Il tempo “libero” di Vivian Maier, fotografa e bambinaia prodigio di Chiara Crupi

Courtesy of Arthemisia

Per pochi giorni ancora, fino al 15 febbraio, si può visitare al museo del Genio di Roma – riaperto da pochi mesi – la mostra Vivian Maier. The Exhibition dedicata alla fotografa statunitense nel centenario della sua nascita e curata dalla sua più autorevole studiosa, Anne Morin.
La mostra presenta oltre duecento fotografie, esito di più di dieci anni di accurata selezione delle opere, oltre ad oggetti personali, registrazioni audio, documenti inediti e filmati Super 8.

La Maier è un enigma dei nostri tempi, dalla grazia avvincente: delle 150.000 fotografie da lei scattate, un numero irrisorio volle (o poté) sviluppare. Studiava e si esercitava come una fotografa professionista ma non aveva alcuna ambizione di notorietà. Ha anzi nascosto il suo lavoro al mondo intero. Amava la solitudine eppure le sue fotografie, implicitamente, ce la fanno immaginare immersa e dispersa fra la folla di ogni giorno, invisibile fra gli invisibili. Da semplice bambinaia che amava viaggiare e fotografare, oggi è un gigante della fotografia, maestra della Street Art, riconosciuta a livello internazionale. Ma ha vissuto nell’anonimato. Era indipendente, libera, schiva e solitaria. Scattava per se stessa.

Vivian Maier, 1953 (Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY)

Non conosciamo, nonostante i riflettori siano oramai irrevocabilmente accesi su di lei, la natura profonda di questo suo silenzio, della sua reticenza a condividere. Sappiamo che ebbe un’infanzia difficile: figlia di immigrati, nacque nel quartiere del Bronx a New York nel 1926. Suo padre era austriaco, un alcolista violento, il fratello maggiore William Charles ebbe problemi psichiatrici, come anche la madre. Vivian abitò con lei per un periodo a casa della fotografa ritrattista Jeanne Bertrand, dalla quale probabilmente apprese le prime tecniche fotografiche. La rintracciamo più di una volta in Francia (patria materna), dove iniziò a fotografare con una modesta fotocamera amatoriale, poi definitivamente negli Stati Uniti nel 1951. Per quarant’anni, a partire dagli anni Cinquanta, visse fra New York e Chicago, lavorando come bambinaia al servizio di diverse famiglie benestanti. Nel 1952 acquistò la sua prima macchina professionale, una Rolleiflex a doppio obiettivo, che portava sempre con sé.

Sappiamo anche che viaggiò spesso (Canada, Sud America, Europa, Medio Oriente e Asia, Florida, Caraibi) e conservò migliaia di rullini, insieme a registrazioni di interviste che faceva ai passanti, che acquistò una Leica e alcune Reflex per esplorare le potenzialità della fotografia a colori. Soffriva di un disturbo da accumulo e raccoglieva riviste e giornali in enorme quantità, cosa che le creò problemi con le persone che la ospitavano. Negli anni Settanta ebbe difficoltà economiche e si ritrovò a vagare per un periodo come senzatetto ma fu aiutata da alcune famiglie presso cui aveva lavorato, riuscendo infine a ritrovare una casa. La sua salute si deteriorò dopo una brutta caduta su una lastra di ghiaccio e morì pochi mesi dopo, a Chicago, nel 2009.

La scoperta delle sue opere era nel frattempo avvenuta casualmente nel 2007, quando furono messe all’asta, conservate in un magazzino di Chicago, alcune scatole di cartone contenenti fotografie stampate e migliaia di rullini non sviluppati (possiamo approfondire la sua storia e la sua opera sul sito ufficiale curato da John Maloof: www.vivianmaier.com).

