma all’intensificazione della produttività. I trenta minuti concessi allo spettatore non offrono margini di sospensione o di esitazione; al contrario, sollecitano una rapidità decisionale che trasforma anche il tempo della fruizione culturale in tempo performante. Durante l’interrogatorio, Bruna Sdao, l’ingegnera, insiste nel mettere in evidenza le contraddizioni del genere umano: da un lato, l’acqua versata in una bacinella, usata per raffreddare le macchine che alimentano l’intelligenza artificiale; dall’altro, quella distribuita nei bicchieri del pubblico, necessaria alla sopravvivenza umana. La gestione delle risorse è una questione gerarchica e politica: si tenta di contrastare la crisi ambientale e l’impatto ecologico delle tecnologie, ma allo stesso tempo si alimenta il funzionamento di sistemi che annientano quelle stesse possibilità di intervento.
La stanza di Julio Cortázar non è, in questo senso, una bolla protetta; lo spettacolo, e più in generale il teatro, si fa così catalizzatore di accadimenti e stati d’animo individuali e collettivi, intercettandoli prima ancora che si manifestino pienamente nel reale.
Negli ultimi minuti prima del patibolo, Jacopo Cinque, l’attore-umano, si concede uno sfogo personale, che rompe la struttura del gioco e ne rivela il sottotesto più fragile. La sua voce restituisce il peso di una richiesta costante di perfezione, di conoscenza totale, modellata da un mondo iperproduttivo che non ammette rallentamenti né fallimenti.
Poi uno sparo.

La stanza di Julio Cortázar

un’idea di Alessandro Di Murro
drammaturgia Tommaso Emiliani
con Jacopo Cinque, Bruna Sdao, Shadi Romeo
disegno luci Matteo Ziglio
costumi Giulia Barcaroli
direttrice organizzativa Giorgia De Giorgi Sarcuni
consulente scientifico Joel Bardo
produzione Gruppo della Creta.

Lo spettacolo è stato visto al TeatroBasilica di Roma il 28 gennaio 2026.

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