Menzogne e verità nell’Ibsen di Ostermeier di Alessandra Bernocco

Foto di Gianmarco Bresadola, 2025

Nonchalance. Mi sembra questa la parola più giusta per definire la recitazione e la postura degli attori di Thomas Ostermeier. Dico di Ostermeier perché ho avuto la stessa sensazione anche da spettacoli precedenti.
C’è qualcosa di irresistibilmente naturale in questi attori, qualcosa che non è minimalismo né l’esito di un lavoro (e lavorio) sulla memoria emotiva. È proprio presenza, qui e ora, senza mediazione. È contatto con le parole e con la situazione, adesione a un linguaggio che dalla parola e attraverso di essa agisce sul corpo e condiziona il gesto. Sembra quasi che si trovino lì per caso, persone, non personaggi, a volte persino obtorto collo. Credo che se parlassero in italiano mi verrebbe spontaneo intervenire.
Non è un giudizio di valore, meno che mai un confronto di valore, ma una considerazione che mi suscita una domanda: dipende dalla scuola tedesca (Ostermeier dirige la Schaubühne dal 1999) o dal fatto che di lui ho sempre solo assistito alle sue regie di Ibsen?
Detto questo, la visione de L’anitra selvatica, in scena al Teatro Argentina di Roma per due sere soltanto, 23 e 24 gennaio 2026, è stata un vero godimento.

Foto di Gianmarco Bresadola, 2025

Persino Hjalmar, alla lettura del testo il più disgustoso di tutti, mi è stato simpatico. Come se stessi assistendo alla performance casalinga di un amico simpatico, un po’ debosciato, che si diverte a fare il verso a un compagno di scuola che ha sempre detestato.
Tale è questo ipocrita e abietto arrampicatore sociale che comincia fingendo di non riconoscere il padre non abbastanza spendibile nel contesto altoborghese in cui è lui stesso un pesce fuor d’acqua.
Basterebbe questo per farne una feccia senza appello. Ma un conto è esserlo, un conto è fargli il verso e nel mentre essere vero, credibile e pure divertito. Quello che si dice un attore nella vita. Divertentissimo.
La prestazione di Stefan Stern è tutta giocata dentro queste coordinate e non è nemmeno il caso di indugiare sui sottotitoli.
Basta guardarlo quando si spoglia dell’abito buono preso a prestito per partecipare alla festa e resta quasi in mutande nella sua misera casa di cui si vergogna. Basta vederlo quando impugna la chitarra elettrica come un adolescente invasato che si crede una rockstar: un momento esilarante in cui l’inettitudine e la goffaggine prendono corpo in 3D. Basta ascoltarlo quando fantastica di una sua prossima avveniristica invenzione mentre continua a sfangarla da nullafacente mantenuto e mitomane. Basta osservare le raccomandazioni rivolte alla figlia quasi cieca che fa lavorare al computer al posto suo, ma a patto che non lo riferisca a nessuno. Prima di ripudiarla con una violenza inaudita quando scoprirà che non è sangue del suo sangue.

Foto di Gianmarco Bresadola, 2025

Perché al centro della commedia c’è la verità in tutta la sua durezza: sacra e irrinunciabile o ingombrante, dannosa, mortifera.
Quanto è importante conoscere la verità per vivere in pace e tirare a campare? Quanto è giusto spiattellarla in faccia a chi proprio non la vuole sentire? Si può fare di essa un vessillo da infliggere come una sciabola che tramortisce e uccide? E ancora: è sempre amore di verità la spinta a difenderla e perseguirla a qualsiasi costo? Quanto pesa l’istanza etica e quanto gioca invece il bisogno di mettersi in pace con la propria coscienza o, peggio ancora, di fare di essa un’arma di vendetta più o meno consapevole?

Foto di Gianmarco Bresadola, 2025

La domanda si pone riguardo al secondo personaggio chiave, Gregers (Marcel Kohler), colui che conosce e diffonde il segreto che per alcuni è tabù e per altri un accidente di nessuna sostanza.
Quella che Hjalmar crede essere sua figlia è in realtà figlia di colui che li mantiene, cioè il vecchio Werle (Thomas Bading), il padre di Gregers, colui che mise incinta la serva e amante Gina (Marie Burchard) che poi fece sposare a Hjalmar, sistemandoli entrambi e liquidando la questione con un pugno di quattrini e rimediando per lui un lavoro fittizio per salvare l’apparenza.  Perché un bel peso sulla coscienza pure il ricco Werle ce l’avrebbe potuto avere: non solo il seme errabondo e malato, portatore di una ereditaria patologia oculare che avrebbe portato lui e la progenie alla cecità, ma l’avere scaricato sul padre di Hjalmar, il vecchio Ekdal (Falk Rockstroh) suo ex socio in affari, la colpa di una disfatta comune che il pover’uomo ha pagato con la galera. Insomma, quella di Werle, è innanzitutto una colpa morale. Ma si sa che per espiare una colpa morale si ha da essere morali e Werle non è che il vecchio capitalista immolato al capitale a cui nulla importa se non il capitale. Per Werle vale l’homo homini lupus e la coscienza è soltanto un intralcio.
Non lo è invece per Gregers, il figlio animato dalle migliori intenzioni che finirà per combinare un mare di danni. Su Gregers grava il peso della colpa del padre ma soprattutto grava quel mai risolto complesso di inferiorità, quell’istinto di ribellione mai superato, da adolescente protratto, che agisce di nascosto, quel sentimento di inettitudine dal quale prova a riabilitarsi in opposizione al genitore. Senza curarsi dei corollari che investono il pacificato tran-tran di chi gli sta intorno. Le anitre selvatiche.

Foto di Gianmarco Bresadola, 2025

E siamo al simbolismo.
Come l’anitra selvatica che in una battuta di caccia venne ferita da Werle e riportata a galla dal cane e che ora dimora nel solaio degli Ekdal, viva sì ma in cattività, così Hjalmar di fronte alla rivelazione di Gregers, il “cane”, sconta la sua dannazione di bestia ferita. La verità non lo salva, né protegge chi gli sta intorno.
Molto meglio sarebbe stato non sapere, cullandosi nella menzogna di essere un buon padre e un buon marito e, soprattutto, uno scienziato incompreso, con la sua bella invenzione da tirare fuori dal cassetto, un giorno o l’altro.
Se è vero che Ibsen ha messo sul lettino dell’analista i suoi personaggi, qui assistiamo al disvelamento di un mentitore compulsivo e di un poco intelligente fanatico della verità. Il meno simpatico anche al regista, probabilmente, per quella sua molesta insistenza così miope (lui, non il padre, porta gli occhiali), priva di tatto e di perspicacia.
Ma il prezzo alla fine lo pagano tutti, tutti deflagrano in quel colpo di pistola che si avverte dal solaio, dove un’altra anitra si è ferita a morte, e questa volta da sola. Hedvig (Magdalena Lermer), l’erede incolpevole della colpa dei padri, ben più nefasta di una tara ereditaria, si è tolta di mezzo. Per troppa verità e per troppa menzogna.
La scena finale, quasi una pantomima in cui si passa dall’incredulità allo smarrimento alla disperazione collettiva, beneficia più di tutte della pedana girevole sulla quale si sono succeduti i cinque atti divisi in due tempi. Non una novità, ma una scelta estremamente funzionale, efficacissima quando sembra quasi che prenda a ruotare vorticosamente, a tempo con il massaggio cardiaco, inutile, fino ad arrestarsi. Nel ruolo del dottor Relling, David Ruland e in quello della Signora Sörby, nuova consorte del vecchio Werle, Stephanie Eidt.

Foto di Gianmarco Bresadola, 2025

L’anitra selvatica (The Wild Duck)

di Henrik Ibsen
adattamento Maja Zade e Thomas Ostermeier
regia Thomas Ostermeier
con Thomas Bading, Marie Burchard, Stephanie Eidt, Marcel Kohler, Magdalena Lermer, Falk Rockstroh,
David Ruland, Stefan Stern
scenografia Magda Willi
costumi Vanessa Sampaio Borgmann
musiche Sylvain Jacques
drammaturgia Maja Zade
luci Erich Schneider
produzione Schaubühne Berlin
in coproduzione Festival d’Avignone, Teatro di Roma – Teatro Nazionale.

Lo spettacolo è stato visto al Teatro Argentina di Roma il 23 gennaio 2026.

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