È solo per caso quindi che possiamo ammirare i suoi memorabili squarci di quotidiano urbano. Ritratti di strada, di persone qualunque, anziani, bambini, lavoratori, benestanti, poveri, discriminati ed emarginati. Ombre del sogno americano immortalate nei dettagli: del corpo, delle espressioni, degli abiti, dei gesti. Emerge un patrimonio di immagini sulla natura umana e al tempo stesso uno spaccato sulle contraddizioni e le diseguaglianze sociali durante il boom economico nel dopoguerra americano. Nonostante il contesto storicamente definito e riconoscibile, è l’aspetto universale delle contraddizioni che emerge. Passeggiando fra gli scatti, inevitabilmente cerchiamo di immaginare Vivian. Il suo passo, il suo ritmo, la sua leggerezza furtiva. Non c’è dubbio che i ritratti da lei catturati rivelino un’intimità con i soggetti ripresi, quasi un’intesa, anche quando sembrano scatti rubati. Per lo più erano persone che non badavano a lei, volti da lei osservati che non la notavano. Oppure la lasciavano fare? Camminava per le strade come un fantasma discreto o quell’intimità sapeva conquistarsela con sguardi silenziosi ed empatici? Alcuni passanti mostrano sfrontatamente, in macchina, la loro inquietudine o semplicità, le rughe e la miseria: cosa rassicurava nel suo aspetto da signora qualunque?

Courtesy of Arthemisia

La Maier scattava una volta sola, senza ripetere, cogliendo l’attimo senza l’ossessione di possederlo. Eppure, riusciva a catturare un dinamismo straordinario. Una sezione della retrospettiva è dedicata ai suoi autoritratti: incastonati fra ombre, riflessi e specchi, raccontano la passione del suo osservare il mondo, anche attraverso sé stessa.

Questa mostra ci lascia senz’alibi. Scardina i pregiudizi. Cos’è un’artista? Come facciamo a riconoscerlo? Vivian ci dice che artista può essere una persona comune. O meglio: che è prima di tutto una persona. Vivian si è resa libera da condizionamenti, compreso quello di apparire. Agiva al di là del riconoscimento. Ha saputo rendersi invisibile al punto da poter osservare il mondo da molto vicino. Ha guardato con tale profondità, caparbietà e perizia, da trascendere la propria identità, prestando i suoi occhi agli altri. È artista chi ci rende prossimi al suo sguardo. Forse non avremmo il diritto di osservare questo suo diario privato, forse non potremmo godere impunemente di tanta genuina sincerità. Vivian fra le tante ombre e contraddizioni, ha fotografato anche le nostre, di quegli spettatori che non cercava. E ci mette a nudo, senza saperlo, mentre guardandola, profaniamo il suo silenzio.

Courtesy of Arthemisia

La bambinaia che ha impiegato magistralmente il suo tempo libero ci ricorda che essere artista non è uno status ma un risultato spesso accidentale e che, forse, non è quello che conta. Le sue immagini sono come briciole dietro il cammino, indizi di curiosità e passione, di ricerca, di equilibrio formale fra luce naturale, geometria degli spazi urbani, scarna umanità dei passanti. Sono ombre di lei, che continuiamo a cercare, a decifrare negli autoritratti, nell’audacia sperimentale dei filmati Super 8 o nelle foto a colori degli anni Settanta.
Vorremmo incontrarla, ringraziarla, interrogarla: cosa racconterebbero i suoi occhi del nostro presente? O forse vorremo solo farci contaminare dal suo fertile e bizzarro bisogno di anonimato (proprio quello che abbiamo profanato), dalla sua anacronistica discrezione. Dalla capacità di capire e respirare la realtà, dentro e fuori il prodigio dei suoi scatti. Quel prodigio che stupisce ma di cui sembra sfuggire il segreto.

Vivian Maier, 1959 (Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY)

Vivian Maier. The Exhibition

a cura di Anne Morin

da un’iniziativa del Ministero della Difesa, Esercito Italiano e Difesa Servizi, società in house del Ministero della Difesa che valorizza gli asset del Dicastero
da un progetto di Vertigo Syndrome e in collaborazione con Chromaphotography

la mostra è prodotta e organizzata da Arthemisia.

Il progetto è in partnership con Fondazione Terzo Pilastro Internazionale e Poema
e vede come sponsor Generali valore Cultura
mobility partner Frecciarossa Treno Ufficiale
media partner la Repubblica.

Museo del Genio, Lungotevere della Vittoria 31, Roma, fino al 15 febbraio 2026.

Orari di apertura
lunedì, chiuso
martedì-venerdì, ore 10.00 – 17.00
sabato e domenica, ore 10.00 – 20.00.

La prenotazione online è fortemente consigliata.
Negli stessi spazi e in contemporanea fino al 15 febbraio è visitabile anche la mostra Ugo Nespolo. Pop Air.

Per ulteriori informazioni, si rimanda al sito:
https://www.arthemisia.it/

Condividi facilmente: